Bambini, a Roma un summit per affrontare la crisi globale dell'infanzia
Davide Dionisi - Città del Vaticano
Un bambino su 5 nel mondo vive in zone di conflitto, 13 milioni di minori nel 2025 risultano sfollati, ovvero il 46 per cento in più rispetto all’anno precedente. A questo scenario si aggiunge la crescita esponenziale degli abusi. Come fornire un intervento capace di prendersi cura dei bisogni sociali, emotivi e spirituali dei minori, oltre a quelli fisici, affinché la speranza possa mettere radici nelle loro vite? In che modo favorire alleanze, con i bambini stessi, le famiglie, le comunità, i leader religiosi, fino ai governi, per un cambiamento duraturo fondato sulla responsabilità condivisa? Come tornare ad offrire speranza e fiducia in un futuro migliore ai più piccoli e fragili delle nostre società? A queste e altre questioni spinose World Vision International, organizzazione cristiana impegnata nell’aiuto umanitario, nello sviluppo e nella difesa dei diritti con un focus particolare sull’infanzia, cerca di dare risposte nella tre giorni di Global Summit 2026, Fostering Hope for Children, iniziata oggi a Roma presso il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum. L’iniziativa è promossa in collaborazione con The Society for Global Flourishing, Harvard University e Baylor University.
Costruire alleanze eterogenee
Il Global Summit riunisce diverse fedi e leader politici mondiali. Costruire alleanze così eterogenee è stata una sfida molto importante. Secondo il reverendo Andrew Morley, Presidente e Ceo di World Vision International: “Stiamo parlando di amore e speranza per i bambini, e tutti desiderano amore e speranza per loro. Di conseguenza, non appena abbiamo affrontato questo tema, moltissime persone ci hanno chiesto di unirsi a noi”. Morley spiega, inoltre, che: “Possiamo misurare l’altezza dei bambini, il peso, o quanti giorni vanno a scuola. Ma, parallelamente, siamo in grado di misurare anche quanto si sentano amati e come questo amore possa generare speranza nella loro vita, donando loro non solo una dimensione spirituale più profonda, ma anche un benessere fisico migliore”.
Responsabilità condivisa
“Negli anni abbiamo cercato di misurare l’impatto concreto che un determinato programma può avere sulla speranza dei bambini e su come questa possa motivarli positivamente nel loro percorso di crescita” spiega Emanuele Bombardi, direttore di World Vision Italia. “Il dato che ci ha sorpreso maggiormente è l’altissimo livello di partecipazione: circa il 20% dei bambini coinvolti nei nostri programmi ha riscontrato benefici tangibili e duraturi nel prosieguo dello sviluppo. Credo che questo sia il risultato in assoluto più importante” Quanto alla “responsabilità condivisa”, Bombardi rileva che: “Se vogliamo davvero cambiare le cose e generare un impatto concreto, non possiamo agire da soli. Cerchiamo costantemente il dialogo con i governi; tuttavia, quando le istituzioni vengono meno a questo confronto, un punto di riferimento fondamentale diventa il coinvolgimento degli istituti religiosi. Per noi rappresentano un interlocutore chiave e di alto livello, capace di aprirci le porte verso il maggior numero possibile di stakeholder. Inoltre, ci rivolgiamo a tutti gli enti istituzionali di qualsiasi tipo, compresi quelli universitari”
Bisogno di identità e di appartenenza
Per Ariola Kallciu, infine, Senior Monitoring and Evaluation Advisor, World Vision International in Albania “Parte dell’aspirazione che guida il nostro lavoro è far sì che tutti i bambini, in ogni parte del mondo e senza alcuna discriminazione, possano fare esperienza dell’amore di Dio. Per noi è fondamentale comprendere che l’amore si percepisce e si trasmette proprio attraverso le relazioni” Parlando della sua esperienza sul campo, Kallciu racconta che: “Un tratto che accomuna i bambini di tutto il mondo è il profondo desiderio di vivere un’esperienza fatta di speranza e di amore; il bisogno di costruire relazioni in cui potersi sentire protetti e sicuri, e che li aiutino a realizzare i propri sogni. Quello che ho visto e vissuto in prima persona è che ovunque nel mondo, soprattutto tra i più piccoli, vi è un profondo bisogno di identità e di appartenenza, oltre alla necessità di vivere relazioni sane che permettano loro di sviluppare pienamente la propria personalità”.
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