Margaret Karram: il dialogo non è tattica ma un cammino del cuore che porta fraternità
Federico Piana - Città del Vaticano
La sua infanzia vissuta nella città israeliana di Haifa, la storia della sua famiglia, la scelta di consacrarsi a Dio. Stralci di vita personali, li definisce Margaret Karram, che però racchiudono una certezza, più che un’ambizione: il libro Prossimità via della pace. Pagine di vita, edito da Città Nuova, è un manifesto sulla necessità urgente di questo mondo, dilaniato da guerre e divisioni, di mettere in pratica la fraternità come unica risposta all’odio.
Ascolto e condivisione
E lei, la presidente del Movimento dei Focolari, ieri sera lo ha voluto ripetere. Durante la presentazione nella Sala Giubileo dell’Università Lumsa a Roma - dopo i saluti del rettore Francesco Bonini - in un dialogo aperto e fraterno con l’Imam Nader Akkad, consigliere per gli affari religiosi della grande moschea di Roma, con Irene Kajon, membro della comunità ebraica di Roma e professoressa emerita di filosofia alla Sapienza e con Alberto Lo Presti, professore associato di Storia delle dottrine politiche all’università Lumsa, moderati da Alessandro Gisotti, vicedirettore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Margaret Karram ha spiegato che il suo libro nasce dall’ascolto e da una necessità diffusa: quella di sentirsi davvero vicini, prossimi, gli uni agli altri.
Il miracolo del dialogo
In questo testo, scrive inella sua relazione il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, «Margaret Karram si fa da parte per mettere in luce ciò che realmente le sta a cuore: le persone, le relazioni autentiche, il miracolo del dialogo tra soggetti e popoli apparentemente distanti ma che hanno lo stesso Dna, quello dei figli di Dio».
Eppure, presidente, questo libro lei non lo voleva scrivere. Sono state le dolci insistenze, come le chiama lei, dei suoi amici a convincerla...
Guardando il dramma che sta vivendo oggi il mondo, e sopratutto il fatto che le persone sono diventate invisibili, mi sono detta: se voglio dare un contributo alla società di oggi devo mettere in rilievo che la prossimità è un dono prezioso che ognuno può fare all’altro. Un modo per risanare tante ferite nelle relazioni, non solo personali ma anche sociali e politiche.
Le sue esperienze di vita l’hanno sempre più convinta che la strada dell’unità non sia un sogno, un desiderio impregnato di utopia. Nel libro lo racconta, senza veli...
Io ho vissuto in un ambiente che era ebraico e musulmano e lì ho capito che se si inizia a guardare l’altro come nemico non si va da nessuna parte. E da giovane che ho imparato a vedere nell’altro l’immagine di Dio. Come Movimento dei Focolari abbiamo messo in campo molti progetti di pace. Ad esempio c’è il programma di educazione alla pace "Living Peace" destinato alle scuole di un centinaio di nazioni che coinvolge tre milioni di persone. Educare le nuove generazioni alla pace è l’unica soluzione se vogliamo cambiare il mondo.
Lei ha ripetuto che il dialogo non è una tattica. Perché?
Perché non è uno strumento. Leone XIV ci ha detto recentemente che il dialogo è un cammino del cuore. E penso che questo cammino di conversione delle nostre relazioni sia necessario per renderci conto che, in fin dei conti, siamo tutti umani. E la pace va costruita dal basso, va costruita da noi che dobbiamo essere vicini, altrimenti nessun altro lo farà.
Ma cosa vuol dire prossimità in un mondo sconvolto dalla quella che Papa Francesco chiamava la terza Guerra mondiale a pezzi?
Vuol dire entrare nelle pelle dell’altro. Vuol dire ascoltare le grida dei nostri fratelli. Io mi faccio prossima se mi avvicino a qualcuno. L’esempio più emblematico rimane sempre quello del buon samaritano.
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