Genova ricorda la "grandezza umile e nascosta" del cardinale Boetto
di Giuseppe Castellani
L'Arcidiocesi e la città di Genova hanno voluto celebrare e rendere memoria in forma solenne, lo scorso 3 febbraio, a una figura singolare e forse oggi un po’ dimenticata come il cardinale gesuita Pietro Boetto (1871-1946) a 80 anni dalla sua morte. Un personaggio rimasto nella memoria collettiva dei genovesi per il suo salvataggio nascosto e discreto di tanti ebrei e per avere evitato il bombardamento del porto antico della città da parte dei tedeschi nel 1945. A questo mite gesuita piemontese fu riconosciuto lo stesso titolo di Defensor Civitatis che fu attribuito a Roma per la difesa della città al suo Vescovo: il papa e oggi venerabile Pio XII. Nel 2017 il cardinale di Genova è stato riconosciuto “Giusto fra le Nazioni” dallo Yad Vashem, per avere aiutato e salvato molti ebrei negli anni oscuri dello sterminio perpetrato dal nazismo. Per questo, il suo nome è stato inciso sul Muro d’Onore del Giardino dei Giusti di Gerusalemme.
Un esempio per tutti
E un convegno dal titolo simbolico ed evocativo Il cardinale Pietro Boetto arcivescovo di Genova durante la resistenza, svoltosi martedì scorso, 3 febbraio, nel salone del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, ha reso omaggio a questo porporato che guidò l'Arcidiocesi ligure dal 1938 al 1946. Cariche di significato e di riconoscenza sono state le parole che l’attuale arcivescovo di Genova, il frate minore conventuale Marco Tasca, ha voluto indirizzare, a inizio del convegno, al suo predecessore sulla Cattedra di San Siro: "Pensate un po’ a questo uomo, questo cardinale, questo vescovo, come ha saputo inserirsi in quel momento storico preciso con la capacità di cogliere i bisogni reali. E fa tutto questo, ed è la cosa che mi affascina, sempre sottotraccia. Senza fare proclami, senza fare grandi annunci. Sottotraccia, concretamente e credo sia un esempio bellissimo". "Un progetto scientifico di salvataggio e salvezza rivolto non solo agli ebrei, con il coinvolgimento di tante persone. Boetto si rivelò un grande organizzatore, capace di vedere come la forza sta nell'insieme, nella rete, nel coinvolgere tutti gli attori che possono contribuire ad affrontare e risolvere i problemi", ha aggiunto Tasca. Sulla stessa lunghezza d’onda sono state le parole tributate a Boetto dal presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, che ne ha rievocato non solo l’attualità del suo magistero ma anche quello di essere un "esempio per tutti noi" per ciò che ha compiuto nel capoluogo ligure. Dal canto suo l’assessore alla cultura del comune di Genova, Giacomo Montanari, ha voluto rimarcare del cardinale piemontese questo aspetto: "La sua azione, sempre concreta e priva di protagonismo guidata da una profonda forza morale e dal rifiuto della neutralità".
L'impegno per il mondo del lavoro
Ma la giornata di studio ha permesso di fare emergere alcuni tratti inediti di Pietro Boetto come la sua denuncia contro i tristi fenomeni della delazione, della borsa nera, la sua difesa dell’operato dell’Azione Cattolica e la sua presa di distanza dai comportamenti spesso originali portati avanti da alcuni cappellani militari della Repubblica sociale italiana. Come è stato ricordato il suo non dimenticare mai i poveri: basti pensare alla sue famose “Crociate della carità”. O ancora la sua vicinanza ai preti delle fabbriche grazie "alla lungimiranza del suo agire e stare accanto agli operai", come ha voluto ribadire nella sua commossa testimonianza una delle figure storiche della Pastorale del lavoro di Genova, monsignor Luigi Molinari. "Quando Boetto fu scelto da Pio XI per succedere al cardinale Dalmazio Minoretti alla guida dell’arcidiocesi di Genova - ha sottolineato Filippo Rizzi, giornalista di Avvenire e studioso di questa figura - la consuetudine era che fossero premiati con la 'sacra porpora' quei gesuiti che si distinguevano come uomini di scienza. Mi vengono in mente, per esempio, Billot o Ehrle. E Boetto non godeva di una particolare reputazione accademica: negli ambienti universitari parlarono di lui come 'l’illustre ignoto' o spesso ironicamente il 'milite ignoto', per la modestia del suo curriculum rispetto ad altri affermati confratelli. Era conosciuto invece come uomo mite e capace di buon governo, i fatti dimostrarono che Pio XI aveva fatto la scelta giusta per la sede metropolitana di Genova". E ha annotato un dettaglio singolare: "Una scelta indovinata e profetica quella di Papa Ratti come fu quella, 30 anni dopo, di Giovanni Paolo II di inviare nella sede prestigiosa di Milano un altro gesuita piemontese che aveva dato buona prova di governo come lui negli incarichi ricoperti nella Compagnia di Gesù: Carlo Maria Martini".
Una rete di aiuti
Sergio Favretto, avvocato e storico della Resistenza, ha voluto aggiungere dettagli sulla capacità di Boetto di tessere una tela di aiuti, razionale e scientifica, rivolta non solo agli ebrei ma a tutti i perseguitati dal fascismo. E la realizzò con la piena collaborazione del Vaticano e di Pio XII, spesso considerato dalla storiografia troppo remissivo nei confronti del regime. "Quando stavo iniziando uno studio sulla Resistenza in Piemonte al confine con la Francia mi resi conto che si moltiplicavano le testimonianze e i documenti in cui compariva il nome di Boetto: era un fatto occasionale e localizzato o qualcosa di più esteso? Proseguendo, è emersa la figura di Boetto animatore e ispiratore di una rete che coinvolgeva varie diocesi e arcidiocesi e il Vaticano". Chi si è detto convinto che molto su Boetto e sulla sua rete di aiuti è ancora tutta da scoprire e da studiare è stato il giovane storico in formazione della Università Cattolica di Milano, Giacomo Mosca. "Avendo accesso a molti dei documenti sulla sua vita ora desecretati dall’Archivio apostolico vaticano e dei diari inediti del suo 'segretario' e collaboratore, il fratello gesuita altoatesino Giovanni Battista Weidinger – ha osservato lo studioso che sta conducendo proprio una tesi di dottorato sul porporato – si scoprirà ancora molto di più su di lui. Questa nuova documentazione ci permetterà di fare emergere aspetti nuovi della sua complessa biografia anche quando era un 'semplice' gesuita. Penso in particolare a tutte le lettere personali che lui invia e verga, di suo pugno, per stare accanto ai cappellani militari o ai 'suoi' preti finiti al fronte".
Il ricordo del rabbino capo di Genova
Toccante è stato poi il ricordo del rabbino capo di Genova, rav Giuseppe Momigliano, che ha voluto rievocare ai presenti la "grandezza umile e nascosta" del cardinale originario di Vigone. L’intervento di Momigliano ha permesso di tornare con la mente ai presenti agli eventi accaduti dopo l’8 settembre 1943. Sono così stati così richiamati alla memoria di molti gli interventi di Boetto mirati a salvare, proteggere e nascondere (anche in arcivescovado) tanti ebrei (tra loro anche il rabbino Riccardo Pacifici), non facendo mai distinzioni tra i battezzati e i non battezzati. "L'Arcidiocesi di Genova grazie alla sua rete di assistenza e di soccorso concreto e molto organizzato per gli ebrei ma anche a sostegno di tanti antifascisti messo in piedi da Boetto e dal suo segretario don Francesco Repetto – ha spiegato Mino Ronzitti presidente dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea – rappresentò un modello o forse 'il modello' quasi pionieristico a cui fecero riferimento tutte le altre Chiese particolari della nostra Penisola".
Maestro per i sacerdoti
Un cardinale che fu anche un maestro nel formare i suoi preti. Destinati alcuni a intraprendere importanti carriere in seno alla gerarchia della Chiesa Cattolica. "Boetto - ha sottolineato Luca Rolandi, giornalista e studioso della Fondazione Donat-Cattin - ha insegnato in un certo senso a fare il vescovo a due genovesi doc come Giuseppe Siri, suo diretto successore a Genova, e Giacomo Lercaro, il futuro cardinale arcivescovo di Bologna e padre conciliare". A 80 anni dalla sua scomparsa, rimane dunque molto ancora oggi della sua cifra di pastore e di uomo attento come amava ripetere, citando sant’Ignazio, "alla morte del proprio orgoglio". Fu un pastore unico perché "identificò se stesso con la sua città" – come disse nel giorno dei suoi funerali, il 4 febbraio 1946, nella Cattedrale di San Lorenzo il suo vescovo ausiliare e poi suo diretto successore, Giuseppe Siri – e fu capace di custodire dentro di sé una virtù essenziale la "serenità perché pregava e governava pregando".
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