Suor Emma Zordan, il Quirinale premia il suo impegno in carcere
Roberta Barbi – Città del Vaticano
“Squilla il telefono, rispondo, mi dicono: sorella è il Quirinale… è stata un’emozione grandissima!”, racconta così, con quella stessa emozione che le fa tremare la voce, ai media vaticani suor Emma Zordan l’annuncio di un’onorificenza inattesa e fortemente meritata, segno che a una certa sensibilità non sfugge chi lavora nel buio e nel silenzio di un luogo dimenticato come il carcere. “Ho sempre apprezzato il Presidente Mattarella – prosegue – è l’unico a interessarsi costantemente delle condizioni di chi vive in carcere e a lanciare appelli sull’articolo 27 della Costituzione che riguarda il reinserimento delle persone detenute, mentre il governo è assente.
Una suora contro il pregiudizio
Nella motivazione indicata dal Quirinale per l’onorificenza che sarà conferita il prossimo 3 marzo, si legge la seguente motivazione: “Per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti”. Eppure suor Emma non ha scelto di servire in carcere, ma in qualche modo è il carcere che ha scelto lei: “Ero stata invitata a una presentazione e ci sono andata carica di pregiudizi come ogni altra persona – ricorda – poi invece ho trovato tanta umanità, fraternità dei detenuti verso i più giovani appena entrati che non conoscono nulla, in carcere ho imparato la solidarietà e sicuramente ho più imparato che insegnato”.
Il riscatto attraverso la scrittura
Da 12 anni suor Emma sostiene i detenuti facendoli scrivere: anche quest’anno – il nono consecutivo - i loro pensieri sono diventati un libro, edito da Il Levante e intitolato “Oltre il reato la persona. Testimonianze dentro e fuori il carcere”, che verrà presentato venerdì 13 febbraio nella parrocchia di San Saturnino a Roma, nel quartiere Trieste. “Il titolo viene da un’espressione che tanti anni fa mi diceva un detenuto: suor Emma, io non sono il mio reato, sono un’altra persona – racconta – per me la persona è importante e deve essere ascoltata, apprezzata per quella che è, aiutata a cambiare affinché nell’uscita venga accolta con dignità come merita. Davanti a un detenuto mi chiedo: cosa farebbe Gesù per questa persona? Perché ricordiamoci che Gesù è venuto proprio per loro!”.
Vivere la speranza nel luogo più buio
Suor Emma ha fatto suo l’insegnamento di Papa Francesco che quando entrava in carcere si chiedeva: perché loro e non io? Il suo lavoro fa emergere l’interiorità dei detenuti e aiuta ad abbattere il pregiudizio: “I pregiudizi alimentano la paura verso i detenuti e la loro esclusione dalla società – afferma - invece sono persone che possono cambiare e i nostri libri lo dimostrano: per questo vado in giro a presentarli!”. L’anno giubilare appena concluso ha lasciato in eredità il prendersi cura della speranza che non deve mani mancare: “In un luogo come il carcere la speranza ha un significato profondo perché è spinta al cambiamento – conclude suor Emma – ma il cambiamento deve arrivare anche nella società che deve saper andare oltre, scavare nelle cause che hanno portato al reato, ma senza giustificarlo e soprattutto senza dimenticare il dolore delle vittime”. In altre parole, bisogna vedere la persona oltre il reato: è solo così che il danno non si ripeterà.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui