Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano
Il lavoro è la “grammatica della società”. Così i vescovi italiani sottolineano la natura profondamente relazionale e generativa del lavoro in vista delle celebrazioni per la ricorrenza del 1°maggio 2026. Il lavoro umano deve essere inteso come un’azione collettiva capace di costruire comunità, favorire lo scambio di competenze e contribuire allo sviluppo del Paese e dell’intera umanità, perché il lavoro non è soltanto produzione economica, ma una forma di “amore civile”, attraverso cui le persone collaborano anche senza conoscersi direttamente, costruendo legami sociali e prospettive future.
Guerra e lavoro, un intreccio sempre più evidente
Il messaggio della Cei evidenzia come, nell’attuale contesto segnato da conflitti crescenti, il lavoro in Italia sia sempre più influenzato dalla guerra. L’aumento dei costi energetici, ad esempio, grava sia sulle famiglie, in particolare quelle più fragili, sia sulle imprese. I vescovi italiani constatano che sempre più di frequente il lavoro umano si intreccia con la pace e con la guerra e che può essere orientato sia alla costruzione della pace sia alla distruzione. Ma se da un lato l’attività economica in tempo di pace favorisce lo sviluppo, dall’altro la guerra devasta vite, ambiente e sistemi economici. Costruire case e ricostruire edifici distrutti – si legge nel messaggio – non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano. Nel suo primo discorso ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, Papa Leone XIV ha ribadito: “[…] la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari”.
Il ritorno della logica del riarmo
Un passaggio centrale del documento diffuso dalla Conferenza episcopale riguarda il mutamento dello scenario internazionale: si assiste a un ritorno alla logica della deterrenza e del riarmo, con un progressivo coinvolgimento anche delle industrie civili e tecnologiche nel settore bellico. Secondo i vescovi, vi è il rischio di considerare i quasi ottant’anni di pace in Europa come una semplice parentesi storica, dimenticando lo sforzo politico, economico e sociale che ha reso possibile tale periodo. “Dimentichiamo – si legge nel documento della Cei - che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro”. Oggi al contrario il lavoro posto al servizio di obiettivi bellici investe risorse economiche sempre più ingenti, sottraendole ad altre finalità. Come sottolineato già da Leone XIV nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, le spese militari, hanno raggiunto il 2,5% del Pil mondiale. Senza contare le responsabilità di quella parte della finanza che direttamente o indirettamente alimenta con i propri investimenti l’industria bellica e l’economia di guerra.
La riconversione dell’industria bellica
Un punto chiave del messaggio è l’invito a una “coraggiosa riconversione” delle industrie militari verso produzioni civili, sostenendo peraltro l’impegno di chi pur lavorando in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili. In questo senso il documento dei vescovi italiani richiama la testimonianza del venerabile Vescovo Tonino Bello, che rivolgendosi agli operai costruttori di armi disse: “Non ti esorto, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita”.
Una responsabilità verso nuove generazioni
La preoccupazione dei vescovi italiani per il deteriorarsi della situazione internazionale e la retorica della guerra è, in particolare, rivolta ai giovani e alla responsabilità educativa di chi si avvicina al mondo del lavoro. È necessario, si legge, contrastare ogni narrazione che alimenti la vendetta o normalizzi la guerra come destino inevitabile. Il riferimento è anche al magistero di Papa Francesco, che aveva richiamato l’urgenza di costruire una cultura della pace fondata sul perdono e sulla giustizia, eliminando “ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”.
Il lavoro come vocazione alla pace
In conclusione, i vescovi ribadiscono che il lavoro non può perdere la sua vocazione originaria: essere strumento di pace e di relazione positiva tra le persone e con la natura. Nonostante le derive verso l’economia di guerra, il lavoro continua a rappresentare una chiamata alla costruzione di un mondo diverso. La guerra viene definita “il grande inganno”, mentre la pace resta l’unico orizzonte capace di dare senso pieno all’attività umana. Il messaggio si chiude così con un forte invito: orientare ogni forma di lavoro alla costruzione della pace, per un futuro che non sia segnato dalla distruzione, ma dalla responsabilità condivisa.
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