Leone XIV saluta un gruppo di giovani palestinesi durante un'udienza generale Leone XIV saluta un gruppo di giovani palestinesi durante un'udienza generale 

I giovani della Terra Santa, ogni giorno una prova di fede e resilienza

La testimonianza di Rafi Ghattas, cristiano palestinese, che offre un quadro della vita, delle grandi difficoltà ma anche delle speranze che attraversano l’area, soprattutto tra le generazioni più giovani

di Emiliano Eusepi

Rafi Ghattas è un cristiano palestinese originario di Gerusalemme impegnato nel campo sociale e della comunicazione, che ora vive in Italia. In passato ha ricoperto il ruolo di segretario generale della Gioventù Cristiana in Palestina (“Youth of Jesus’ Homeland”) ed è stato anche coordinatore della gioventù per il Medio Oriente. Ha lavorato come giornalista e corrispondente sul campo, dedicandosi in particolare alle tematiche che riguardano i cristiani palestinesi e i conflitti nella Terra Santa.

Rafi, in che modo i giovani palestinesi affrontano le sfide quotidiane nel contesto carico di conflitti e tensioni dell’area mediorientale?

Non esiste un giovane palestinese che non sia stato colpito direttamente dagli eventi in corso. Non solo a partire dal 2023, ma dopo oltre settant’anni di crisi territoriale che hanno segnato profondamente la vita quotidiana. Oggi queste difficili condizioni politiche e sociali sono penetrate in ogni piega dell’esistenza dei palestinesi: dove si lavora, dove si studia, dove si vive, con chi ci si sposa, quanti figli si avranno, con chi si stringono amicizie, dove si va, come ci si svaga, come si torna a casa, dove si prega. Sono interrogativi che ogni giovane della Terra Santa si pone ogni giorno, spesso senza nemmeno rendersene conto. Le risposte sono molto più complesse di quanto si possa immaginare, perché ogni scelta è condizionata da una realtà politica e militare che cambia continuamente. In qualche modo, però, i giovani palestinesi hanno imparato ad adattarsi, non per amore delle circostanze, ma per amore della vita stessa. In questa condizione nasce una resilienza particolare, legata alla continua ricerca di qualsiasi possibilità di sopravvivenza e alla volontà di continuare a vivere nonostante tutto.

La fede come entra nella complessa situazione di questa quotidianità?

La fede rappresenta forse l’arma più importante nelle mani del popolo palestinese in generale e dei cristiani palestinesi in particolare. I cristiani della Terra Santa sanno che questa terra è stata testimone della sofferenza di Cristo. Qui il Suo sangue si è mescolato con le pietre della città di Gerusalemme. Qui Gesù ha percorso la via della Passione portando la croce, qui ha pianto su questa città e sul suo popolo. Tuttavia la storia non si è conclusa con la crocifissione, ma la risurrezione ha proclamato la sua vittoria definitiva sulla morte. Il cristiano palestinese crede che oggi cammina con Gesù sulla via della sofferenza, ma sa anche che questa via conduce alla risurrezione. I cristiani palestinesi sentono di portare oggi la croce del dolore. Ma insieme a Cristo credono che prima o poi arriverà anche l’alba della risurrezione, della libertà e della salvezza. Questa fede diventa una fonte di forza spirituale e di speranza che permette di affrontare la realtà quotidiana senza perdere la fiducia nel futuro.

Quali sono le principali sfide che i giovani palestinesi affrontano e come cercano di preservare la loro identità culturale e sociale?

Le sfide che i palestinesi affrontano oggi sono innumerevoli. La pressione è arrivata a un punto tale che anche un semplice “mi piace” sui social network - per esempio su una foto di un bambino sfollato a Gaza - può avere conseguenze molto gravi. In molti casi la polizia israeliana arresta palestinesi senza presentare accuse formali, applicando quella che viene chiamata “Legge di Emergenza”. Il municipio israeliano chiude centri ricreativi e culturali palestinesi con l’accusa di incitamento, mentre allo stesso tempo le autorità permettono ai coloni israeliani di organizzare attività provocatorie sotto gli occhi della polizia. A tutto questo si aggiungono la demolizione di migliaia di case palestinesi, la confisca delle terre e delle proprietà, l’imposizione di tasse molto pesanti. Di conseguenza migliaia di palestinesi sono stati costretti a emigrare o hanno deciso di lasciare il paese. Tra questi vi sono molte famiglie cristiane che hanno scelto l’emigrazione senza ritorno a causa della guerra, delle difficili condizioni economiche e della situazione di sicurezza. Questo ha provocato un calo drastico dei cristiani nella Terra Santa, che oggi rappresentano meno dello 0,5% della popolazione totale. Si tratta di un fenomeno molto preoccupante, perché per la prima volta nella storia dalla nascita del cristianesimo si teme che una generazione di giovani cristiani possa essere l’ultima. Nonostante tutto questo, i palestinesi continuano a difendere con forza le proprie tradizioni, la propria storia e le proprie convinzioni. Cerchiamo soprattutto di trasmettere questi valori ai propri figli e di mantenerli vivi nella vita quotidiana, mentre cercano di far arrivare al mondo la loro voce, il loro dolore e la loro sofferenza.

Quali iniziative o programmi del Patriarcato di Gerusalemme mirano a coinvolgere i giovani nella costruzione di un futuro di pace e convivenza?

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme porta avanti numerosi progetti offrendo sostegno materiale, psicologico e logistico, assieme a molte attività pastorali ed ecclesiali. È anche uno dei più grandi datori di lavoro nella Terra Santa: migliaia di palestinesi, cristiani e musulmani, lavorano nelle sue istituzioni, come scuole, università, centri medici e ospedali, oltre a strutture che offrono assistenza economica, sanitaria, legale e psicologica. A questo si aggiungono i progetti realizzati dalla Chiesa cattolica per servire la popolazione locale, accogliere i pellegrini stranieri e sostenere le persone bisognose indipendentemente dalla loro religione. Per quanto riguarda i giovani cristiani, il Patriarcato rappresenta il punto di riferimento per tutte le realtà giovanili cristiane della Terra Santa, tra cui gli scout e diversi movimenti giovanili. Tra queste realtà spicca la Segreteria Generale della Gioventù Cristiana in Palestina, conosciuta come “Youth of Jesus’ Homeland”. Questa istituzione lavora per rafforzare il legame dei cristiani con la loro terra e per contrastare l’emigrazione attraverso attività, incontri e iniziative che favoriscano anche opportunità di lavoro e di inserimento nella società. Allo stesso tempo l’organizzazione si impegna a far conoscere la realtà dei giovani cristiani palestinesi a livello regionale e internazionale, diventando uno dei principali punti di riferimento per i giovani cristiani della Terra Santa.

In che modo le diocesi e le parrocchie in Italia possono sostenere i giovani che vivono in terra santa?

La responsabilità di preservare la presenza cristiana nella Terra Santa non ricade soltanto sui cristiani palestinesi o sulla Chiesa di Gerusalemme. È una responsabilità che appartiene a tutta la Chiesa e che deve essere condivisa da tutti i cristiani nel mondo. Lo svuotamento della Terra Santa dai cristiani rappresenterebbe una grave ferita per la Chiesa. Per questo tutti sono chiamati ad aiutare nel modo in cui possono. Anzitutto attraverso l’unità nella preghiera per far emergere la giustizia e la verità, perché senza di esse non può esistere una pace autentica. E ciò che afferma oggi anche il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, quando invita il mondo ad affrontare la questione palestinese con giustizia. Allo stesso tempo noi chiediamo ai vescovi e alle diocesi del mondo di continuare a essere una voce di verità, organizzando incontri e conferenze con palestinesi per raccontare le sofferenze della gente. È importante anche promuovere pellegrinaggi nella Terra Santa non solo per visitare chiese e luoghi storici, ma anche per incontrare le persone che vivono lì: i discendenti dei primi cristiani che portarono il Vangelo fino a Roma e nel resto del mondo. Essi sono le pietre vive della Terra Santa. Infine sarebbe fondamentale promuovere incontri e scambi tra i giovani, favorendo il dialogo e la condivisione di esperienze, così da permettere ai giovani cristiani italiani di conoscere più da vicino la terra in cui Gesù ha vissuto, si è incarnato e ha compiuto la sua missione di salvezza.

 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

27 marzo 2026, 14:44