Bambini sfollati a Beirut, capitale del Libano Bambini sfollati a Beirut, capitale del Libano 

Libano, la storia di Salma: "Perché mi stanno portando via i sogni?"

La Casa di Sant’Anna, a Rabweh, è aperta per accogliere i rifugiati provenienti dal sud del Paese. È gestita da monsignor Sassine Gregoire, sacerdote della Chiesa greco-cattolica melkita, e di fronte a una situazione di guerra che non accenna a placarsi, sta ospitando molte persone. Assieme a Salma, 13 anni, c’è anche Sleiman Joseph, 16 anni

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

«Mi chiamo Salma Al Safadi, ho 13 anni e vengo da Tiro. Voglio dire una cosa e voglio che il mondo mi ascolti. Ci aiuti, Santo Padre. Io sono ancora una bambina. La guerra in Libano sta colpendo non solo la mia infanzia, ma anche quella di milioni di bambini, oltre alle nostre vite e al nostro futuro. Perché mi stanno portando via i sogni e l’infanzia? Perché dovrei abbandonare il calore del mio letto? Perché dovrei continuare a lasciare la mia scuola e i miei amici? Perché mi spavento ogni volta che una porta si chiude all’improvviso? Noi siamo bambini. Dovremmo vivere in pace. Dovremmo pensare ai nostri sogni, a ciò che vogliamo diventare, al nostro futuro, non domandarci se un futuro lo avremo davvero».

I rifugiati presso la Casa di Sant'Anna

La Casa di Sant’Anna, situata a Rabweh, è aperta per accogliere i rifugiati provenienti dal sud del Libano. È gestita da monsignor Sassine Gregoire, sacerdote della Chiesa greco-cattolica melkita, e di fronte ai raid israeliani che non accennano a placarsi, sta ospitando molte persone, fra cui alcuni giovani, che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni e rifugiarsi in questo luogo sicuro. Salma è una di loro. «Oggi mi trovo in un posto diverso da quello in cui vivo di solito, ed è difficile essere lontana da casa mia e dalla mia chiesa – ci racconta –. Le persone hanno davvero bisogno che questa guerra finisca, perché la situazione sta colpendo in modo molto triste la vita quotidiana e anche il lavoro della Chiesa». Salma dice di non sentirsi in pericolo immediato ma, col candore di una tredicenne, ammette che «la situazione fa comunque un po’ paura. Per fortuna, nel posto in cui mi trovo ora sono al sicuro e sto bene, grazie a padre Sassine. Ci sta dando da mangiare, cerca di intrattenerci e ci aiuta a continuare i nostri studi. La situazione sul terreno, in questo momento, nella mia zona è relativamente sicura. A volte sentiamo suoni lontani, come esplosioni di bombe e aerei, ma non sono molto forti. Eppure, non c’è nessun posto che ti faccia sentire bene come casa tua. La casa è il luogo del riposo, il posto a cui appartieni davvero».

La storia di Sleiman Joseph, 16 anni

Assieme a Salma, nella Casa di Sant’Anna c’è anche Sleiman Joseph, 16 anni: «Direi che oggi la cosa più difficile è la stanchezza delle persone – osserva –. Come giovane impegnato, lo vedo intorno a me: la gente è esausta, soprattutto dal punto di vista morale. La mancanza di mezzi è reale e l’insicurezza complica molte cose. Ma ciò che pesa di più è questa usura interiore. Nella Chiesa si cerca di continuare a essere presenti, di accompagnare, di aiutare. Ma tutto questo richiede un’enorme energia umana». Come studente, prosegue Sleiman, «cerco di costruire il mio futuro, ma un contesto del genere rende tutto incerto. Ogni segnale di distensione è importante, certo, ma resta sempre la sensazione che tutto possa cambiare molto rapidamente».

I piccoli libanesi di fronte al futuro

Quando Sleiman menziona la parola futuro, ci viene subito in mente di chiedergli cosa sia, per lui, il futuro. Cosa significa immaginarlo, in un contesto tanto incerto? Come si fa a costruirlo, o anche solo a crederci, quando tutto può cambiare da un momento all’altro? Ci ha risposto così. «Come studente, penso inevitabilmente al mio futuro. Oggi è difficile immaginarsi un domani in Libano. L’incertezza è molto forte e molti giovani pensano di partire. Capisco bene il motivo. Ma, allo stesso tempo, il mio impegno nella Chiesa mi dà un legame ancora più forte con il mio Paese e con la mia comunità. Ho voglia di restare, di costruire qui, di essere utile. Certo, sono realista: per me tutto questo rimane ancora un equilibrio tra speranza e incertezza. Ma, per ora, scelgo di restare e di impegnarmi qui». Ed è bello che un giovane libanese menzioni, in relazione alla sua idea di futuro, ciò che ha vissuto nei giorni appena trascorsi in cui ha celebrato la Pasqua: «Ho vissuto questi giorni come un tempo spirituale importante perché, in questo contesto, il messaggio della risurrezione assume ancora più significato. Si celebra una speranza concreta, qualcosa che ci aiuta a resistere. Nei momenti di preghiera abbiamo percepito che le persone arrivano con la loro inquietudine, ma ripartono con un po’ di pace».

L'amicizia con Cristo, nostra stella polare

Sembra di vedere incarnate le parole che Papa Leone XIV, lo scorso 2 agosto, ha rivolto ai giovani riuniti alla veglia di preghiera a Tor Vergata: «L’amicizia con Cristo, che sta alla base delle fede, non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare», aveva detto il Pontefice, perché «l’amicizia può davvero cambiare il mondo» diventando «strada verso la pace». Una strada che anche Salma, a 13 anni, sta cercando di tracciare, tra tutte le intercapedini e gli ostacoli che solo una giovane che vive in Medio Oriente può conoscere: «Io quando penso al futuro mi sento piena di speranza, ma allo stesso tempo anche preoccupata. Ho paura che la guerra possa continuare a tornare di tanto in tanto, perché è già successo molte volte in passato. Per questo non so se le cose miglioreranno davvero. Ho la sensazione che possano restare uguali, anche se spero che cambino in meglio. Allo stesso tempo, voglio lasciare il Libano perché penso che sarebbe meglio per il mio futuro. Il mio Paese è un posto molto bello, ma la bellezza non conta quando non c’è pace. Voglio studiare in un altro Paese e diventare medico. Credo che lì l’istruzione e le opportunità di vita potrebbero essere migliori. Non dovrei preoccuparmi dello stesso sradicamento che qui le persone a volte vivono».

Beati gli operatori di pace

Prima di salutarci, Salma ci manda una serie di fotografie. Tra queste, quella di una borsa. «È realizzata da persone che lavorano con il Papa – ci dice – la tengo sempre con me. Dentro ci sono l’immagine del Papa, degli adesivi e una Bibbia. In Matteo 5,9 si legge: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Ne sono sicura: questo è un versetto che il Papa ama molto. طوبى لفاعلي السلام».

La borsa di Salma
La borsa di Salma

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10 aprile 2026, 13:19