Le elezioni del 31 maggio vengono guardate da molti come un possibile passaggio per rafforzare le istituzioni democratiche e cercare nuovi percorsi di dialogo Le elezioni del 31 maggio vengono guardate da molti come un possibile passaggio per rafforzare le istituzioni democratiche e cercare nuovi percorsi di dialogo  (AFP or licensors)

Colombia, il ruolo della Chiesa per ricostruire fiducia nella popolazione

La testimonianza di suor Arelis Gaviria Montoya, che lavora per la Conferenza episcopale colombiana: "La Chiesa ha creato spazi sicuri e stabili. Diverse parrocchie sono diventate case di accoglienza. Con i giovani in particolare portiamo avanti un lavoro attraverso gruppi giovanili e realtà pastorali". La testimonianza di don Angelo Casadei e l'analisi di Luis Alfredo Somoza

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

«Una cosa sono le immagini date dalle notizie, un’altra è la realtà che continua dopo gli attentati: bambini senza genitori, anziani soli, giovani costretti a lasciare la propria terra per sopravvivere. Qui opera la Chiesa colombiana». Esordisce così suor Arelis Gaviria Montoya da Bogotà, capitale di un Paese che a dieci anni dal processo di pace tra il governo centrale e le milizie ribelli ancora fatica a trovare una stabilità.

A dieci anni dal processo di pace

In effetti, dagli anni Ottanta segnati dal narcotraffico di Pablo Escobar, dalle autobombe e dalla guerra tra cartelli, guerriglie ed esercito, il Paese ha attraversato un’altra, lunga stagione di conflitto armato interno che ha coinvolto soprattutto le aree rurali. Un passaggio storico è arrivato dieci anni fa, nel 2016, con l’accordo di pace tra il governo colombiano e le Farc, firmato dopo oltre cinquant’anni di guerra. L’intesa aveva acceso la speranza di una pacificazione definitiva, ma negli anni successivi il conflitto ha cambiato volto anziché scomparire. Accanto ai gruppi dissidenti delle Farc sono cresciute nuove organizzazioni armate legate al narcotraffico, mentre in molte regioni la presenza dello Stato continua a essere debole. Anche la campagna elettorale per il voto del 31 maggio si sta dunque svolgendo in un clima di forte tensione, con intimidazioni e attacchi che riportano alla memoria alcune delle pagine più difficili della storia colombiana. I dati lo dimostrano: con sette milioni di persone costrette a lasciare le loro case, la Colombia è oggi il quinto paese con più sfollati interni al mondo. Nei primi mesi del 2025 gli sfollamenti sono aumentati del 462 per cento rispetto all’anno precedente. Le aree più complicate in questo momento, ci riferisce suor Arelis, sono il Catatumbo, Nariño, Tumaco, Pasto, Popayán e in generale tutta la regione del Cauca. «Sono territori segnati dalla presenza di gruppi armati che continuano a compiere azioni violente e criminali. In particolare il Cauca è diventato un centro di forte preoccupazione per tutta la Chiesa colombiana. I vescovi di queste diocesi — come monsignor Omar Sánchez a Popayán, monsignor Luis Fernando a Cali, monsignor Alfonso García a Guapi e altri ancora — stanno vivendo un momento molto difficile, ma anche di grande solidarietà ecclesiale».

La Chiesa in prima linea

È per questo che, prosegue suor Arelis, «la Chiesa è in prima linea per creare spazi sicuri e stabili. Io lavoro presso la Conferenza episcopale della Colombia e accompagno il dipartimento dedicato allo stato laicale. Seguiamo bambini, giovani, anziani e movimenti ecclesiali in tutto il Paese. In questi anni ho notato che molte parrocchie si sono trasformate in case di accoglienza. Con i giovani in particolare portiamo avanti un lavoro attraverso gruppi giovanili e realtà pastorali. Sono stati creati spazi  per condividere il cibo e stare insieme, attività sportive, momenti di preghiera e incontri comunitari che aiutano ad accompagnare le persone e anche a distrarre la mente dalle situazioni traumatiche vissute. Vogliamo ricostruire fiducia e senso di appartenenza, affinché i giovani tornino a credere nel futuro».

Il fragile destino dei giovani

È proprio su questa categoria che sono puntati gli occhi del Paese. In Colombia quasi un abitante su quattro ha meno di 25 anni e la questione giovanile è diventata una delle principali sfide sociali e politiche del Paese. Secondo i dati dell’ILO e della Banca mondiale, la disoccupazione giovanile resta stabilmente sopra il 16 per cento. In molte aree rurali e periferiche migliaia di ragazzi non studiano né lavorano. «È vero — ci conferma suor Arelis — molti giovani non vogliono più coltivare la terra né lavorare nei campi. In molte aree c’è scarso accesso all’istruzione e alle opportunità economiche. Per questo alcuni giovani scelgono il denaro facile attraverso il narcotraffico. Sta crescendo inoltre un fenomeno nuovo per la Colombia: molti ragazzi vogliono diventare youtuber o tiktoker, quindi non desiderano più studiare o lavorare. Altri hanno il “sogno americano” e vogliono lasciare il Paese». Esemplificativo è il fatto che «il rapporto tra i giovani e la politica non è molto forte. Molti preferiscono restare ai margini e si mobilitano soprattutto durante proteste o tensioni sociali».

Cresce la sfiducia verso la politica

Secondo Alfredo Luis Somoza, docente di Sviluppo e cooperazione in America Latina presso l'Università Cattolica, questa sfiducia verso la politica potrebbe essere legata al fatto che «lo Stato colombiano non ha mai potuto gestire un processo democratico senza lutti: purtroppo ogni campagna elettorale lascia dei morti e lo Stato colombiano non è mai riuscito a tutelare le persone che hanno avuto anche il coraggio di candidarsi. Il modo di rapportarsi con il processo elettorale da parte di queste forze è puntare sul caos, approfittare per colpire avversari scomodi, mandare segnali, creare soprattutto un clima di intimidazione presso gli elettori nelle zone dove questi gruppi hanno un radicamento». Le elezioni che si terranno il 31 maggio non sono da meno. Anche perché, riprende Somoza, avvengono in un momento in cui «il conflitto interno alla Colombia ha cambiato definitivamente pelle: sono venute a meno le giustificazioni ideologiche che l'hanno accompagnato per quasi 50 anni e oggi possiamo riassumerlo come un conflitto per il controllo territoriale a tutela delle economie criminali».

Un caso unico in Sud America

La Colombia resta così l'unico Paese latinoamericano ad avere simili focolai interni e a non essere capace di chiudere definitivamente il conflitto armato. Eppure, è una nazione moderna e dinamica, inserita nell'economia globale e capace di crescere in settori come turismo e agricoltura. Forse allora è dentro queste ambiguità che possono emergere segnali di speranza. Le elezioni del 31 maggio vengono guardate da molti  come un possibile passaggio per rafforzare le istituzioni democratiche e cercare nuovi percorsi di dialogo. «Dietro tutta questa violenza – sottolinea don Angelo Casadei, missionario da vent'anni in Colombia – c’è moltissima gente che vuole la pace. La Colombia non è solo narcotraffico né tantomeno è solo violenza. È vero, c’è moltissima violenza: nel 2025 ci sono stati più di 600 attentati. Però, dietro tutto questo c’è anche moltissima gente che vuole la pace, che vive di speranza e guarda al futuro». Don Angelo è un missionario della Consolata e da nove anni è parroco a Solano Caquetá, in mezzo alla foresta amazzonica, a ridosso di un grande parco, il Chiribiquete. «Vivendo con la gente, andando per le strade di questo paesino che ha sofferto negli anni Ottanta momenti terribili e di grandissima violenza — ci racconta Casadei —, si percepisce la genuinità delle persone. Forse dietro alla violenza ci sono interessi economici mondiali, ma io penso che la stragrande maggioranza della popolazione colombiana sia un popolo pieno di speranza, che vuole la pace e che possiede grandissimi valori. Noi come missionari cerchiamo di mettere in luce questi valori affinché prevalga il bene e non il male. Sappiamo bene che la morte fa sempre più notizia della vita. Però sicuramente in questo Paese prevale la vita sulla morte, grazie a Dio, altrimenti sarebbe già morto».

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12 maggio 2026, 15:03