L'attacco al Libano L'attacco al Libano

Libano, profondo dolore per la distruzione della scuola cristiana di Yaroun

Dopo la demolizione dell'istituto scolastico gestito dalle suore di Nostra Signora dell'Annunciazione, la superiora, madre Gladis Sabbagh, esprime tristezza per quello che definisce un gesto che non ha colpito solo un edificio ma sopratutto un simbolo profondamente radicato nella vita della gente. "C’è stato un senso di perdita collettiva:: la scuola era il ricordo dell’infanzia, di una generazione".

Federico Piana- Città del Vaticano

Lo shock è stato improvviso e violento. «Non si trattava solo di una scuola ma di un simbolo profondamente radicato nella vita della gente. Le suore hanno sentito  che non era crollato solo un edificio ma anche parte della loro missione». Madre Gladis Sabbagh, superiora generale della congregazione delle suore basiliane salvatoriane di Nostra Signora dell’Annunciazione, nel suo telefonino conserva una foto un po’ sfocata che ritrae in lontananza una sagoma che sembra essere una ruspa israeliana  impegnata nella demolizione di una struttura già parzialmente diroccata: «È la nostra scuola cristiana del villaggio di Yaroun. L’istantanea me l’ha inviata un abitante della vicina Rmeich, una delle tre  cittadine cristiane ancora non del tutto sfollate...».

Identità comune

La scuola di Yaroun si chiamava Saint-George,  era stata fondata nel 1972 proprio dalle suore salvatoriane e con i suoi 500 alunni era diventata un vero e proprio punto di riferimento in tutto il distretto di Bint Jbeil, nel sud del Libano. «Ha svolto un ruolo nel rafforzamento dell’istruzione di base, in una regione spesso priva di risorse, costruendo un’identità comune tra gli abitanti e rendendola un centro di attività sociali e culturali» ricorda la religiosa ai media vaticani.

Grande insicurezza

Nel tempo, però, l’insicurezza che aveva iniziato ad investire tutta la regione aveva spinto la popolazione a fuggire verso luoghi più sicuri e nel 2010 la scuola era stata chiusa. Ma nessuno degli abitanti di Yaroun si sarebbe mai immaginato di vederla tirare giù definitivamente dagli israeliani a colpi di pala meccanica. «C’è stato un senso di perdita collettiva: la scuola era il ricordo dell’infanzia, di una generazione. Il nostro sentimento non è stato solo quello del dolore per la perdita di un edificio ma per il significato, l’identità e il ruolo che quella scuola ricopriva nella vita delle persone».

Stessi sentimenti

Chissà se è  lo stesso sentimento che hanno provato quando, negli attacchi israeliani del 2024-2o25, il monastero dove abitavano le salvatoriane  è stato bombardato. «Noi suore, in quel periodo, abbiamo lasciato Yaroun per trasferirci nella nostra casa madre del villaggio di Joun. Lo abbiamo fatto perché tutti gli abitanti di Yaroun se n’erano già andati in zone più tranquille».

Villaggio fantasma

Yaroun, ormai,  è diventato un villaggio fantasma: a muoversi tra le sue vie, deserte e spettrali, sembrano esserci solo le ruspe, come raccontano alcuni testimoni di Rmeich che, a volte, ne sentono perfino il rumore. I danni dei missili israeliani, dice suor Sabbagh, non hanno però riguardato solo la scuola cristiana: «Hanno interessato abitazioni, infrastrutture pubbliche come strade, reti idriche ed elettriche, completamente distrutte.  E poi edifici religiosi e sociali che sono stati danneggiati, come chiese, sale parrocchiali,  santuari, moschee».

Sud sotto attacco

La stessa sorte è toccata anche a  molti altri villaggi del sud («Penso, ad esempio, ad Aïtaroun, Maroun el-Ras, Blida», elenca la suora) dai quali la popolazione è continuata a fuggire per raggiungere mete non ancora nel mirino dei raid: il nord di Beirut, Saida e Tiro, in testa. «Una parte di questa povera gente ha trovato accoglienza presso i propri parenti o in strutture messe a disposizione dallo Stato».

Istruzione in pericolo

 Madre Gladis Sabbagh, nelle immagini della sua scuola rasa al suolo, ci legge una profonda metafora della guerra che colpisce — senza che questo  faccia  notizia — anche l’istruzione: «I conflitti  non coinvolgono  solo il presente ma trasformano il futuro di un’intera generazione. Proteggere l’istruzione in tempo di guerra non è un lusso, è un imperativo umanitario fondamentale  per garantire che i bambini non paghino per ciò che assolutamente non li riguarda».

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08 maggio 2026, 09:00