Sfollati congolesi in fuga da Uvira verso il Burundi Sfollati congolesi in fuga da Uvira verso il Burundi 

RD Congo, tra sfollati e violenze a un anno dalla caduta di Goma

Una serie di testimonianze raccolte dai media vaticani descrivono le difficoltà vissute dagli abitanti del capoluogo del Nord Kivu e della città di Bukavu, che un anno fa sono state occupate dai miliziani dell'M23. "Da noi, in città, non ci sono più bombardamenti, ma la nuova amministrazione strangola i cittadini, attraverso una totale soggezione", raccontano gli abitanti

Marina Piccone - Città del Vaticano

«No, non è una guerra civile ma un’invasione vera e propria. Bisogna stare attenti a misurare le parole», dice con forza e con dolore un missionario che vive nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) da molti anni. Una risposta al modo in cui viene spesso definita la situazione in cui si trova il Paese, ad un anno esatto da quando l’M23-Afc, ovvero le milizie sostenute dal Rwanda, altri eserciti stranieri, tra cui l’Adf (un’organizzazione islamista originaria dell’Uganda) e più di cento gruppi armati, hanno occupato la regione del Kivu.

Un anno di violenze e sfollamenti

Goma, il capoluogo del Nord Kivu, caduto a fine gennaio 2025, e Bukavu, finita in mano ai ribelli dell’M23 poco dopo a febbraio. Un anno di atrocità in cui il territorio della parte orientale del Paese è stato trasformato in un teatro di violenza: saccheggi, massacri di civili, sparizioni forzate, torture sistematiche, esecuzioni pubbliche, arruolamento forzato di bambini e ragazzi, stupri infiniti. E no, non è una guerra civile, ma un’occupazione feroce da parte del Paese vicino con la complicità internazionale, i cui motivi sono ben noti: l’appropriazione delle immense ricchezze dell’est congolese. «Togliete le mani dall’Africa!», aveva esclamato papa Francesco in uno dei suoi primi discorsi a Kinshasa, durante il suo viaggio nella Rdc, nel 2023. «Chi l’ha ascoltato?» continua il missionario, la cui testimonianza, come quelle che seguiranno, è in forma anonima per motivi di sicurezza. «Oggi, tre anni dopo quel discorso, stiamo assistendo a un grave degradarsi della situazione: migliaia di vittime, che si aggiungono alla quantità sterminata di morti causata da una guerra trentennale, milioni di profughi, un enorme cumulo di sofferenze e umiliazioni».

Il controllo delle risorse

I militari stranieri hanno occupato prima Goma, nel gennaio 2025; poi si sono spostati più a sud, villaggio dopo villaggio, città dopo città, conquistando il 16 febbraio Bukavu e, il 10 dicembre scorso, Uvira, una città che si trova al confine con il Burundi. L’obiettivo sono le zone aurifere di cui il Sud Kivu è ricco, così come il Nord Kivu è ricco di coltan e di tutti i minerali strategici per la transizione energetica. Tutto questo nonostante gli accordi stipulati tra Congo e Rwanda, mediati dagli Stati Uniti e dal Qatar. «Sceneggiate intollerabili», commenta il sacerdote. «Le cose vanno avanti come prima, se non peggio. Da noi, in città, non ci sono più bombardamenti, ma la nuova amministrazione strangola i cittadini, attraverso una totale soggezione, se alzi la testa, te la tagliano, e una tassazione selvaggia sui beni di prima necessità, che ha ridotto la popolazione in una condizione di povertà estrema. Così, chi può, cerca di fuggire oltre confine. Nelle settimane scorse, ai milioni già espatriati, si sono aggiunti circa 200.000 cittadini di Uvira, che si sono rifugiati in Burundi. Il 10 gennaio, l’M23 si è ritirato, accampandosi a trenta chilometri più a nord, lasciando una lunga scia di vittime. La Croce Rossa sta perlustrando la città per cercare di seppellire degnamente i cadaveri in decomposizione. Il governo di Kinshasa ha la sua parte di responsabilità politica e militare. È difficile capire, infatti, come mai un esercito nazionale di 150.000 militari non riesca a fermare 5.000, al massimo 8.000 uomini, seppur bene armati. Quella che sta accadendo qui è una tragedia di cui si deve assolutamente parlare».

Le testimonianze dalla città occupate

Ci sono i cittadini che cercano di sopravvivere come meglio possono e ci sono i detenuti delle prigioni, una situazione anche quella spaventosa, come racconta una missionaria. «Nella prigione di una città del nord ci sono almeno 3.000 detenuti, uomini e donne con figli, in condizioni di degrado estremo. Giorni fa, hanno liberato alcune centinaia di bambini e ragazzi, dai 7 ai 15 anni. Li hanno buttati fuori come sacchi, erano a torso nudo, con le mutandine tutte rotte. Erano ragazzi e ragazze di strada che sono tornati sulla strada e che, fra qualche giorno, rientreranno in prigione. La situazione dei parenti non è migliore. Stanno davanti alla prigione per giorni e giorni per avere un permesso e, quando lo ottengono, possono solo guardare il proprio congiunto, che è a una distanza di venti metri, da una finestrella di 30 centimetri, senza poterci parlare. Qualche settimana fa, ho incontrato una mamma che non sapeva dove fosse andato a finire il figlio di diciassette anni. Lo aveva già dato per morto, ma poi un secondino le ha detto che era dentro; era stato preso mentre tornava da scuola. Dopo qualche giorno, questa mamma è venuta a casa mia, dicendomi che il ragazzo era in condizioni spaventose, magrissimo e con le gambe gonfie. Un poliziotto le aveva sussurrato nell’orecchio che se gli avesse dato venti dollari lo avrebbe aiutato. Una cifra improponibile per lei, che le ho subito dato io. Dopo mezz’ora è tornata e mi ha detto che il direttore del carcere le aveva chiesto altri venti dollari per liberarlo. Non so com’è andata a finire, non ho più visto la donna». Eppure, in questa totale devastazione, non mancano segnali di solidarietà. «Una signora della nostra città, in un colpo solo, ha messo al mondo quattro figli, che si sono aggiunti ai sei precedenti», continua la missionaria. «La popolazione si è subito mobilitata per portare cibo, vestitini, e prodotti per l’igiene. E il gruppo dei laici della parrocchia ha inviato una somma molto importante che potrà aiutare la famiglia anche in futuro». 

Caos negli ospedali

Anche un’altra missionaria riferisce di «cose belle». «Non si può parlare solo di morte», afferma, e fa qualche esempio. «Gli ospedali di Goma e di Bukavu non hanno cibo per gli ammalati, così sono le comunità cristiane che, ogni giorno, portano loro da mangiare. Chi può, dona un cucchiaio di zucchero o di sale, un vestitino, un sapone. Si fa lo stesso pure con i vicini, se c’è qualcuno che ha bisogno. Abbiamo anche il gruppo dei laici di varie parrocchie che fa opere di misericordia. Una riguarda quella di “liberare” le persone dai centri di cura, la seconda domenica di Pasqua. La situazione negli ospedali è molto critica. I degenti devono pagare le medicine, il letto che hanno utilizzato, il servizio della misurazione della temperatura, ecc. Quando vengono dimessi, se non possono saldare la pesante parcella, vengono “sequestrati” in una specie di hangar, dove c’è solo il tetto e dove si vive in condizioni pietose. Ci sono tante mamme, anche con bambini. I nostri laici si impegnano a saldare i conti di una-due-tre persone facendo raccolte di denaro, e noi suore aggiungiamo la nostra parte». La missionaria ricorda quella volta in cui sono andati in un ospedale dove hanno liberato sei ex pazienti. Fra questi, c’era una signora anziana, che era lì con un nipotino di sei anni. «Ma, una volta finito», racconta, «la nonna è venuta da noi e ci ha detto che non poteva accettare perché nell’hangar c’era una giovane mamma con due bambini, e altri quattro a casa, per i quali piangeva ogni notte. «Aiutate lei», ci ha detto, «io posso restare, ho mio nipote con me. Un giorno avrò anch’io avrò la grazia di incontrare qualcuno che mi aiuterà». Ci siamo tutti commossi per la sensibilità di quella donna. Abbiamo fatto come ci aveva detto lei ma non potevamo pensare di lasciarla lì. Non avevamo, però, più soldi, così, uno di noi è andato dall’amministratore e si è impegnato a pagare la somma necessaria il giorno dopo. E così è stato. Sono i piccoli miracoli quotidiani di chi non possiede niente, ma ha generosità e amore». Segnali di un’umanità che ancora perdura, a dispetto di tutto, ma anche gesti di resistenza e azione.

Non "balcanizzare" il Congo

La Coalizione “Pamoja kwa Amani” (Insieme per la pace), un’organizzazione della società civile, molto attiva nell’est del Congo, il 27 gennaio scorso ha scritto una lettera indirizzata al governo di Kinshasa, agli Stati Uniti d’America e alla Comunità internazionale, in cui, dopo aver  fatto un bilancio di quanto accaduto e denunciato «l’abbandono criminale della popolazione da parte del governo», chiede: la fine immediata della “diplomazia dell’attesa”, sanzioni globali al Rwanda e l’immediata interruzione di qualsiasi “accordo” minerario che transiti attraverso aree occupate o paesi aggressori. «Il Congo non sarà balcanizzato, né dalla forza delle armi, né dal tradimento delle proprie autorità», rimarca l’associazione, che annuncia la pubblicazione di un libro nero che ricostruisce in dettaglio i fatti criminosi di questo «anno di calvario».  

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31 gennaio 2026, 11:10