Anita, dalla violenza al riscatto: rinata con la fede, vorrei aiutare altre donne
Daniele Piccini – Città del Vaticano
“Quando nel 1998 conobbi l’uomo che poi diventò mio marito, smisi di studiare. Ero iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza e abbandonai a metà il percorso di studi. Non avevo più tempo e spazio per me, dovevo occuparmi di lui”. Anita, che oggi ha 52 anni, vive a Bari ed è assistente amministrativa presso un ente locale, in quel periodo ne aveva solo 25. Descrive la sé stessa di allora come una “bambina” con poca consapevolezza, che il papà forse aveva protetto troppo, impedendole di accumulare quelle esperienze che possono magari ferire, ma insegnano a muoversi con un po’ di destrezza in più nel mondo. Lui è un bel ragazzo, diplomato e con un buon posto di lavoro come agente pubblicitario. È gentile, premuroso, le regala continuamente fiori e le dedica mille attenzioni. Lei si innamora e tra i due inizia una relazione.
Un uomo dai due volti
“Pochi mesi dopo è iniziato l’inferno”, racconta Anita. “Eravamo in un pub. Lui parlava molto intimamente con un’altra donna che poi, giustificandosi, definì una ‘sua amica di sempre’. Un altro ragazzo si avvicinò a me e mi chiese come mi chiamavo, scambiammo qualche parola. Usciti dal locale, prima di entrare in macchina per andare via, mi picchiò per la prima volta. Mi disse che gli avevo mancato di rispetto parlando con un altro uomo”. Lui si mostra geloso e possessivo. Ogni volta però, dopo averla picchiata, riesce a convincerla a restare insieme, anzi, i due si sposano civilmente nel 2003. Ma l’uomo pieno di tenerezza, che regalava fiori, non esiste più.
Costretta ad abortire
“In vent'anni di matrimonio ho subito ogni sorta di violenza: fisica, psicologica, verbale e sessuale. Nel 2006, dopo diversi tentativi finiti in aborti naturali, il giorno del mio compleanno è nato il mio primo figlio. Ho dovuto affrontare la gravidanza praticamente da sola”. Qualche anno dopo, con un decorso di gravidanza ancora una volta complesso, nasce anche il secondo figlio. Quando Anita nel 2013, di nascosto, scopre di essere rimasta incinta naturalmente, non le sembra vero, ma già teme le reazioni negative del marito, secondo il quale tre figli sono troppi. “Oggi, a distanza di anni e con gli strumenti che ho acquisito, capisco di essere stata costretta ad abortire da mio marito, che esercitò su di me violenza psicologica". Tutto il peso delle conseguenze di questo gesto grava sulla salute mentale di Anita, che si sente sempre più sola, e cade in depressione.
Un nuovo lavoro, la speranza di una nuova vita
La donna trova la forza di avviare le pratiche per la separazione. Lui è costretto ad uscire di casa, ma l’allontanamento dura poco. Lui la cerca nuovamente, le parla, insiste, le chiede di non “sfasciare la famiglia” e Anita cede. “Nel 2015 mio marito è tornato a vivere con me e i nostri due figli ed è iniziato un periodo di gravi abusi sulla mia persona e purtroppo anche su di loro. Nel 2017 ho superato un concorso nazionale, e nel 2019 ho firmato un contratto per lavorare presso il Tribunale di Udine. Incoraggiata dai miei genitori, sono riuscita ad allontanarmi da Bari e da mio marito, ho iniziato a lavorare nella città friulana. Ho lavorato a Udine solo otto mesi, perché poi è iniziata la pandemia di Covid-19 e nel 2020, ero stata un fine settimana a Bari e, a causa delle restrizioni, non sono più riuscita a tornare a Udine”.
Nonostante un secondo avvio delle pratiche per la separazione, il Covid costringe Anita a vivere sotto lo stesso tetto con il marito. Da gennaio 2020, la donna inizia a soffrire di attacchi di panico e di insonnia. “Da questo momento in poi per fortuna ho incontrato sul mio cammino tante persone che mi hanno aiutata e guidata. Un giorno chiamai il Consultorio di zona per capire meglio il mio malessere e mi rispose un’assistente sociale, cui sarò sempre riconoscente. Da poche frasi che io le dissi, capii che avevo piuttosto bisogno di un Centro Antiviolenza e mi aiutò ad entrare in contatto quello dell'assessorato al welfare del Comune di Bari, che fa parte di una Rete di Centri Antiviolenza nella Regione Puglia, gestiti dalla cooperativa sociale Medihospes. All’inizio, in piena pandemia di Covid, i contatti furono solo telefonici, poi iniziarono gli incontri in presenza, sia individuali che di gruppo. Da qui è cominciato il percorso verso la mia rinascita”.
“Chi semina nelle lacrime, miete con gioia”
Anita è sulla buona strada, questo non significa che la strada sia in discesa. Le sedute presso il Centro Anti Violenza scavano nel suo vissuto. Viene aiutata a rielaborare le violenze che ha subito, ma per farlo deve rientrare in contatto con quel dolore sedimentatosi nel profondo. Forse per la prima volta Anita viene ascoltata e non giudicata: questo lentamente la guarisce. “Finalmente qualcuno mi credeva. Avevo provato diverse volte a raccontare quello che subivo da mio marito, ma tutti facevano fatica a trovare una corrispondenza con l’uomo, all’apparenza educato e gentile, che conoscevano superficialmente. Sembravano due persone diverse”.
Una fede ritrovata e il battesimo dei figli non nati
La donna riprende contatto con sé stessa e ritrova il suo rapporto con Dio. “Grazie ad una persona conosciuta al Centro Antiviolenza di Bari, che poi è diventata mia amica, mi sono riavvicinata alla fede. È stato un elemento fondamentale in questo percorso. Sono sempre stata credente, ma per una serie di impegni, i figli, il lavoro, avevo dedicato alla spiritualità sempre meno tempo. Il 16 novembre 2020, giorno che ricorderò sempre, sono stata ad un ritiro spirituale con una comunità. Mi sono confessata con padre Dante, raccontandogli cose che non avevo mai detto a nessuno. Per tutte le cose che mio marito mi aveva costretto a fare, mi sono sentita sporca, per tanti anni. Ricevere l’assoluzione mi ha ridato una nuova vita. Il sacerdote ha battezzato anche i miei tre figli mai nati - due per aborto spontaneo, uno indotto - e per me è stato molto importante”. Anita deve il suo trasferimento a Bari, che desiderava fortemente per stare vicina ai suoi figli, ad un'altra donna speciale. "Per un anno intero - ricorda - ho pregato la Novena alla Madonna che scioglie i nodi, per trovare una soluzione e tornare a lavorare nella mia città. Maria mi ha ascoltata: da febbraio 2021 sono stata trasferita da Udine ad un'altra amministrazione pubblica a soli 50 chilometri da Bari, poi da luglio 2022 sono stata definitivamente trasferita a Bari". Da allora Anita porta sempre nella borsa un Rosario e il libricino della novena che l'ha riportata a casa, dai suoi figli.
Il desiderio di aiutare altre donne
Oggi i contatti con il Centro Anti Violenza sono diventati mensili: la situazione di Anita viene ancora monitorata, soprattutto perché i contatti con l’ex marito, sebbene limitati a lettere ed e-mail, sussistono ancora, e per questo Anita, come si dice in gergo tecnico, è ancora 'sotto esposizione'”. Lentamente però riprendono vita vecchie attività, progetti abbandonati e risorse di creatività a lungo necrotizzate. “Come amo ripetere, oggi mi sento come se fossi tornata in me stessa. Da ottobre 2023 ho ricominciato a studiare. Mio marito ha avuto nella mia vita un effetto talmente disturbante da non avermi consentito di occuparmi di me stessa per anni. L’interruzione dello studio è solo un esempio. Ho deciso deliberatamente di studiare Criminologia. Successivamente vorrei intraprendere un corso magistrale in Giurisprudenza. Voglio approfondire questa tematica soprattutto per fornire aiuto ad altre donne. Nella mia tesi di laurea, per esempio, ho somministrato un questionario a cinquanta donne per rilevare la consapevolezza delle varie forme di violenza esistenti”.
Anita, “da grande”, sogna di entrare a lavorare al Tribunale dei Minori. Oppure le piacerebbe riuscire ad aiutare altre donne, magari in una nuova posizione professionale e contando sulle competenze accademiche acquisite di recente. Intanto però, il prossimo 11 febbraio, con una tesi sulla violenza di genere, si laurea in Criminologia. Un traguardo che ha il sapore di una ripartenza.
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