Bab el-Mandeb, il crocevia dei traffici tra Africa, Asia ed Europa
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
Ha il nome evocativo di “Porta delle lacrime” il braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal Corno D’Africa. Yemen e Gibuti, Asia e Africa, due continenti separati dallo Stretto di Bab el-Mandeb, che nella sua ampiezza minima misura 26 chilometri e ha un’importanza cruciale per i traffici commerciali globali: una volta passato il Golfo di Aden, infatti, permette a tutte le spedizioni in arrivo dall’Oceano Indiano di risalire il Mar Rosso fino al Canale di Suez per giungere poi nel Mediterraneo e in Europa.
La porta delle lacrime
Oltre la metà dei quantitativi di greggio in transito quotidianamente da qui sono diretti all’Europa, che è dunque molto più esposta al rischio di una chiusura di questo stretto rispetto a quanto non lo sia con Hormuz dove più del 75 per cento del petrolio è destinato ai mercati asiatici. Già dalla fine del 2023, a causa degli attacchi degli Houthi dello Yemen, i traffici lungo lo Stretto di Bab el-Mandeb hanno registrato una significativa riduzione. «Nonostante gli attacchi degli Houthi siano sensibilmente diminuiti, i flussi commerciali lungo la direttrice che va da Bab el-Mandeb a Suez, non sono ancora tornati a livelli pre-crisi», conferma il direttore del Centro Studi Internazionali (CeSi), Marco Di Liddo. «Gli armatori e le compagnie assicurative ritengono ancora sostanzioso il rischio — spiega —. Quindi i premi assicurativi sono ancora molto alti e le compagnie armatoriali preferiscono le rotte alternative, soprattutto il periplo dell’Africa, nonostante questo porti molti più giorni di navigazione e un aumento dei costi a livello di carburante e logistica».
La minaccia degli Houthi
Il rischio rappresentato dalla ripresa degli attacchi degli Houthi in appoggio all’Iran è divenuto concreto proprio questa mattina: «A quel punto gli impatti sui traffici nell’area, soprattutto a livello di percezione dei mercati, potrebbero essere deleteri». E questo già lunedì potrebbe portare ad un aumento esponenziale dei prezzi dell’energia. Lo «scenario da incubo», secondo Di Liddo, «non riguarda solo il prezzo del barile o del gas, ma riguarda anche per quanto quel prezzo rimane alto. Se i mercati percepiscono insicurezza e il barile resta sopra i 110/115 dollari per un periodo prolungato, e aumenta anche il costo del gas, allora quello diventa il “new normal” nel medio periodo e quindi l’effetto inflattivo cresce cioè il mercato si adatta a costi più alti nel lungo periodo». Se è vero che ci sono terminal petroliferi, sia sauditi che sudanesi, che sono già sul Mar Rosso e che quindi non sono legati direttamente al passaggio per Bab el-Mandeb, l’analista rileva che il problema non viene eliminato: «A livello di percezione, se lo Stretto viene chiuso è l’intera supply chain che viene attaccata dal punto di vista dell’impatto sui mercati e sui costi di trasporto». L’Europa, che nella regione ha lanciato la missione Aspides, esclude categoricamente l’uso della forza offensiva. «Credo — osserva Di Liddo — che anche in caso di peggioramento della situazione, rimarrà la dicotomia tra chi è disposto ad utilizzare la forza, in particolare statunitensi e israeliani, e coloro che sono disposti a utilizzare lo strumento militare solo a scopo protettivo per scortare le navi».
L'instabilità nel Corno d'Africa
Oltre ai rischi derivanti dal conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, lo stretto di Bab el-Mandeb risente anche dell’instabilità nel Corno d’Africa, attraversato a sua volta da venti di guerra a cominciare da quella in Sudan. «Questa instabilità si riflette su Bab el-Mandeb, ma in misura minore di quanto possiamo immaginare», sottolinea il direttore del CeSi. «Recentemente il fenomeno distruttivo più pericoloso è stato quello legato alla “pirateria somala”, la cui epoca d’oro è individuabile tra il 2008 e il 2012, ma che è stata poi disinnescata vuoi per le operazione di pattugliamento europee e della Nato, vuoi perché i pirati hanno fatto abbastanza soldi e hanno cambiato attività». L’analista del CeSi evidenzia infine le dinamiche che interessano il Somaliland, «dove convergono gli interessi etiopi, soprattutto sulla logistica portuale, quelli emiratini nella stessa direzione, e interessi israeliani che vanno in direzione militare e di difesa all’interno delle operazioni nel Golfo. Credo — afferma Di Liddo — che il Somaliland diventerà la “punta di diamante” per l’architettura di sicurezza ed economica regionale. Ma in questo momento non va concepito come un elemento di destabilizzazione, bensì come un potenziale punto da cui proiettare interessi, stabilità e ricchezza economica nel momento in cui si continua a percorrere la strada degli investimenti».
I flussi migratori
Ma lo Stretto che divide il Corno d’Africa e la Penisola Arabica è anche segnato da flussi migratori, troppo spesso funestati da eventi letali. Ogni anno, decine di migliaia di migranti provenienti dai Paesi dell’Africa orientale, percorrono questa rotta nel tentativo di raggiungere i Paesi del Golfo Persico. La maggior parte dei migranti tenta la traversata da Gibuti. «Il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato sulla rotta migratoria orientale con 922 persone morte o disperse, il doppio rispetto all’anno precedente», ha dichiarato nei giorni scorsi Tanja Pacifico, capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, precisando che la maggior parte erano cittadini etiopi. E proprio questa settimana nove migranti sono morti e altri 45 risultano dispersi dopo un nuovo naufragio al largo di Gibuti. Molti di coloro che riescono nella traversata, inoltre, si ritrovano bloccati nello Yemen, il Paese più povero della penisola arabica, dilaniato da un decennio di una guerra civile “dimenticata”.
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