Carceri. La storia di Giampaolo, salvato dalla fede
Roberta Barbi – Città del Vaticano
“Ero affetto da una forma di dipendenza progressiva, patologica, dal denaro e dal successo mondano”. Non si fa sconti, Giampaolo Corabi quando inizia a raccontare ai media vaticani la sua storia, con la lucidità di chi ormai è un’altra persona rispetto a quella che sta descrivendo, della quale, però, sta ancora pagando gli errori. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila è considerato un guru della finanza: grazie alle sue ottime doti professionali, in breve tempo raggiunge una condizione economica notevole, ma non gli basta. Vuole sempre di più: il suo ego è ormai concentrato solo sul denaro come unica forma espressiva del successo. Così arriva a commettere reati, e presto arriva anche il carcere: la casa circondariale di Rimini dove fa il suo ingresso il 19 febbraio 2022, con davanti una condanna da scontare di oltre sei anni.
Sull’orlo del baratro
Giampaolo, però, non può restare a Rimini, anche se è la sua città: il carcere qui è una casa circondariale, non adatta a chi ha condanne superiori ai cinque anni, così viene trasferito nella casa di reclusione di Parma. Qui, crolla. Dimagrisce più di 26 chili, ha qualche minaccia d’infarto, ma soprattutto lo assale una depressione profonda, senza appello, che lo porta davvero sull’orlo del suicidio: “Non lo dico per dire, dico che ero sull’orlo del suicidio perché avevo già preparato le sostanze che avrei utilizzato”, racconta ancora con la sua lucidità disarmante. Oggi, a distanza di anni, descrive la sua detenzione con una frase di San Paolo della Lettera ai Romani: “La tribolazione produce pazienza, la pazienza è una virtù provata e la virtù provata è la speranza”.
La luce in fondo al tunnel
La speranza non delude perché è la persona stessa di Gesù ed è proprio questo che Giampaolo scopre in carcere ed è questo che lo salva. “C’era mia moglie che non mi ha mai lasciato, veniva sempre a trovarmi, e c’era un volontario che conoscevo già e che mi leggeva i testi di don Giussani: è così che ho recuperato un atteggiamento di fede”. Nessuno si salva da solo, e Giampaolo viene aiutato da quelle persone che hanno attenzione per la persona che è, non per quello che aveva fatto e così, lentamente, si riavvicina al Signore: “Sono passato dalla pazienza intesa non come mera sopportazione del tempo che passa, ma come accettazione su di sé delle conseguenze negative di certe azioni, alla voglia di ricostruirsi proprio attraverso la fede”, è la sua testimonianza.
“In cella mi sentivo libero”
La compagnia dei volontari penitenziari, tutti provenienti da movimenti religiosi, richiama a Giampaolo un’idea di fede vissuta gratuitamente e lui risponde a questo richiamo: “Io ero come il Figliol Prodigo che ritorna, e loro come il Padre che lo riaccoglie continuamente”. È così che può definirsi libero, anche dentro una cella, anche in condizioni di privazione della libertà personale: “Ero libero dalle mie dipendenze – sottolinea – avevo la fede, avevo amici, e soprattutto la certezza che anche dopo, anche fuori sarebbe stato così”.
Managere e libertà
A questo punto, però, Giampaolo scalpita: vuole che questo cambiamento sia portato anche fuori, che faccia bene ad altri. Per lui è arrivato il tempo della restituzione. Così, assieme ad alcuni volontari amici e alla moglie, fonda un’associazione e la chiama con un neologismo che ci spiega: “Managere e libertà, dove managere richiama il latino e il significato di fare con le mani, cioè fare qualcosa di concreto per i detenuti e le loro famiglie, una specie di intermediario filantropico”. Tra i primi progetti che vuole sostenere c’è il “Fondo doti educative”, che aiuta i figli dei reclusi a proseguire gli studi: l’idea gli viene dai racconti dei tanti compagni di cella avuti negli anni, preoccupati per la povertà affettiva, educativa e materiale delle famiglie e soprattutto, appunto, dei figli lasciati fuori.
L’uomo trasformato
Poi, nei suoi progetti, c’è anche l’aiuto alla struttura di Sant’Aquilina, creata dal cappellano del carcere di Rimini con la Comunità San Giovanni XXIII, nota come Pronto Soccorso sociale per persone in particolari situazioni di disagio e detenuti in uscita dal carcere che non hanno nulla e qui vengono riavviati al lavoro: “È la testimonianza viva di come l’accoglienza e il reinserimento lavorativo possano trasformare il destino delle persone”, afferma. Si ferma un attimo, Giampaolo, poi riflette: “Se prima andavo dagli imprenditori per insegnare come frodare il fisco, ora vado da loro per far capire quanto possa essere importante il loro sostegno a progetti del Terzo Settore che si occupano di reinserimento”. Non c’è amarezza nelle sue parole, solo tanta luce.
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