Cent'anni di Dario Fo: la profezia laica del giullare anticlericale
Fabio Colagrande - Città del Vaticano
A cent’anni esatti dalla nascita, avvenuta il 24 marzo 1926 a Sangiano, sul Lago Maggiore, e a dieci anni dalla morte - 13 ottobre 2016 -, l’attore, drammaturgo, regista e pittore, Dario Fo torna al centro della scena culturale italiana e internazionale. Non solo come premio Nobel per la Letteratura, ma come figura che ha inciso in modo significativo nella storia del teatro del Novecento, lasciando un’eredità che ancora ispira autori e attori.
Il teatro come giullarata civile e popolare
Negli spettacoli ideati e scritti con la moglie Franca Rame, si intrecciavano dimensione artistica, impegno civile e tensione pedagogica. Il loro teatro portava la scena fuori dai contesti tradizionali, privilegiando luoghi popolari e accessibili, e utilizzando il linguaggio della satira e della narrazione per affrontare temi sociali e politici. Un corpus teatrale di circa 150 opere, con traduzioni documentate in oltre 20 lingue e messe in scena in oltre cinquanta paesi. Il conferimento del Nobel per la Letteratura nel 1997 ne riconosce definitivamente la rilevanza internazionale: «perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi». La cifra espressiva di Dario Fo resta quella di una “giullarata medievale” contemporanea, fondata su narrazione, mimica, deformazione grottesca, invenzione linguistica e critica delle istituzioni.
Anticlericalismo e tensioni con la Chiesa
L’anticlericalismo rappresenta un elemento costante della sua produzione, anche se non si traduce in un rifiuto esplicito della dimensione religiosa. Piuttosto, si configura come critica al clericalismo e alle forme di potere ad esso associate. In Mistero buffo (1969-70), una delle sue opere più note, tradotta in almeno 16 lingue, Fo rilegge episodi della tradizione evangelica attraverso una prospettiva popolare. La figura di Bonifacio VIII viene trasformata in caricatura di un potere distante dai poveri, mentre nel “Rinnegato” il racconto evangelico assume i tratti di una denuncia delle dinamiche di tradimento e sopraffazione. Attraverso il grammelot e la parodia, Fo propone una rilettura discutibile ma che intende riportare l’attenzione sul nucleo originario del messaggio evangelico.
Come artista e come attivista militante, Fo si scontrò spesso con il mondo cattolico: i suoi rapporti con la Chiesa e il Vaticano furono segnati da tensioni e incomprensioni. Negli anni Settanta, la messa in onda televisiva di Mistero buffo suscitò polemiche e reazioni critiche, anche da parte de L’Osservatore Romano. Le sue prese di posizione, talvolta considerate eccessive, contribuirono ad alimentare un clima di contrapposizione.
Una “profezia laica” riletta oggi alla luce della fede
Oggi, però, in una prospettiva di fede, la sua opera può essere interpretata anche come una forma di “profezia laica”. Già nel 1957, l’arcivescovo Giovanni Battista Montini, rivolgendosi ai “fratelli lontani”, riconosceva che questi, spesso “sono gente male impressionata di noi, ministri della religione” e talora il loro anticlericalismo “nasconde uno sdegnato rispetto alle cose sacre, che credono in noi avvilite”. Una lettura ripresa anche dal quotidiano della Santa Sede all’indomani della morte di Fo, quando ricordava come nella sua produzione “l’ateo Fo ha recuperato tradizioni popolari in cui non mancano tracce di religiosità”, accostandole a “uno spiccato anticlericalismo, due aspetti non necessariamente in antitesi”. Considerazioni che tutt’oggi ci consentono di collocare l’esperienza di Fo all’interno di un dialogo, seppur critico, con la tradizione religiosa, anche sulla base del suo rapporto dialettico con la fede.
In un’intervista rilasciata alla Radio Vaticana nel 2014, il teatrante di Mistero buffo si definì un “ateo in ricerca”. Al microfono di padre Vito Magno affermava: “La fede mi ha sempre interessato, incuriosito, emozionato, spaventato (…). Ho sempre difeso il Vangelo, mai la Chiesa… perché la Chiesa si è troppo spesso identificata con il potere, mentre il Vangelo è la parola per i poveri”. Una posizione che evidenzia una tensione non risolta, ma anche un interesse costante. Il suo legame con la figura di san Francesco, a cui nel 1999 dedicò l’opera teatrale "Lu Santo Jullare Françesco", si inserisce in questa linea: un riferimento a una Chiesa povera e distante dalle logiche del potere.
Un artista curioso e attento all'attualità
Questa dimensione emerge anche nei ricordi familiari. In un’intervista a Radio Vaticana Vatican News, in occasione del centenario, la nipote Mattea Fo sottolinea come una delle caratteristiche che meglio ricorda del nonno Dario “è proprio questa sua instancabile curiosità”, una curiosità che attraversava tanto il lavoro quanto la vita quotidiana. Una disposizione che si rifletteva anche nella continua attenzione all’attualità e nella capacità di tradurla in narrazione teatrale. In occasione del centenario, al Teatro Sistina è stato organizzato un evento collettivo che la nipote presenta come “una giornata fondamentale”, in cui artisti e amici “porteranno un ricordo di Dario e Franca attraverso la loro arte”.
Soprattutto alla luce del magistero di Papa Francesco, la critica al clericalismo presente nell’opera di Fo può oggi essere riletta forse con maggiore equilibrio. Il Pontefice argentino indicò più volte il clericalismo e la cosiddetta “mondanità spirituale” come una deriva che impoverisce la vita ecclesiale e ne indebolisce la dimensione profetica. In questo senso, alcune provocazioni di Fo, pur nei loro toni talvolta aspri, possono essere considerate come un richiamo – non privo di ambiguità – alla necessità di una Chiesa più aderente al Vangelo.
A cento anni dalla nascita, Dario Fo resta dunque una figura di rilievo nella cultura contemporanea: teatrante unico, legato alla tradizione della Commedia dell’arte ma capace di leggere l’attualità. Artista che, da non credente, parla ancora al credente di oggi invitandolo a ripensare criticamente la sua fede.
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