Mukwege nel suo ospedale Panzi (A.Bashizi/Panzi Foundation) Mukwege nel suo ospedale Panzi (A.Bashizi/Panzi Foundation)

RD Congo, sempre più violenze. In Kivu stupro come arma di guerra

Nel Paese africano alle prese con una guerra senza fine, soprattutto nelle province del Kivu del nord e del sud, aumentano i soprusi legati al conflitto: le vittime sono soprattutto donne e bambini. Denis Mukwege, ginegologo, premio Nobel per la pace e fondatore dell'ospedale e della Fondazione Panzi: "Lo stupro usato come arma di guerra non distrugge solo una persona ma spezza le famiglie, destabilizza intere comunità e lascia ferite che possono durare per generazioni"

Federico Piana - Città del Vaticano

Stupri durante gli attacchi ai villaggi, stupri di gruppo a volte pubblici, violenze commesse davanti ai familiari, rapimenti sulle strade o nei campi, sequestro e schiavitù sessuale, assalti notturni alle abitazioni, soprusi durante la detenzione. Il catalogo degli orrori di guerra nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo si allunga sempre di più. Soprattutto nelle provincie del sud e nord Kivu e dell’Ituri, epicentri degli scontri tra l’esercito congolese ed i gruppi paramilitari, in maggioranza legati al movimento armato M23.

Estrema preoccupazione

«I dati recenti sono estremamente preoccupanti. Nel 2025 l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha segnalato circa 131.000 casi di violenza sessuale nel nord e sud Kivu. Nell’Ituri, nello stesso anno, sono stati registrati circa 33.000 casi ma va notato che queste cifre rappresentano senza dubbio solo una parte della realtà poiché molte sopravvissute non hanno accesso alle cure o non osano denunciare i fatti» rivela la Fondazione Panzi. Che insieme all’Ospedale Panzi, in tutto il Paese africano, ha da molto tempo una missione: prendersi cura delle vittime di violenza sessuale e di genere puntando anche ad un «cambiamento duraturo in tutta la nazione».

Agire subito

Fondatore ed anima delle due istituzioni è Denis Mukwege, chirurgo e ginecologo congolese di fama mondiale che proprio per merito delle sue attività contro le violenze di guerra nel 2016 fu inserito dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti del mondo e nel 2018 fu insignito del premio Nobel per la pace. Questo medico altruista e scrupoloso nel 2012 fu vittima di un attacco nella propria abitazione per aver denunciato il conflitto che affliggeva il Paese e la sua famiglia fu sequestrata con la minaccia delle armi.

Distrutti corpi ed anime

«La Fondazione Panzi — racconta ai media vaticani — è nata da una constatazione molto semplice ma profondamente sconvolgente: all’ospedale di Panzi abbiamo capito che lo stupro usato come arma di guerra non distrugge solo una persona ma spezza le famiglie, destabilizza intere comunità e lascia ferite che possono durare per diverse generazioni». Nel suo ospedale, che si trova a Bukavu, capoluogo del Kivu del sud, nei mesi di gennaio e di febbraio di quest’anno si sono registrati una media di 25 casi di violenza sessuale a settimana a cui vanno aggiunti i 14 casi settimanali, registrati sempre nello stesso intervallo di tempo, nei centri sanitari distaccati delle zone di Bulenga e Mulamba. Nel 2025 la media settimanale delle violenze sessuali era stata di 63 casi a settimana.  «Nel corso degli anni — entra nel dettaglio la Fondazione — più di 90.000 sopravvissuti sono stati assistiti dalle nostre strutture. Ciò dimostra sia la durata di questa crisi sia la persistente entità dei bisogni. Una situazione che, a dicembre del 2025, risultava ulteriormente aggravata a causa dei massicci spostamenti di popolazione. L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati ha stimato in oltre due milioni e mezzo gli sfollati interni sia nel Kivu del nord che in quello del sud. Allo stesso modo, il Fondo dell’Onu per la popolazione ha calcolato che più di 400.000 persone, in maggioranza donne e bambini, sono sfollate nei due Kivu, il che aumenta fortemente la loro vulnerabilità allo sfruttamento e alle violenze sessuali». 

Aiuto olistico e integrato

Questa escalation di soprusi fa parte di una precisa strategia di guerra mirata a terrorizzare, punire, umiliare, sfollare le popolazioni civili e controllare i territori. «In alcuni casi, queste violenze servono anche a svuotare le zone per facilitarne l’occupazione o ad affermare un potere su assi strategici e zone ricche di risorse» aggiunge la Fondazione.  Il dottor Mukwege entra nel dettaglio delle modalità di intervento per sostenere tutte le vittime messe in campo proprio dalla sua Fondazione e dal suo ospedale: «Abbiamo voluto andare oltre al solo supporto medico sviluppando un modello di assistenza olistica incentrato sulle sopravvissute, con quattro pilastri: medico, psicosociale, socio-economico e giuridico. L’obiettivo non è solo curare ma permettere alle donne di ricostruire la propria vita, ritrovare la propria dignità e, spesso, tornare ad essere protagoniste del cambiamento nella loro comunità». Ciò che spinge Mukwege ad andare avanti in quest’opera di carità ed amore, nonostante tutte le difficoltà, «sono innanzitutto — dice — le sopravvissute stesse. Ogni giorno, la loro forza, il loro coraggio e la loro capacità di trasformare la sofferenza in resilienza ci ricordano perché questa lotta è essenziale. Ecco perché portiamo avanti questo lavoro su due fronti: accompagnare le sopravvissute nel loro percorso di riabilitazione e lottare senza sosta per la giustizia. Siamo convinti che non possa esserci una pace duratura senza verità, senza riparazioni, senza garanzie che le violenze non si ripetano più e senza solidi meccanismi di giustizia transitoria, compreso un Tribunale internazionale per la Repubblica Democratica del Congo». 

Cause profonde

Con le sue cliniche mobili, i suoi centri di assistenza distaccati e diversi partner associati, l’ospedale Panzi cerca di raggiungere le vittime in zone dove il conflitto impedisce gli spostamenti e mette a repentaglio la vita. «La pace non potrà essere ottenuta con una semplice cessazione temporanea dei combattimenti. Essa presuppone che si affrontino le cause profonde: la predazione delle ingenti risorse strategiche, le ingerenze regionali, l’impunità, la debolezza dello Stato e l’assenza di una governance equa in materia di risorse naturali» ragiona Mukwege. Che non esita ad individuare due priorità: «L’applicazione della risoluzione 2773 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, al fine di consentire alla Repubblica Democratica del Congo di ristabilire la propria sovranità su tutto il suo territorio. E poi l’organizzazione di una Conferenza internazionale sulla pace,  che comprenda anche la regione dei Grandi Laghi, per rilanciare lo spirito dell’accordo quadro di Addis Abeba del 2013 ed elaborare una tabella di marcia  che possa essere davvero globale».

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29 marzo 2026, 08:37