Una famiglia siede sullo sfondo di un cantiere navale al largo della città costiera di Fujairah, nello Stretto di Hormuz Una famiglia siede sullo sfondo di un cantiere navale al largo della città costiera di Fujairah, nello Stretto di Hormuz  (AFP or licensors)

Hormuz, dove s'incrociano geopolitica e speranze di pace

Un hub globale per il trasporto di materie energetiche e merci, strategico soprattutto per i mercati asiatici. Bernard El Khoury, direttore di Cosmo: "Controllare questo stretto vuol dire incidere su quegli scambi che hanno portato la Cina a essere un player talmente rilevante da diventare una minaccia commerciale e tecnologica"

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

L’importanza strategica dello stretto di Hormuz non è solo questione di oggi. Risale già al XVI secolo, quando sull’area era arrivato a estendersi il dominio dell’impero portoghese, per affievolirsi poi pian piano con l’influenza britannica e olandese, e il conseguente cambio di rotte. Ma nei fatti, quello snodo marittimo schiacciato tra la Penisola arabica e le coste dell’Iran, tornato violentemente alla ribalta mediatica con la guerra scatenata da Washington e Tel Aviv contro gli ayatollah di Teheran il 28 febbraio scorso, non ha mai perso la sua rilevanza: esso è infatti uno dei principali hub globali per il trasporto di materie prime energetiche e merci.

Dal Golfo Perisco al Golfo di Oman

A spiegarlo ai media vaticani è Bernard El Khoury, analista di politica internazionale e direttore di Cosmo (Center for Oriental strategic monitoring). «Parliamo di un passaggio che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, quindi all’Oceano Indiano. Già la sua posizione e la sua conformazione geografica» fanno capire molto: un “collo di bottiglia”, largo appena 30 chilometri, dove le due sponde sono più vicine, che «separa l’Iran dalla penisola del Musandam, territorio omanita, ed è caratterizzato da corridoi di navigazione estremamente ridotti e rigidamente regolamentati». È quindi un punto di transito obbligato, al momento privo di alternative marittime, «per questo altamente vulnerabile dal punto di vista operativo e militare», come si vede in questi giorni a causa dei ripetuti attacchi nell’area, e della minaccia di chiusura totale da parte di Teheran, che inciderebbe anche sui Paesi occidentali. 

Un chock point energetico globale

Tuttavia, aggiunge El Khoury, se dal punto di vista strategico Hormuz «rappresenta un “chock point” energetico globale, ovvero uno snodo critico attraverso cui transita una quota determinante delle forniture mondiali» — circa il 20% del petrolio  consumato quotidianamente, pari a quasi 20 milioni di barili al giorno, e il 20% del commercio di gas naturale liquefatto (gnl) —, è vero che oltre l’80% di questo gas e petrolio è destinato ai mercati asiatici». E non è un caso che mercoledì la Repubblica islamica abbia deciso di consentire il transito ai navigli dei Paesi “amici” del continente, come Cina, India, Pakistan. D’altro canto, sulle sue acque passa anche «una componente significativa di traffico commerciale generale: navi portainfuse, per il trasporto di materie prime industriali; portacontainer, con beni manufatti; e navi-traghetto dette “Ro-Ro”, che veicolano merci rotabili (camion, rimorchi, auto e macchinari industriali, oltre a cargo misti)»: un sistema oggi sotto stress per la pressione esercitata dalla leadership delle Guardie della rivoluzione «attraverso l’impiego di strumenti militari sia tradizionali, come il lancio di missili e droni, che asimmetrici, come il posizionamento delle mine». E che per i Paesi occidentali ha tuttavia conseguenze più sul piano commerciale che delle forniture energetiche. 

Le conseguenze per l'Asia

Se si parte dai dati, dunque, l’Asia è la prima a risentire di quanto avviene nello stretto, in particolare nel caso di un blocco. Lo ha dimostrato l’andamento altalenante delle borse orientali negli ultimi giorni, risalite solo quando ha iniziato a farsi strada la possibilità di un cessate-il-fuoco e di un eventuale allentamento della tensione sul Golfo Persico. Mentre per gli altri, come i Paesi europei, la vulnerabilità più marcata è quella che riguarda il gnl: «A differenza del petrolio — chiarisce il direttore di Cosmo — il gnl non dispone di infrastrutture terrestri alternative in grado di sostituire il transito di Hormuz, come le pipeline in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi Uniti, per cui questo rimane l’unico passaggio utile. Ma ciò rende di fatto impossibile la riconfigurazione dei flussi su percorsi alternativi», e accresce la «rilevanza della posizione del Qatar, che dispone di uno dei principali hub mondiali per la produzione ed esportazione di gas naturale liquefatto concentrato nell’area industriale di Ras Laffan», a nord di Doha. Gli attacchi iraniani su queste strutture hanno già prodotto conseguenze notevoli: «Una riduzione di circa il 17% della capacità di esportazione nazionale, con danni registrati che richiederanno un periodo di ripristino non inferiore ai 3-5 anni e una contrazione significativa del gnl nel medio periodo» (a risentirne pure Stati come l’Italia, che dal Qatar ne importa una buona quantità). «E ricadute anche sul piano della logistica, basti pensare alla distribuzione del cosiddetto “ultimo miglio”, che riguarda prodotti in arrivo in particolare proprio dalla Cina: qui la contrazione è di almeno il 50%».

Echi di crisi americana

L’impatto sul mondo asiatico, per le significative ripercussioni geopolitiche che ciò comporta, non lascia indifferenti gli Usa. «Washington guarda a Pechino», dice El Khoury. «Controllare questo stretto vuol dire incidere in maniera consistente su quegli scambi che hanno portato la Cina oggi a essere un player talmente rilevante da diventare addirittura una minaccia sul piano almeno del commercio e delle nuove tecnologie. Si capisce quindi come per gli Usa si tratti di una questione di natura strategica e geopolitica, il cui interesse va ben al di là del conflitto con l’Iran». In altri termini, precisa, «se alla fine — poniamo — il regime non dovesse cadere, ma a Teheran si instaurasse un governo con il quale comunque poter dialogare, Washington avrebbe in ogni caso raggiunto il suo obiettivo; a differenza invece di Israele, i cui obiettivi sono sostanzialmente diversi». 

La stretta via per la pace

Il dato acclarato è che, con la guerra sui mari e per i mari, sembra di essere tornati in parte a logiche belliche del passato, «quasi ottocentesche, in uno scenario come quello di Hormuz, in cui l’Iran mostra di possedere capacità tradizionali e capacità asimmetriche (mine navali; sistemi missilistici anti-nave e droni; unità navali veloci che permettono azioni di disturbo, ma anche di sabotaggio e abbordaggio) per esercitare la sua influenza su quelle acque. Con un elevato rischio di escalation, a seguito di incidenti anche limitati». Ora, «tutto è appeso ai negoziati, per il momento indiretti, mediati dal Pakistan». Ma anche se si arrivasse a una tregua, è convinto El Khoury, sarebbe solo sul fronte iraniano, e «la principale vittima di questo scontro sarebbe — e già è — il Libano. Lì il conflitto continuerebbe, perché da un lato il Paese non smetterebbe di essere terreno di scontro tra Israele e i gruppi islamisti filo-iraniani nella regione, come Hezbollah; dall’altro, Israele si giocherebbe tutto sull’occasione “storica” che ritiene di avere per provare a eliminare qualunque minaccia sul confine nord». E del resto, chiude, «l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu sta già facendo capire di voler svincolare le operazioni contro la Repubblica islamica da quelle in Libano». Mentre Teheran ha messo tra le sue condizioni per un’intesa proprio quella di legare la tregua a tutti i fronti regionali. «Vediamo dove porteranno questi negoziati»: è stretta al momento anche la via della pace.

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27 marzo 2026, 11:26