Ucraina, vite e sogni di studenti spezzati troppo presto dalla guerra
Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano
La guerra su larga scala che ormai da quattro anni insanguina l’Ucraina ha spezzato innumerevoli vite, in particolare quelle di tanti giovani, destinati a costruire il futuro del loro Paese. Yulia Kozankevych ha vissuto in prima persona la perdita di un amico d’infanzia caduto al fronte. Da questa esperienza è nato il progetto straordinario Unissued Diploma, una mostra che raccoglie le storie di quaranta studenti ucraini con speranze, passioni e sogni spezzati troppo presto dalla guerra, sia come militari al fronte, sia a causa dei bombardamenti a casa loro. Con grande coraggio e fede, insieme ad altri studenti ucraini, Kozankevych ha trasformato il dolore in testimonianza, portando queste storie nelle università e nelle istituzioni di tutto il mondo. Attraverso le sue parole si scopre non solo il volto umano della tragedia, ma anche la forza di una giovane generazione che, pur di fronte a difficoltà immense, continua a credere nella vita, nell’amore e nella speranza di una pace duratura.
Come è nata l’idea della mostra?
Ho 22 anni. Sono cresciuta nell’Ucraina occidentale, nella città di Drohobych, regione di Lviv, e attualmente sto concludendo il mio percorso di laurea magistrale in Polonia. Nel 2023 ho saputo che al fronte era caduto il mio compagno di classe delle superiori Dmytro. Come me, anche lui era andato a studiare in Polonia nel 2020. Ma tre anni dopo aveva deciso di tornare in Ucraina, arruolandosi per difendere il nostro Paese. Pochi mesi dopo è morto. Aveva 20 anni, la mia stessa età. Da quel momento ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare. Ho scoperto che alcuni miei amici avevano cominciato a raccogliere le storie di compagni di università e di scuola, in Ucraina e in altri Paesi, caduti in guerra. Erano giovani che, nel giro di pochi anni, avrebbero dovuto contribuire alla ricostruzione del nostro Paese, diventare professori, imprenditori, professionisti. Stiamo perdendo in questa guerra la nostra gioventù, i nostri intellettuali, la nostra futura classe dirigente. Insieme ad amici dell’Università Kyiv-Mohyla Academy abbiamo raccolto le storie di quaranta studenti — anche se in realtà sono molti di più. Giovani che, come noi, avevano sogni, desideravano costruire qualcosa di grande, di coraggioso, perfino di impossibile, come è tipico della nostra età. Le loro storie raccontano purtroppo vite brevissime: i loro sogni, i luoghi in cui sono caduti, e i loro volti nelle fotografie — i loro sorrisi, i loro occhi pieni di vita. Dal 2023 ho iniziato a impegnarmi attivamente nell’organizzazione delle mostre. Ne abbiamo realizzate più di cento nelle università europee. I miei colleghi le organizzano anche in Asia, in Africa e nelle Americhe. Il nostro desiderio è che queste iniziative non si riducano a numeri o statistiche, ma diventino una testimonianza concreta di ciò che l’Ucraina sta vivendo. E siano anche un segno di speranza: che ciò che facciamo ha un senso; che il sostegno quotidiano all’Ucraina ha un valore reale; che mentre molti giovani nel mondo possono frequentare liberamente l’università, tanti ragazzi ucraini non ne hanno più la possibilità. Per questo consideriamo il progetto un piccolo ma sincero contributo al futuro di pace.
Come avete raccolto le storie degli studenti?
La maggior parte dei quaranta studenti raccontati nella mostra erano nostri amici, conoscenti, compagni di scuola. Abbiamo parlato direttamente con le loro famiglie. Sono state proprio le famiglie a darci il permesso per la pubblicazione, a scegliere le fotografie e a condividere alcuni aspetti delle loro storie. Ad esempio, raccontiamo di un ragazzo che sognava di diventare veterinario. I suoi genitori ci hanno detto che amava profondamente gli animali e per questo si era iscritto alla facoltà di veterinaria in Ucraina. Purtroppo è morto nel 2024 vittima di un attacco missilistico. Storie come questa, in Ucraina, continuano ad accadere ogni giorno. Eppure non spengono la speranza che sia ancora possibile vivere e costruire il futuro.
Ci sono persone che si dedicano esclusivamente al progetto della mostra?
Tutto si basa sul volontariato. Sono le persone a contattarci, dicendoci di voler ospitare la mostra nelle loro università o istituzioni. Noi inviamo il materiale e loro la allestiscono. Oltre cento persone collaborano ogni anno, gratuitamente, per far conoscere quel che sta vivendo l’Ucraina. Abbiamo già realizzato più di cento mostre in università e ambasciate in Italia, Germania e Ucraina. Nel 2025 abbiamo presentato la mostra anche a Roma. Complessivamente, più di cinquemila persone nel mondo hanno potuto visitarla. E intendiamo continuare.
Ricordi reazioni particolari durante le mostre?
Ricordo un episodio del 2024, quando abbiamo presentato l’esposizione nei Paesi Bassi. In modo del tutto inatteso ci è stata data la possibilità di presentarla a un gruppo di imprenditori olandesi. Eravamo solo in due: io e una mia amica. Immaginate due ragazze poco più che ventenni, studentesse, davanti a quaranta imprenditori esperti. All’inizio ho percepito una certa distanza, forse persino diffidenza. Ma quando abbiamo iniziato a raccontare la nostra storia e quella dei giovani caduti, dopo appena cinque minuti tutta la sala — decine di uomini e donne — era in lacrime. Testimoniavamo come la vita non sia fatta soltanto di benessere e comodità: quando è necessario, esistono giovani pronti a donare il bene più grande che possiedono, la propria vita. Abbiamo cercato di trasmettere a quegli imprenditori che anche loro sono chiamati a cambiare il mondo, hanno ancora la possibilità di farlo. I nostri giovani, che sono già morti, purtroppo non l’hanno più. Per me è stata un’esperienza immensa: la conferma che, indipendentemente dall’età, dalla professione o dall’esperienza, ciò che parla delle cose più alte — del valore della vita — può toccare il cuore di chiunque, al di là di ogni provenienza.
Purtroppo la guerra su larga scala dura ormai da quattro anni. Come vivi questo periodo così drammatico della storia del tuo Paese?
Credo che oggi l’Ucraina stia attraversando un tempo di metanoia, di profonda conversione. È un cambiamento difficile e doloroso. Stiamo lottando per sopravvivere. Eppure, come nella visione cristiana, non possiamo tornare a ciò che era prima: siamo chiamati ad andare avanti, a risorgere di nuovo. In mezzo a tutto ciò che accade oggi in Ucraina — bombardamenti, morti, la fatica quotidiana di rialzarsi — e anche nelle condizioni concrete, nel freddo intenso, nelle temperature sotto zero, nella mancanza di riscaldamento per tante famiglie, io vedo che la sfida per il nostro Paese è ritrovare ogni giorno il senso del vivere come nazione. Ritrovare la forza di benedire il giorno che nasce, di gioire della vita, di custodire nella preghiera chi è vivo e chi, purtroppo, è morto. Credo che oggi l’Ucraina porti al mondo un grande dono: la testimonianza che, se si affida la propria vita ai valori più alti e si è disposti a dare tutto per essi, anche ciò che sembra impossibile può diventare realtà. La nostra stessa esperienza con la mostra lo dimostra. Chi avrebbe potuto immaginare che studenti tra i 18 e i 22 anni, senza contatti influenti e senza esperienza, potessero realizzare qualcosa di così grande? Che potessimo portare queste esposizioni in luoghi dove normalmente la nostra voce non arriva? Che si potesse parlare della morte pronunciando parole di speranza e di amore? Questa è la testimonianza dell’Ucraina. Non siamo soltanto un popolo che chiede aiuto: siamo anche un popolo che dona. E se il mondo è disposto ad accogliere il nostro dono di vita, di gioia, di coraggio e di ricerca della verità, noi siamo pronti a condividerlo.
Non è difficile per te immergersi continuamente nelle storie di giovani che sono morti? In che modo la fede ti aiuta a gestire emozioni e sentimenti che inevitabilmente emergono?
Spesso diciamo che raccontare queste storie è come trovarsi a un funerale: si vive quel dolore più e più volte. Per me la fede è di fondamentale importanza in questo cammino. Tutto ciò che faccio, lo faccio nel nome di Gesù. Ogni storia che racconto, ogni persona con cui parlo, la benedico, prego per lei e chiedo a Dio di parlare attraverso di me. Vi dico con sincerità: nessuno mi ha preparato a fare questo, a parlare, a rappresentare queste realtà. Spesso prego dicendo: «Dio, guidami dove vuoi, verso chi vuoi. Non ho soluzioni pronte, nessuno mi ha insegnato prima, ma se Tu mi chiami a farlo, io lo farò». Credo che ogni cristiano abbia la vocazione a parlare di Gesù e a testimoniare con la propria vita che Dio è vivo. Io oggi porto questa testimonianza come ucraina: testimoniare che Dio esiste, che Dio è vivo. E proprio perché Dio è vivo, anche noi come Ucraina siamo ancora vivi. Quello che stiamo vivendo oggi è difficile da spiegare e da comprendere. È difficile capire perché cerchiamo di non parlare di odio, ma parliamo di amore. Questa è la trasformazione: è la trasformazione di Dio che dice: «Anche se mi uccidete, io vi amerò, io vi perdonerò». Non si tratta di negare le conseguenze: per tutto ci saranno conseguenze, e ognuno dovrà assumersi la propria responsabilità. Non diminuisce il male che la Russia sta facendo, che pure dovrà rispondere delle proprie azioni. E ogni persona che permette questo male dovrà risponderne. Ma il nostro compito è continuare a ringraziare, amare e perdonare: siamo chiamati a costruire e a testimoniare. E spero che coloro che conoscono Gesù, o che lo cercano, possano attraverso queste storie vedere che Lui è vivo. Che anche nei momenti più bui, quando non c’è speranza e si vede la morte di tanti giovani, Lui mostra che la vita continua. C’è vita in una nuova realtà. Queste morti hanno un senso. Grazie al sacrificio di quei giovani io oggi posso parlare con voi. Loro si sono donati completamente.
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