Sicurezza e alleanze dietro le tensioni commerciali tra Ecuador e Colombia
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Girano anche e non solo attorno alla questione della sicurezza nella zona di confine tra Ecuador e Colombia le recenti tensioni commerciali tra i due Paesi latinoamericani. Nei giorni scorsi, Quito ha annunciato l’intenzione di aumentare, a partire da maggio, i dazi sulle importazioni dalla Colombia al 100%, accusando Bogotá della mancata attuazione di misure concrete sulle zone di frontiera, direttrici lungo le quali operano diversi cartelli di narcotrafficanti.
La disputa commerciale è iniziata a gennaio, quando il governo del presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha imposto un dazio del 30% sulle importazioni dal Paese confinante. Il governo di Gustavo Petro ha risposto con una misura simile, sospendendo al contempo la vendita di energia elettrica all’Ecuador. Ai primi di aprile, poi, il ministero del Commercio colombiano ha annunciato un aumento dei dazi sulle importazioni dall’Ecuador dal 30 al 100%, anche se poi Bogotá ha dichiarato di non voler dare seguito alla misura.
Narcotraffico e miniere illegali
«La “guerra commerciale” tra i due Paesi della Comunità andina è iniziata col presidente dell’Ecuador, Noboa, che ha imposto dazi al 30% sulle importazioni dalla Colombia: l’argomento è stato proprio quello di una mancanza di azioni ferme in materia di sicurezza» e di un impegno deciso «sia contro il narcotraffico sia contro un’altra attività molto diffusa alla frontiera tra i due Paesi, le miniere illegali», evidenzia Tiziana Bertaccini, docente di Storia e istituzioni delle Americhe all’università di Torino.
D’altra parte, le frontiere in quel quadrante di mondo «sono spesso una zona grigia in cui lo Stato è poco presente e dove proliferano attività illecite»: il riferimento, spiega, è anche alla «tripla frontiera tra Argentina, Brasile e Paraguay, che è un hub molto consistente di traffici illegali». Per quanto riguarda quello tra Ecuador e Colombia, specifica poi, si tratta di un confine percorso da «corridoi di transito della cocaina, fra i più importanti al mondo, in cui si scontrano fazioni criminali colombiane ed ecuadoriane per cercare di accaparrarsi una fetta del traffico di droga, oltre al discorso dell’estrazione illegale dell’oro, del contrabbando di merci, del traffico di carburanti, della tratta di esseri umani».
In tale contesto, ricostruisce la docente dell’università di Torino, «Noboa ha accusato il governo colombiano di non controllare le proprie frontiere e di permettere a quelli che vengono definiti “narcoterroristi” di nascondersi e poi infiltrarsi in Ecuador». Bertaccini evidenzia inoltre «la chiusura di alcuni passi alla frontiera, come San Miguel, e l’aumento della tariffa per il trasporto del crudo colombiano nell’oleodotto Transecuadoriano, che è passata da 3 a circa 30 dollari al barile».
Quito e il conflitto armato interno
Dal 2024 l’Ecuador vive in uno stato di conflitto armato interno, dichiarato dal presidente per intensificare la lotta contro le bande criminali. Tuttavia il 2025 si è chiuso con un record di omicidi per il Paese sudamericano, con circa 9.300 casi, in base ai dati ufficiali. «Secondo le inchieste di Insight crime, su rapporti del 2024, l’Ecuador si posiziona come il Paese più violento dell’America Latina», riferisce l’analista, anche se «storicamente era stato risparmiato dalla quella violenza così forte come c’era stata nella vicina Colombia. Però — fa notare ancora — col tempo e con l’aumento della produzione di cocaina, anche nel momento del Covid in cui per la grande difficoltà di movimento si erano cercati nuovi siti per raffinare e stoccare la droga, pure l'Ecuador è diventato terreno fertile per l’espandersi di queste attività criminali», nel quadro delle rotte del Pacifico e dei confini sia con la Colombia sia con il Perù, tra i principali produttori mondiali di cocaina assieme alla Bolivia. «Anche le carceri sono divenute il fulcro di operazioni legate ai gruppi di narcotrafficanti e, quando è arrivato al potere, Noboa ha annunciato lo stato di “emergenza” e ha cercato la cooperazione con gli Stati Uniti, guardando peraltro al “modello” di Nayib Bukele in El Salvador».
Le presidenziali in Colombia
In uno scenario in cui «Ecuador e Colombia appaiono comunque su due posizioni diverse, con Noboa che è parte delle destre e Petro delle sinistre» latinoamericane, alla vigilia delle presidenziali in Colombia, col primo turno elettorale fissato per il prossimo 31 maggio, Bertaccini ricorda inoltre quanto annunciato da Quito, all’inizio di marzo, circa l’intensificazione della lotta contro i narcos e la criminalità organizzata tramite «operazioni congiunte» condotte con gli Stati Uniti. Una misura giunta, osserva, dopo gli incontri di Noboa con i vertici del Comando militare Usa per l’America Latina e i Caraibi (Southcom) e alla viglia della prima riunione, il 7 marzo a Miami, in Florida, dello Shield of the Americas, lo scudo delle Americhe, in occasione della quale Donald Trump ha annunciato una nuova coalizione regionale per combattere i gruppi di narcotrafficanti e i cartelli criminali attivi nell’area.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui