Sovraffollamento e isolamento sono tra i problemi più comuni nelle carceri italiane Sovraffollamento e isolamento sono tra i problemi più comuni nelle carceri italiane

Italia, carceri sempre più chiuse al mondo esterno. Il rapporto di Antigone

"Tutto chiuso". Il XXII rapporto dell'associazione Antigone fotografa le condizioni di detenzione in Italia. Dal 2022 al 2025 gli istituti di pena si sono sempre più chiusi al mondo esterno, i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse, l’isolamento è largamente utilizzato come metodo punitivo (la sua applicazione è aumentata del 171%) e la società esterna è ostacolata all’ingresso in carcere

Anna Lisa Antonucci - Città del Vaticano

Nelle carceri italiane «nessuno si fida più di nessuno». Dal 2022 al 2025 gli istituti di pena si sono sempre più chiusi al mondo esterno, i detenuti trascorrono quasi tutta la giornata in celle affollate e malmesse, l’isolamento è largamente utilizzato come metodo punitivo (la sua applicazione è aumentata del 171%) e la società esterna è ostacolata all’ingresso in carcere. Inoltre, l’introduzione della figura dell’agente di polizia penitenziaria sotto copertura «toglie fiducia e trasparenza al sistema». 

I dati del Rapporto

È la fotografia sulle condizioni di detenzione in Italia, realizzata dai volontari di Antigone attraverso 102 visite nelle carceri del Paese, contenuta nel XXII rapporto dell’associazione intitolato “Tutto chiuso”. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano detenute 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha così raggiunto il 139,1%. Sono ormai 73 gli istituti con un affollamento pari o superiore al 150%, mentre in 8 carceri si supera addirittura il 200%. Permane la carenza di personale sia tra la polizia penitenziaria che tra gli educatori (uno ogni 68 detenuti). Nella casa circondariale di Como addirittura un educatore per 183 reclusi.  «Ciò si traduce — spiega il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, ai media vaticani — in una realtà che porta il 60% dei detenuti in Italia a trascorre la quasi totalità della giornata dietro le sbarre della sua cella». Dunque, sottolinea Gonnella, la loro vita non è molto diversa da quella delle persone sottoposte al regime di alta sicurezza, 9,264 pari al 14,49% dei detenuti, per cui non è prevista alcuna libertà di movimento all’interno della sezione. 

Il dramma dei bambini in carcere

Un’emergenza questa che si somma ad altri due dati drammatici: «Il numero di bimbi reclusi con le madri, raddoppiato in un anno (da 11 a 26 presenze) — segnala Gonnella — e i ricorsi (oltre 30.000) accolti dalla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani e degradanti, raddoppiati tra il 2018 e il 2024». «Come abbiamo più volte evidenziato — prosegue il presidente di Antigone — l’aumento delle presenze non dipende da un aumento della criminalità. I reati in Italia restano, infatti, sostanzialmente stabili e nei primi mesi del 2025 risultano addirittura in calo dell’8%. A crescere sono invece le pene più lunghe e gli effetti delle politiche punitive adottate, con l’introduzione di oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena». «Ma soprattutto — sottolinea Gonnella — il sistema continua a fallire su un terreno decisivo: evitare che chi esce dal carcere torni a delinquere. Oggi solo il 40,8% delle persone detenute è alla prima carcerazione. Il 45,9% è già stato in carcere, da una a quattro volte. Il 10,6% da cinque a nove volte. Il 2,7% addirittura più di dieci volte». «È evidente — prosegue — che siamo di fronte ad un sistema carcerario che sembra aver perso di vista il dettato costituzionale secondo cui “la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato”. Lo dimostrano i dati sulle attività che sarebbero fondamentali per i percorsi di reinserimento e contro la recidiva: solo il 29,3% delle persone detenute lavora; l’85,6% di queste alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, spesso in mansioni poco spendibili fuori; appena il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% frequenta percorsi scolastici; appena il 3% è iscritto all’università». 

Il reinserimento negato

È sconfortate, inoltre, anche l’andamento dell’applicazione delle misure alternative alla detenzione che rallenta o addirittura arretra, ciò significa, dice Gonnella «che dal carcere si esce sempre meno e si viene murati vivi». E, secondo quanto riscontrato da Antigone, se il carcere si chiude, dentro aumentano drammaticamente le tensioni. Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono passate da 2.154 a 2.423 (+12,4%); le aggressioni tra persone detenute sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%); gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%. E, aggiunge il rapporto, il malessere aumenta con almeno 82 persone che si sono tolte la vita in carcere nel 2025 e già 24 suicidi dall’inizio del 2026 . Gli atti di autolesionismo restano oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti: significa che mediamente un detenuto su cinque compie gesti autolesivi. «Questi numeri — conclude Gonnella — raccontano una crisi strutturale che necessita di un approccio radicalmente diverso, a partire dalla cancellazione di tutte le circolari che hanno sempre più chiuso il carcere al mondo esterno».

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19 maggio 2026, 13:33