“Le farfalle della Giudecca”, uno sguardo senza pregiudizi sulle donne in carcere
Rosario Tronnolone - Città del Vaticano
Racconta l’eccezionale, ma non lo cerca. Scorre invece con la semplicità della quotidianità il documentario di Rosa Galantino e Luigi Ceccarelli "Le farfalle della Giudecca", presentato ieri, 5 maggio, al Nuovo Cinema Aquila di Roma e introdotto con la stessa semplicità dallo sguardo diretto di Ottavia Piccolo.
Luigi Ceccarelli, il vostro approccio a questa realtà, l’occasione di conoscerla, è stato un po’ casuale, è così?
Sì, assolutamente. Eravamo a Venezia per realizzare un documentario sulle Vigne Urbane di Venezia, quindi tutt’altro argomento. Ci hanno parlato del fatto che nel carcere femminile della Giudecca c’era l’orto che chiamavano “delle meraviglie”, che non prevedeva vigne, ma che sembrava fosse qualcosa di veramente eccezionale. Incuriositi, siamo andati a vedere questo “Orto delle meraviglie”, gestito da una cooperativa e dalle stesse detenute. Ogni martedì (o mercoledì, non ricordo bene) i veneziani, che sanno di questo orto, vanno a comprare questi prodotti. Abbiamo così avuto modo di conoscere la direttrice del carcere, la quale ci ha spiegato che lì non c’è soltanto l’orto, ma anche una lavanderia e stireria di altissimo livello (abbiamo visto delle macchine Hi-Tech) che fornisce questo servizio a hotel prestigiosi come il Danieli e l’Hilton. Poi ci ha accompagnato a vedere la sartoria, spiegandoci che veste spesso le madrine della Mostra del Cinema di Venezia, poi un servizio di cosmetica e di cereria artistica… Insomma lì dentro abbiamo scoperto una vera e propria factory, nella quale le detenute vengono regolarmente retribuite e che ha una vera e propria osmosi con la città: tutte queste cose raggiungono la città attraverso negozi o attraverso gli hotel che nominavamo prima. È una cosa veramente particolare, sia per il fatto di instaurare il meccanismo virtuoso che fa sì che queste donne non siano lì solo a scontare una pena, ma vi trovino anche uno strumento di redenzione personale e l’occasione di imparare dei mestieri che poi potranno tornare loro utili quando usciranno dal carcere, ma anche per questa connessione molto forte con la città. Ci è sembrata una cosa talmente particolare che abbiamo pensato fosse necessario raccontarla. Tutto questo avvenne prima della decisione eccezionale di Papa Francesco di far allestire il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Arte del 2024 all’interno del carcere della Giudecca.
E lì si è aggiunta un’altra attività per queste donne…
Sì, esatto. Effettivamente è nata un’attività nuova, perché molte di queste donne sono state istruite per diventare le guide dei visitatori, hanno quindi studiato le opere d’arte per poi illustrarle a chi veniva a visitare il Padiglione al punto che alcune di loro continuano questa attività part time nei musei della città.
Ho trovato molto bello e molto poetico il titolo che avete dato al vostro documentario. Perché avete scelto di intitolarlo “Le farfalle della Giudecca”?
Perché tra le interviste che abbiamo fatto ce n’era una ad una di queste guide che per l’appunto ci spiegava un’opera d’arte costituita da una serie di costruzioni di tessuto che pendevano dal soffitto della bellissima cappella sconsacrata del carcere e in quest’opera lei vedeva una costruzione di nidi di farfalle che un giorno sarebbero volate via libere. Era talmente bella questa metafora, e lei talmente intensa mentre lo diceva, che abbiamo esteso a tutte le ospiti della casa di reclusione questo appellativo di “farfalle” da cui il titolo “Le farfalle della Giudecca”, anche perché molte di loro oggi godono di un regime di semilibertà, lavorano all’esterno, sperimentano già questa liberazione.
Vi avvalete di una voce narrante di assoluto prestigio, un’attrice straordinaria, Ottavia Piccolo...
Ottavia Piccolo era ai nostri occhi un passaggio obbligato, intanto perché è un’amica, ma anche perché lei è un punto di riferimento di tutte le attività civiche e sociali a Venezia, visto che abita al Lido. Appena l’abbiamo interpellata è stata felice di far parte di questo viaggio e in effetti il documentario parte con il suo racconto di quello che poi andremo a vedere. Oltre ad avvalersi di una collaborazione così particolare e qualificata come quella di Ottavia Piccolo, il documentario è arricchito anche da un cameo di Papa Francesco, perché abbiamo ripreso il suo arrivo in elicottero nel cortile del carcere e la prima cosa che ha fa, prima di incontrare le autorità, è incontrare le detenute che chiama “sorelle”.
C’è un aspetto che vorrei sottolineare, ed è l’aspetto umano del vostro incontro con queste donne. Lei ha parlato del contatto fisico con loro che fa cadere la barriera tra chi visita e chi è visitato: improvvisamente si stabilisce un rapporto più forte, basato sul rispetto.
Lei può immaginare cosa sia stato entrare con le telecamere in un luogo così particolare. La prima reazione è stata la diffidenza. Ce l’aspettavamo, era ovvio che fosse così. È stato un percorso di presa di consapevolezza reciproca, innanzitutto una forma di attenzione nei loro confronti. Non ci siamo posti come qualcuno che andava a fare qualcosa, ma come qualcuno che si aspettava qualcosa da loro: una narrazione, un racconto. Piano piano è passato il messaggio che non eravamo lì a fare il solito servizio televisivo o un documentario (o un film) intrusivo, ma che eravamo lì per sapere da loro cosa volevano raccontarci liberamente, rispettando la loro privacy. Questo è stato molto apprezzato e piano piano si è stabilito un rapporto di amicizia culminato spontaneamente nel gesto dell’abbraccio. Abbiamo capito che questo significava che sentivano che noi riconoscevamo la loro dignità di persona al di là di ciò che poteva essere il loro pregresso, o il loro futuro. Rispettavamo la loro dignità. E questo ha fatto del rapporto un rapporto di amicizia e di fiducia, tanto che, per esempio, una delle ex detenute è venuta a vedere il documentario al cinema Aquila.
Un racconto onesto e rispettoso, un racconto umano, che guarda alla riabilitazione piuttosto che alla pena. Uno sguardo senza pregiudizi.
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