Armi e tecno-difesa sono tra i principali settori beneficiari di un'economia di guerra Armi e tecno-difesa sono tra i principali settori beneficiari di un'economia di guerra  (©Kadmy - stock.adobe.com)

Economia di guerra, il business dell'insicurezza geopolitica permanente

Chi ci guadagna e chi ci perde da un’economia orientata alla guerra? Elevati i profitti di chi si avvantaggia da una situazione di conflittualità “sistemica”. Industrie della tecno-difesa, settore del petrolio e comparto degli armamenti i maggiori beneficiari. Pochi parlano però dei costi in termini di vite umane, ambiente, fragilità delle relazioni internazionali e restrizione delle libertà personali. Intervista con Vittorio Pelligra, professore di politica economica all’Università di Cagliari

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

La guerra genera profitti e considerevoli occasioni d’affari. Ne godono i benefici soprattutto alcuni Paesi e settori economici, e non necessariamente quelli afferenti al campo del sommerso. Il “Financial Times” ha ricordato come negli ultimi mesi, nonostante la crisi mediorientale in corso – o forse grazie alla stessa –, l’insieme delle attività produttive a livello globale abbia continuato a crescere a un ritmo superiore al 3% annuo. Ma se il rimbalzo di cui si avvantaggia l’economia in caso di conflitti armati o crisi di varia natura ormai non è più tanto un mistero, oggi a essere diventata un business è la paura, grazie alla quale, e attorno alla quale, si va strutturando un nuovo ordine mondiale fondato sull’insicurezza e l’instabilità. Non più qualcosa di materiale, verrebbe da dire, ma un bene sul cui valore si scommette per l’avvenire: una sorta di futures, proprio come nei mercati finanziari, con l’aggravante però di una totale assenza di rischio, che invece è caratteristica costitutiva di ogni investimento. La conclusione è che la pace, in sé, non conviene più.

La “nuova monarchia della paura”

A esserne convinto è Vittorio Pelligra, professore di politica economica e direttore del Centro di Scienze comportamentali e statistiche dell’Università di Cagliari, esperto di economia civile e studioso dell’applicazione di modelli teorici attraverso il dialogo con la psicologia cognitiva e le neuroscienze, che in una serie di suoi recenti interventi pubblici ha parlato di “nuova monarchia della paura”. “Oggi è profondamente cambiato il modello di business di chi si occupa del settore cosiddetto della tecno-difesa, che non si basa più sulla produzione solo di armamenti”, dice durante un’intervista con i media vaticani. E questo perché il nuovo criterio dominante – non operando più all’interno del recinto della deterrenza, “per cui ci si arma per mandare un segnale ai potenziali avversari circa i costi che essi subirebbero scatenando un attacco” – è quello che gli esperti chiamano “ pre-emption, ovvero una sorta di azione preventiva in corrispondenza della quale si tende a prepararsi a qualcosa che potrebbe accadere anche se non è ancora accaduto, e forse non accadrà mai. In sostanza, si deve mantenere una situazione di costante pericolo”. Proprio nel passaggio da deterrenza a pre-emption, “l’insicurezza geopolitica diventa l’humus sul quale quel tipo di industria prospera”, e allo stesso tempo un moltiplicatore della crescita delle armi, nonché “una forma di capitale dalla quale diventiamo dipendenti”. Pertanto, “tutta l’industria della difesa non serve più a garantire maggiore sicurezza”, ma si sviluppa “su uno stato di insicurezza permanente”, di cui essa ha necessità “per poter crescere”. Si va strutturando una “causalità circolare” grazie alla quale “l’instabilità geopolitica chiama nuovi investimenti, ma questi investimenti hanno come obiettivo che l’insicurezza non passi”, dice.

Armi e difesa i primi beneficiari

L’interesse a che questo accada ha nomi e cognomi. Anzitutto, “l’enorme apparato delle grandi società tradizionali del settore difesa, sia in Europa sia Usa, che hanno ritrovato in questi anni una nuova giovinezza. Basta guardare i loro titoli in Borsa”. Secondo “The New York Times” in due mesi di guerra in Iran il Pentagono ha speso più della somma stanziata ogni anno per le munizioni, e per il prossimo bilancio federale Donald Trump ha chiesto che alla voce difesa venga assegnata la cifra monstre di 1.300 miliardi di dollari, con conseguenti cospicui guadagni per le industrie produttrici. L’ultimo rapporto Sipri evidenzia come tra il 2021 e il 2025 l’incremento del volume globale degli acquisti di armi sia lievitato del 9,2%. Nello stesso periodo l’Europa, in virtù dei trasferimenti all’Ucraina e dei progetti di riarmo, ha triplicato le importazioni di strumenti bellici, rappresentando il 33% del totale mondiale, contro il 12% del quinquennio 2016-2020.

Un caccia nella base aerea a Jakarta in Indonesia
Un caccia nella base aerea a Jakarta in Indonesia   (ANSA)

Il controllo tecnologico come dato ineluttabile

C’è poi tutto un “eco-sistema di aziende delle nuove tecnologie, legate a robotica, IA, estrazione e gestione dei dati. La sicurezza viene vista come la capacità di anticipare, prevedere e reagire in anticipo rispetto a minacce più o meno concrete". E’ una galassia di cui fanno parte per esempio Palantir o Anduril (la prima, tanto per fornire un dato, ha presentato il mese scorso un bilancio del trimestre di inizio anno che segna un incremento dei ricavi dell’85% rispetto allo stesso periodo del 2025, e una previsione del 71% in più per l’anno in corso). Sono start up hi-tech, che lavorano per molti governi e dipartimenti della Difesa, ma hanno “caratteristiche diverse dai grandi appaltatori dello Stato, perché fanno innovazione e investimenti” dove pensano sia più redditizio: “Non sono orientate dal potere pubblico, ma orientano loro gli investimenti dei governi e possono contare su un flusso costante di contratti miliardari. Inoltre, va detto che la connessione tra tecnologia e armamenti oggi è espressamente teorizzata”. Nel suo ultimo libro, Alex Karp, ceo di Palantir, “spiega alle aziende della Silicon Valley il dovere morale che esse hanno nel lavorare con l’amministrazione per rendere il Paese più sicuro” e difendere l’Occidente dalle minacce esterne. La tecnologia non è un potere neutrale, scrive Karp, ma geopolitico, e deve diventare un alleato delle democrazie per contrastare le autocrazie, come la Cina, che già la usano per affermarsi nel mondo. A pesare oggi – è il presupposto – non sono dunque Stati ed eserciti, o almeno non solo loro, ma soprattutto algoritmi, dati, software e uso dell’IA.

Il “capitalismo della sorveglianza”

E’ il “capitalismo della sorveglianza”, denunciato, tra i primi, dalla sociologa Shoshana Zuboff nel suo saggio omonimo del 2019. E non sono pochi a pensare che un mondo maggiormente controllato, in cui le vite siano sotto la lente di qualche “grande fratello” istituzionale o meno, possa essere tutto sommato preferibile. Da George Orwell a Dave Eggers, la letteratura distopica ha fornito straordinari racconti profetici su quanto è oggi realtà, con minacce evidenti a libertà personali e privacy. Alla base c’è anche il mito, costruito negli anni, della trasparenza a tutti i costi. “Il problema – evidenzia Pelligra – è sempre chi controlla i controllori. Ma questi strumenti sono nelle mani di poche persone che sfuggono totalmente alla dinamica del controllo democratico. Perciò il ‘per chi, perché e come’ facciano determinate operazioni sono questioni assolutamente opache che il discorso pubblico non riesce a intercettare e la politica ha perso l’ambizione di guidare”. L’implicazione diretta è che “quando lo ‘stato di eccezione’ diventa la regola, la scelta politica a sua volta diviene superflua: se l’esigenza di riarmarsi è presentata come una necessità, non c’è più spazio per altro, e i cittadini non possono che adeguarsi ai governanti”, i quali a loro volta sono piegati “a una narrazione” imposta dall’esterno che “presenta il pericolo come imminente e ineliminabile”. Così si autorizzano, si giustificano e si accettano palesi violazioni degli spazi di libertà e privacy personali “per un presunto bene maggiore”.

I rischi dell'IA
I rischi dell'IA   (REUTERS)

Il pericolo di una tecnologia senza limiti

La summa di quanto detto sta nel pensiero del fondatore di Palantir, Peter Thiel, secondo il quale la tecnologia decide, la politica esegue. In contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa, è la vittoria dello spirito secondo cui “tutto ciò che è tecnicamente possibile, è giusto e doveroso farlo. Un’idea di avanzamento tecnologico che non può e non deve essere governato, libero da limitazioni di principi etici, morali e nemmeno democratici”, denuncia il professore. Thiel sostiene che con la tecnologia “è possibile formare il consenso bypassando tutte le procedure tradizionali”.

I guadagni del settore energetico e petrolifero

A guadagnare da un’economia di guerra non è però solo il settore tecnologico e della difesa, ma anche quello energetico: materie prime e petrolio in primis. Secondo Bloomberg, gli operatori e gli intermediari nel mercato del greggio stanno registrando gli utili più elevati dal 2022, anno dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina. Società come Vitol, Trafigura, Gunvor, Mercuria Energy, avranno guadagni astronomici, con utili in alcuni casi di più di 2-3 miliardi di dollari. Oggi il prezzo del Brent viaggia costantemente sopra i 100 dollari al barile. Tra i Paesi a registrare i maggiori benefici vi sono Stati Uniti e Russia, oltre ad altri come Indonesia (per il carbone) e Norvegia. “Per quanto riguarda Washington – evidenzia – il ri-apprezzamento del greggio è la conseguenza di decisioni e andamenti di lunga durata, preparati nel tempo. La politica delle trivelle e del fracking, oltre al rinnegamento dei principi della transizione ecologica, erano punti del programma politico dell’attuale amministrazione”. Ci guadagnano le raffinerie, che possono procurarsi così petrolio nel mercato interno o al massimo importandolo da Messico e Canada, e anche dal Venezuela, dal quale la provenienza di oro nero è triplicata nell’ultimo anno, secondo dati della Us Energy information administration. Ci guadagnano le grandi major, come ExxonMobil e Chevron, le cui azioni sono salite di oltre il 20%, ma anche le europee Bp, Shell e TotalEnergies, che hanno di molto accresciuto i profitti. Mosca trae invece vantaggi dal blocco del canale di approvvigionamento di Hormuz e dei Paesi del Golfo, grazie a un alleggerimento delle sanzioni. “Una misura che si è resa di fatto necessaria. Ma perché questo? Perché si è interrotto un flusso specifico in conseguenza di una scelta unilaterale, ovvero quella di Usa e Israele di bombardare l’Iran. E la si presenta ora come una necessità ineludibile”.

I vantaggi per le Borse e i titoli azionari

Ma la lista dei beneficiari continua. Anche i mercati finanziari e borsistici vedono volare le quotazioni di determinati titoli. L’indice S&P500, che misura l’andamento di un paniere azionario formato dalle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha guadagnato più del 3% nel periodo febbraio-aprile 2026 (l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran è iniziato il 28 febbraio), con un incremento del 30% su base annua. Rimbalzi che hanno riguardato anche i grandi trader. “L’insicurezza e la paura per alcuni sono forme di capitale che danno enormi rendimenti. Ma molti altri settori industriali sono in grande difficoltà”: sia perché, per questi la situazione attuale costituisce un pantano nel quale è complicato fare pianificazioni e programmi; sia “perché le industrie della guerra drenano la maggior parte degli investimenti in circolazione”.

Volano determinati titoli nel mercato azionario
Volano determinati titoli nel mercato azionario   (ANSA)

Su chi ricadono i costi

Mai, o quasi, però si parla dei costi di un’economia di guerra, se non per i freddi bollettini che aggiornano di giorno in giorno i numeri delle vittime. Ma a fronte di chi accumula guadagni da capogiro ci sono tutti coloro che ne hanno perdite consistenti. “Anzitutto, quei settori che pagano la difficoltà a trovare finanziatori che preferiscano investimenti nel campo della pace, della transizione energetica, dello sviluppo”. Ci sono i “costi in termini di fragilità delle relazioni internazionali – aggiunge Pelligra -: il sistema delle organizzazioni multilaterali, al netto dei suoi difetti, è saltato. I rapporti tra quelli che un tempo erano alleati sono evaporati, e siamo ormai in presenza di una logica hobbesiana. Una volta la guerra fredda si reggeva sul ‘delicato equilibrio del terrore’, oggi anche questa logica, pur perversa, non esiste più e viviamo una turbolenza costante”. E questo, conseguentemente, “porta al blocco del commercio e alle guerre tariffarie come strumenti di persuasione e ritorsione”. C’è il tema della democrazia. “Gli spazi nel dibattito pubblico rispetto a certi temi sono estremamente ridotti. Non appena qualcuno prende una posizione critica in un dibattito che già di per sé è polarizzato e polarizzante, viene incasellato in uno degli estremi. Un atteggiamento che sterilizza la complessità dei problemi che invece siamo chiamati ad affrontare”. Infine, le ripercussioni sulle libertà personali e la privacy, “che non esiste più e che già con l’avvento dei social abbiamo rinunciato a tutelare”.

Whatever it takes per il bene comune

Davanti a uno scenario così problematico sembrerebbe venir meno la possibilità di soluzioni. In realtà, non è così, conclude l’analista. La prima questione è culturale. Abbiamo subito negli ultimi tempi “una ristrutturazione del modo di pensare e della narrazione", spiega. "Se anni fa parlare di guerra nucleare era un tabù, oggi questa è annoverata tra le possibilità. Si è poi tornati a considerare la deterrenza come base per la pace. Ma questa non è pace, è assenza di conflitto che si basa sulla paura. Come ci ha detto Papa Leone la pace è il risultato di un cambiamento totale di prospettiva. Occorre perciò anzitutto lavorare per sfuggire alla retorica bellicista, che normale non è affatto". Anche giovedì scorso alla Sapienza Università di Roma il Pontefice ha sottolineato che non si può chiamare difesa ciò che è solo riarmo e arricchisce le èlite. "Poi c’è la pressione che i cittadini possono esercitare sui rappresentanti politici, per esempio nei termini di una ricostituzione di una vera alleanza europea. Le sanzioni decise dall'Ue nei confronti di coloni violenti della Cisgiordania sono un piccolo segnale: pur non essendo quantitativamente molto rilevanti, lo sono invece come dato politico”. Infine, come consumatori “abbiamo sempre la possibilità di votare con il portafoglio, indirizzando i nostri investimenti e i nostri acquisti verso scelte etiche”, conclude Pelligra. Insomma, whatever it takes per non perdere la speranza, rimettere al centro la tutela delle libertà personali, la giustizia e il bene comune, e ridare alla politica il ruolo che le spetta.
 

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19 maggio 2026, 09:10