Lyubov in una foto con il suo "Sashunia", il figlio Oleksandr morto al fronte nel 2024 Lyubov in una foto con il suo "Sashunia", il figlio Oleksandr morto al fronte nel 2024

Ucraina, storia di Lyubov: "Mio figlio portato via dalla guerra. Ora sono mamma di tutti"

La donna ha perso il suo Oleksandr il 28 febbraio 2024, caduto al fronte a 29 anni: "Non c’è dolore più grande che seppellire i propri figli. Conservo le sue cose e ancora lo aspetto". Non riusciva a trovare pace, questa mamma, fino a quando ha incontrato altre donne nella stessa situazione nel progetto "Le Madri di Casa Padre Pio": "Una carezza per l’anima". Ha incontrato il Papa, aiuta i soldati in cui rivede i suoi figli e a chi vive un lutto offre un messaggio di speranza

Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano

Immaginiamo spesso la speranza come se fosse un pensiero leggero, un sogno di futuro migliore. Ma nei contesti di dolore profondo, la speranza assume un significato più radicale: diventa la vita stessa, la decisione consapevole di continuare a vivere nonostante tutto. E il dolore non si trasforma in disperazione quando viene condiviso con un altro essere umano. Per Lyubov, mamma di un soldato ucraino caduto al fronte, la speranza nasce ancora prima della sua decisione di partecipare a un progetto di riabilitazione. Le sue radici affondano nel cuore di suo figlio. Ogni abbraccio a un soldato tornato dal fronte, ogni pacco di cibo preparato con amore, ogni parola di sostegno a una famiglia colpita dalla guerra, è un seme di speranza che fiorisce. In questi atti quotidiani, la memoria e l’amore si intrecciano, trasformando il dolore in vita condivisa e in un filo invisibile che continua a unire chi resta e chi ha combattuto.

Il ricordo del suo “Sashunia”

“Sashunia”, così, con questo tenero soprannome Lyubov continua a chiamare suo figlio Oleksandr Tymchenko, che il 28 febbraio 2024 è caduto al fronte per difendere il proprio Paese. Aveva 29 anni. “È così dura – racconta la donna ai media vaticani – ma cerco di non chiudermi in me stessa, cerco di essere utile agli altri. Non siamo eterni, e voglio che dopo di noi la memoria di lui rimanga luminosa, degna e onorevole”.

Prima della guerra, Oleksandr non aveva fatto il servizio militare obbligatorio in Ucraina perché aveva ottenuto una sospensione di sette anni, dopo che il fratello maggiore era tragicamente morto a 27 anni. Studiava all’Università Agraria di Vinnytsia, dove ha conseguito la laurea triennale. Avrebbe voluto continuare gli studi, ma dopo la morte del fratello ha deciso di fare una pausa e iniziato a lavorare con il padre sulla mietitrebbia. “Amava molto i campi – ricorda la madre – raccogliere il grano e il mais. Si preoccupava dei piccoli coniglietti, per non ferirli durante la raccolta. Amava la natura, la pesca. Era un ragazzo di grande bontà”.

Il giovane ucraino Oleksandr Tymchenko
Il giovane ucraino Oleksandr Tymchenko

Le ultime parole al telefono

Quando è iniziata l’invasione russa su larga scala, Oleksandr ha deciso di arruolarsi volontario nelle Forze Armate insieme al padre. Ha servito per alcuni mesi nella difesa territoriale, poi è stato inviato nella zona di confine con la Belarus, e successivamente a Krasnohorivka, nella regione di Donetsk. Ha subito una ferita al ginocchio, è stato operato e ha seguito la riabilitazione. Durante la convalescenza è riuscito a tornare a casa, ma prima della fine del periodo previsto ha deciso di tornare al fronte. “Il comandante lo ha chiamato – racconta Lyubov – dicendo che doveva partire perché mancavano uomini”. Oleksandr è tornato nuovamente a Krasnohorivka, nella regione di Donetsk. Il terzo giorno dopo essere arrivato nella nuova posizione, a tutti è stato ordinato di muoversi verso il fronte. Lì Oleksandr ha trovato la morte. “Ci siamo sentiti l’ultima volta il 28 febbraio, verso le 21. Ha detto a mio marito: ‘Qui la situazione è molto dura… Fammi parlare con mamma’. Gli ho detto: ‘Figlio mio, finché sei con noi, abbiamo vita, speranza e gioia’. Ma era difficile per lui parlare, c’era tanto rumore, colpi e esplosioni”.

“Mammina, buona fortuna, e a me quel che sarà”, ha detto con una freddezza mai avuta prima Oleksandr alla mamma. “Sono state le ultime parole che ci siamo scambiati. Quella notte sono rimasta sveglia, angosciata. Credo che nessuna mamma debba mai provare un dolore come quello che abbiamo provato noi. Erano le 02:15 di notte quando mi sono sentita molto turbata, avevo la sensazione che mi stessero tagliando a metà con una spada. Solo più tardi mi hanno detto che in quel momento mio figlio era morto, ucciso dai droni”. Il corpo di Oleksandr è stato portato a casa e i genitori hanno organizzato il funerale. C'era così tanta gente che fino alle 4 del mattino la fila non si interrompeva. “Volevo tanto restare sola con mio bambino, perché non riuscivo a trovare pace. Non riuscivo a credere che fosse davvero successo”, ricorda Lyubov. Lei, come mamma, aveva bisogno di vedere e toccare le ferite del figlio: “Solo allora ho capito che non poteva esserci più vita”.

Oleksandr con il suo papà
Oleksandr con il suo papà

"Ogni mamma non smette mai di aspettare"

Lyubov racconta che, quando vede militari in strada, si avvicina e chiede: “Posso abbracciarti?”. Le sembra così di abbracciare suo figlio. Una volta ha incontrato un soldato che era chiaro stesse tornando dal fronte. Quando lo ha abbracciato, ha sentito l’odore della guerra, del fumo. “Quando Sashunia tornava, non mi dava mai nemmeno i suoi vestiti, ma li gettava lui stesso in lavatrice, in modo che non ne sentissi nemmeno l’odore. Quello stesso odore l’ho sentito solo quando ci hanno portato le sue cose dopo la morte. Ho messo tutto sul comò, come in un museo. Vado lì, parlo con quegli indumenti. Anche nell’armadio ci sono le sue cose. Le lavo e le rimetto a posto, perché Sashunia tornerà. Ogni mamma non smette mai di aspettare, che lo abbia visto nella bara o meno. Perché non c’è dolore più grande al mondo che seppellire i propri figli”.

Sono passati più di due anni, eppure i genitori di Oleksandr trepidano ancora ogni volta che un’auto passa davanti a casa. Perché il loro Sashunia arrivava sempre a sorpresa. “Arrivava proprio nei momenti in cui avevo qualche problema o qualche preoccupazione, e lui spuntava come un raggio di sole. E ancora oggi lo aspettiamo proprio come quel raggio di sole – racconta la mamma sospirando. – Quando sentiamo un’auto o una moto, ci aspettiamo che sia lui. Sapete, la mia anima è così stanca, e io continuo ad aspettare… Forse ho semplicemente imparato a ingannare me stessa? Ma non si può dire che sia un inganno. È semplicemente il modo in cui la mia anima, il mio cuore, aspira all'amore. Vedete, il mio cuore e la mia mente non vanno d'accordo: la mente dice una cosa, mentre il cuore dice: ‘Lui arriverà’. Ma lui non potrà più arrivare...”.

In ricordo di Oleksandr
In ricordo di Oleksandr

Un progetto insieme ad altre madri

Nell’agosto del 2024, Lyubov è stata invitata a partecipare al progetto di riabilitazione Le Madri di Casa Padre Pio. All’inizio ha esitato: “Era tutto buio, buio ovunque”. Non riusciva, la donna, a conciliare i ricordi del funerale con la speranza di vedere ancora una volta il proprio figlio. Alla fine, però, ha deciso di andare e si è recata a Kyiv nella parrocchia dei Frati Minori Cappuccini che guidano il progetto. “Non riesco a immaginarmi oggi: se non fossi stata lì, sarei già impazzita”. Grazie all’aiuto degli operatori e dei coordinatori del progetto, Lyubov ha imparato a vivere di nuovo, “per portare avanti il ricordo luminoso del figlio”. Partecipando alle sedute psicologiche e condividendo il dolore con altre madri – 16 quelle coinvolte nel progetto – Lyubov ha trovato forza per fare i passi avanti. Tornata a casa, ha notato di nuovo i fiori nel giardino e si è tolta il foulard nero. Ha ringraziato chi, con dedizione, ha aiutato ogni mamma a trovare la propria via per continuare a vivere. Dopo aver partecipato al progetto Le Madri di Casa Padre Pio, Lyubov, con un gruppo di altre mamme, ha visitato il Vaticano dove ha incontrato il Papa, e più tardi ha preso parte a un altro progetto. “Sono andata una volta, poi una seconda, una terza… e sentivo già il bisogno di tornare”. In quegli incontri ha scoperto una famiglia allargata, fatta di mamme che condividono lo stesso dolore: “Le nostre ferite sanguinano allo stesso modo”. I professionisti che l’hanno seguita, l’hanno sostenuta sempre con gentilezza, rispetto e dedizione. Un sostegno prezioso: “Per noi è una grande forza, un grande aiuto, una carezza per l’anima”, afferma Lyubov.

Un aiuto o, a volte, solo un abbraccio

Molti commilitoni e amici di Oleksandr continuano a contattare suoi genitori e li vengono a trovare. Lyubov e il gruppo che guida nel suo villaggio di Zabolotne, composto anche da donne anziane di oltre 80 anni, si dedicano ad aiutarli: preparano cibo, confezionano oggetti utili e organizzano tutto il possibile. Un inverno, con un freddo intenso, Lyubov ha visto sui social il post di una donna che chiedeva candele per riscaldare i soldati al fronte. “Le produrremo”, ha commentato, chiedendo l’indirizzo per inviarle. Poco dopo, ha ricevuto una telefonata: era il militare Vadym. “Mamma Lyuba, [i militari ucraini spesso chiamano “mamma” le madri dei commilitoni e dei soldati caduti, ndr] siamo seduti accanto alle candele. Per la prima volta in due settimane abbiamo sentito calore e acqua calda”. “Mi ha riempito di gioia – ricorda Lyubov -. Per mesi, ogni volta che vedevo il fuoco, li avevo davanti agli occhi. Mi sembrava di poter trasmettere loro quel calore”. I soldati, pur non conoscendo né lei né suo figlio, spesso vengono a trovarla. Si abbracciano e piangono insieme: “In ogni ragazzo vedo i miei figli, e li amo tutti”. A chi vive il lutto questa mamma coraggiosa raccomanda di non chiudersi in sé stessi, di non arrabbiarsi, di vivere la vita fino in fondo, perché “siamo tutti ospiti temporanei qui e dobbiamo attraversare questo cammino nel modo degno, per quanto difficile possa essere”.

Il Papa saluta Lyubov Tymchenko al termine dell'udienza generale nel settembre 2025 (@Vatican Media)
Il Papa saluta Lyubov Tymchenko al termine dell'udienza generale nel settembre 2025 (@Vatican Media)   (@Vatican Media)

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10 maggio 2026, 11:00