Ciadiani in un villaggio del sud Ciadiani in un villaggio del sud 

Ciad, nasce un fronte comune interconfessionale per la pace e la stabilità

Storico accordo a N'Djamena tra leader cristiani e musulmani che, insieme a esponenti del governo, hanno sottoscritto lo statuto della piattaforma interconfessionale per rafforzare la coesione sociale in un Paese segnato da violenza, povertà e da una drammatica crisi umanitaria. L’organismo beneficerà del sostegno previsto dalla legge per coordinare in modo efficace anche le attività di prevenzione dei conflitti

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Sospeso tra croniche fragilità strutturali e un forte bisogno di coesione interna, privo di sbocchi sul mare, il Ciad vive intrappolato in una drammatica crisi umanitaria, violenze ricorrenti di matrice terroristica e non, e un isolamento geografico che ne strangola lo sviluppo economico. A questo si somma una vulnerabilità climatica e ambientale con l'avanzamento inesorabile del deserto del Sahara verso sud che sta erodendo, anno dopo anno, i terreni coltivabili, mentre il Lago Ciad, un tempo riserva idrica e vitale per milioni di persone, si è ridotto a una frazione della sua estensione originaria.

Profughi e crisi alimentare

La stragrande maggioranza dei ciadiani vive infatti di agricoltura e pastorizia di sussistenza, muovendosi in un contesto di povertà diffusa dove l'accesso all'istruzione e alla sanità resta un privilegio per pochi. Il basso tasso di alfabetizzazione, che colpisce in modo particolare le donne, e una crescita demografica paradossalmente tra le più alte del pianeta, mettono costantemente sotto pressione i deboli servizi sociali gestiti dallo Stato. E poi c’è la questione dei rifugiati, oltre un milione, secondo recenti stime dell’UNHCR, per lo più provenienti dal Sudan e ammassati in campi profughi dove a malapena si sopravvive. Per non parlare dell’insicurezza alimentare che colpisce oltre 3,5 milioni di persone in tutto il Paese e costringe molte famiglie ogni giorno a lottare contro la fame, la scarsità di beni di prima necessità, il mancato accesso all’acqua potabile e a servizi igienici. Circa 480.000 bambini soffrono di malnutrizione acuta grave, e il dato è in aumento.

Gli appelli del Papa

Negli ultimi mesi, le tensioni intercomunitarie tra pastori nomadi e agricoltori stanziali sono tornate a infiammare le regioni meridionali, esasperate dalla scarsità di terre fertili e pascoli dovuta, appunto, al cambiamento climatico. Tali scontri, che ciclicamente provocano vittime e spostamenti di popolazioni, rischiano costantemente di assumere una pericolosa connotazione identitaria e confessionale. Sul fronte della sicurezza esterna, la pressione non è da meno. La regione del Lago Ciad rimane teatro di incursioni e letali attacchi terroristici da parte delle fazioni jihadiste di Boko Haram e dell'ISWAP (Islamic State West Africa Province) che hanno destato più volte la preoccupazione di Papa Leone XIV, l’ultima in ordine di tempo, quando al Regina Caeli dello scorso 10 maggio, ricordando l’aumento delle violenze nella regione del Sahel ha detto:  “Assicuro la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono. Auspico che cessi ogni forma di violenza e incoraggio ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra”. Solo poche settimane fa, l'ennesimo scontro di frontiera ha costretto infine l'esercito governativo a dispiegare massicci contingenti, sottraendo risorse preziose ai bilanci per la scuola e la sanità.

Costruire un Ciad unito e prospero

In questo scenario una risposta concreta agli appelli del Papa, arriva proprio dalle religioni, potente collante sociale. Storicamente infatti il Paese è diviso tra un nord a maggioranza musulmana sunnita e un sud prevalentemente cristiano e animista. È proprio per disinnescare il rischio che queste differenze di fede vengano strumentalizzate dalle fazioni politiche, che lo scorso 25 giugno è giunta una svolta istituzionale di portata storica. A N'Djamena, capitale del Ciad, come riporta l'agenzia FIDES, è stato ufficialmente firmato lo statuto e il regolamento interno della piattaforma interconfessionale, un atto che sancisce la nascita di un fronte comune per la pace e la sicurezza. “Continueremo a lavorare affinché tutti possano contribuire allo sviluppo umano e al raggiungimento del nostro obiettivo condiviso, ovvero costruire un Ciad unito, prospero e proiettato verso il futuro”, ha detto monsignor Edmond Djitangar Goetbé, arcivescovo di N'Djamena, presentando la piattaforma costituita dal Consiglio nazionale per gli affari islamici del Ciad (Conseil National des Affaires Islamiques du Tchad, CNAIT), dalla Conferenza Episcopale del Ciad (Conférence Épiscopale du Tchad, CET) e dall'Alleanza delle Chiese e Missioni Evangeliche del Ciad (Entente des Églises et Missions Évangéliques au Tchad, EEMET).

Il quadro legislativo

Durante la cerimonia, presieduta dal vice primo ministro responsabile dell'Amministrazione territoriale e del Decentramento, Limane Mahamat, è stato ribadito come la piattaforma non sia un mero patto formale tra le diverse fedi, ma rappresenti un importante passo avanti nel rafforzamento della coesione sociale e dell'accettazione reciproca tra le comunità, poiché istituisce un quadro legislativo che consentirà ai leader religiosi di coordinare i propri sforzi per preservare la pace, promuovere lo sviluppo economico e impegnarsi nella risoluzione delle crisi. “Non esisteva un quadro adeguato che permettesse ai leader religiosi di svolgere efficacemente le loro missioni comuni. Grazie allo statuto e al regolamento interno della piattaforma interreligiosa, essa potrà ora operare come qualsiasi associazione legalmente riconosciuta e beneficiare del sostegno previsto dalla legge”, ha affermato il vice primo ministro, confermando anche l'apprezzamento del presidente del Ciad Mahamat Idriss Déby Itno per il ruolo svolto dalle diverse confessioni religiose nella promozione della pace nel Paese.

Una laicità collaborativa

La piattaforma si propone pure di prevenire la strumentalizzazione delle religioni per alimentare l’odio e la divisione sociale. Come ha affermato Tao Élysée, segretario dell'EEMET teorizzando il concetto di "laicità collaborativa", in cui lo Stato riconosce il valore sociale e pacificatore della dimensione spirituale: “Non serve a nulla che le religioni diventino causa di reciproco rifiuto. Abbiamo certamente i nostri fedeli e le nostre convinzioni, ma abbiamo anche una nazione da costruire insieme. Viviamo in uno Stato laico, ma in una laicità collaborativa, nella quale Dio deve avere il suo posto nella società. Senza questa dimensione spirituale, la nostra società perderebbe una parte importante del suo significato”.

Un accordo cruciale per il futuro

“Insieme ai nostri fratelli delle comunità cattolica e protestante - ha detto lo sceicco Abdadayim Abdallah Ousman, presidente del CNAIT - lavoriamo da diversi anni per promuovere la convivenza pacifica e il rispetto reciproco. Sosteniamo le azioni dello Stato volte a rafforzare l'unità nazionale e a sensibilizzare i nostri concittadini sul fatto che siamo innanzitutto ciadiani, chiamati a vivere insieme”. Questo accordo, dunque, rappresenta un baluardo cruciale per il futuro: in un Ciad strutturalmente fragile e assediato dalle crisi regionali, la stabilità non si costruisce solo con le armi, ma blindando la convivenza quotidiana, rendendola un baluardo contro ogni deriva di violenza politica e sociale. Una scommessa che i leader religiosi hanno deciso di giocare insieme, per costruire prosperità per il proprio popolo ed unità nazionale.

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28 giugno 2026, 08:30