Dentro l'hotspot di Lampedusa, con gli occhi dei migranti
Gabriella Ceraso e Franco Piroli - Lampedusa
Lavorare con umanità e accogliere tutti quelli che attraversano il Mediterraneo. Sono i principi che muovono la Croce Rossa italiana che, dal 1° giugno 2023, ha assunto ufficialmente la gestione dell'hotspot di Contrada Imbriacola a Lampedusa, con un totale di oltre 182 mila persone migranti qui passate dopo traversate spesso fatali. Questo resta il principale punto di primo approdo del Mediterraneo centrale. Incuneato tra le colline, lontano dal movimento del centro cittadino, l’hotspot si sviluppa in una gola stretta, è presidiato dalle forze dell'ordine e si apre attraverso un grande cancello elettronico grigio.
Superati gli uffici delle autorità e delle organizzazioni umanitarie - tra cui Save the Children, UNHCR, OIM - il team presente è multidisciplinare. Ne fanno parte integrante i mediatori culturali, presenze preziose sin dall'approdo al molo, e poi in ogni passaggio delle identificazioni e del successivo trasferimento. Sono spesso loro stessi: ex migranti, ex ospiti del Centro, formatisi poi all'accoglienza. I colori grigi, la recinzione, qualche gioco un po' arruginito qua e là, segnano lo spazio percorso da chi arriva qui confuso, stanco a volte malato. Inizialmente si trovano panchine e pensiline piene di prese di corrente e terminali per pc, e poi gli ambulatori, i servizi igienici, i prefabbricati destinati all’alloggio temporaneo, la mensa con servizio di cucina interno che può dare pasti fino a 120 persone contemporaneamente, e anche una tenda destinata al culto. Minori, donne, uomini e famiglie: la suddivisione che caratterizza l'assegnazione degli alloggi, si riconosce anche a terra dalle scritte e dalle linee bianche tracciate a delimitare le file in cui sistemarsi durante la distribuzione dei pasti, ordinatamente, tranne in condizioni di sovraffollamento che tuttora si cerca di evitare.
La trasformazione in hotspot
La storia di questo spazio delimitato da grandi alberi e da una parete contenitiva, è strettamente intrecciata all'evoluzione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale e alle politiche italiane ed europee sull'accoglienza. La struttura nasce come Centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA) nei primi anni Duemila, in risposta all'aumento degli arrivi di migranti e richiedenti asilo sull'isola . L'obiettivo era creare un luogo dove effettuare le prime operazioni di identificazione, assistenza sanitaria e accoglienza delle persone soccorse in mare. Nel corso degli anni il Centro è stato più volte ampliato, ristrutturato e riconvertito per far fronte all'incremento degli arrivi, nonché oggetto di proteste e denunce soprattutto durante le crisi migratorie del 2011, del 2020 e del 2023 anno in cui, in settembre in un solo giorno, sbarcarono 12.500 persone, e in tutta l'estate l'hotspot accolse una media di 3 mila persone al giorno. Nel 2015 quindi, nell'ambito dell'Agenda europea sulla migrazione promossa dalla Commissione Wuropea, il Centro viene formalmente inserito nel cosiddetto sistema degli "hotspot" concepiti come punti di frontiera nei quali concentrare le procedure di identificazione, fotosegnalamento, assistenza sanitaria e avvio delle pratiche relative all'asilo o al rimpatrio.
Croce Rossa: "Siamo il primo posto in cui sentirsi al sicuro"
"Arrivano qui spesso senza sapere neanche dove sono", spiega la nostra guida, il direttore dell'hotspot Imad Dalil, per cui una freccia sulla grande cartina dell'Italia posta nella zona accoglienza, indica la piccola isola del Mediterraneo in cui sono approdati, insieme a informazioni generali e lista di servizi. La prima necessità, per tutti, è collegarsi al Wi-fi, telefonare, scrivere un messaggio e dare o avere notizie a familiari e amici. "Qui cerchiamo di dare a ciascuno la migliore assistenza, specialmente di tipo psicologico, perché le storie di viaggio e di permanenza in Libia che ci raccontano sono storie di sofferenza che richiedono vicinanza, necessità di sentirsi al sicuro e di poter cominciare a pensare ad una nuova vita".
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