Le donne del 1946 e la costruzione della democrazia italiana
Martina Accettola - Città del Vaticano
C'è un momento preciso in cui la storia d'Italia ha cambiato passo, e quel momento ha i tratti e le voci delle donne della primavera del 1946. Nel quadro delle celebrazioni per l'ottantesimo anniversario della Repubblica e del primo suffragio universale, le sale di Palazzo Sant'Andrea - sede dell'Archivio storico della Presidenza della Repubblica - hanno ospitato “Primavera 1946: rinasce l'Italia e ha il volto di donna”. Un incontro di studio guidato dalla Sovrintendente dell'Archivio, Marina Giannetto, e dall'introduzione di Anna Teresa Arnone, presidente nazionale del Centro Italiano Femminile (CIF). Al tavolo dei relatori, a tessere un filo rosso tra passato e presente, sono intervenuti Francesco Bonini, professore di Storia delle istituzioni politiche e Rettore della LUMSA, e Liliosa Azara docente di Storia contemporanea a Roma Tre, affiancati dalle testimonianze sul territorio di Maria Angela Giorgi Cittadini e di Barbara Frusciante, rispettivamente presidenti dei CIF Roma e Salerno. Insieme, hanno dato vita a una riflessione sul ruolo delle donne nella costruzione della democrazia italiana.
Il filo conduttore tra passato e presente
L'apertura dei lavori è stata affidata ad Anna Teresa Arnone. Dalla sua introduzione è emerso chiaramente il leitmotiv dell’intero convegno: la partecipazione attenta e costruttiva delle donne come motore della democrazia. La presidente nazionale ha rivendicato con forza le radici del CIF e la sua attività determinante nella Resistenza e nella Costituente, senza però ancorare lo sguardo al passato. Nel denunciare le tante emergenze della contemporaneità, Arnone ha infatti richiamato la necessità della formazione sociale e politica, del dialogo e della diplomazia, sottolineando la dimensione etica dell’impegno pubblico: «La dottrina sociale della Chiesa, sin da don Luigi Sturzo, passando per Papa Francesco, giungendo a Papa Leone indica un nuovo umanesimo a cui un buon cristiano deve contribuire, realizzando la sua missione». A chiudere il suo intervento, è arrivato un richiamo alle sfide odierne della rappresentanza: «oggi constatiamo ancora che il deficit di rappresentanza delle donne nei luoghi decisionali, sia pubblici che privati; la cittadinanza delle donne, pare subire a tratti un arretramento».
Il personalismo cattolico
Il focus si è poi spostato sul contributo dei cattolici nella nascita della nuova Italia attraverso la relazione di Francesco Bonini. Lo storico ha delineato la cultura politica cattolica come una cornice capace di prendere forma negli anni della crisi del fascismo e della transizione verso la democrazia. Al centro di questo percorso, il rettore della LUMSA, ha richiamato due grandi poli culturali: da un lato l’Università Cattolica, legata alla figura di padre Gemelli, dall’altro il gruppo romano dei laureati cattolici riconducibile a Giovanni Battista Montini e alla rivista Studium. Realtà diverse che, ha sottolineato il Bonini, «convergono sulla ricostruzione del Paese su basi nuove». Ciò che emerge è una cultura politica che contribuisce in modo decisivo alla scelta democratica del cattolicesimo italiano e alla costruzione di un modello di Stato fondato sulla centralità della persona e delle formazioni sociali, destinato a confluire nell’impianto della Costituzione repubblicana.
Per una pedagogia politica
La parola è passata poi alla professoressa Liliosa Azara, che ha proposto una lettura della cittadinanza femminile tra Resistenza e nascita della Repubblica, ricordando come «a lungo marginalizzata nella narrazione pubblica e nella storiografia, la partecipazione delle donne emerge oggi come un elemento imprescindibile per comprendere la complessità del fenomeno resistenziale». A partire da questa prospettiva, la storica ha sottolineato che il titolo stesso del suo contributo - “Quando le donne con il voto scrivevano la Costituzione” - «potrebbe apparire, a prima vista, paradossale. Eppure è proprio ciò che accadde». Una dinamica che non si realizzò per una presenza numericamente dominante nelle istituzioni, ma per una trasformazione profonda della cultura politica e dell’idea stessa di democrazia. In questo quadro, Azara ha richiamato il ruolo dell’associazionismo femminile cattolico e la funzione di “pedagogia politica” esercitata dal CIF nella formazione delle nuove elettrici, soffermandosi in particolare sulla figura di Maria Federici Agamben: emblema di una generazione capace di coniugare impegno civile, costruzione istituzionale e promozione concreta della cittadinanza.
Un progetto di cittadinanza
A distanza di ottant’anni, volgere lo sguardo alle origini per ricomporre i frammenti di storia non significa soltanto custodire la memoria, ma vuol dire anche mettere in dialogo quel tempo, il secondo dopoguerra, con il nostro presente. Questo il contributo della presidente del CIF Roma, Maria Angela Giorgi Cittadini, che ha evidenziato il carattere capillare dell’azione del Centro nel secondo dopoguerra, guidato dalla partecipazione politica e dall’ attività assistenziale come un unico progetto di cittadinanza. «Pur nella diversità dei territori - ha osservato - è sempre emerso un filo comune: gli stessi bisogni, la stessa sensibilità verso la solidarietà, la stessa fiducia nella democrazia e nella responsabilità femminile», ricordando come tale impegno abbia contribuito non solo alla ricostruzione materiale, ma anche alla costruzione di relazioni, fiducia e coesione sociale nell’Italia del dopoguerra.
Il mosaico della storia locale
La dottoressa Giorgi Cittadini ha inoltre sottolineato l'impegno storico del Centro Italiano Femminile su molteplici fronti: «Dall’assistenza ai reduci e ai feriti all’istituzione di laboratori di sartoria e artigianato, dai corsi per analfabeti alle campagne contro la tubercolosi». L’impegno era rivolto anche all’infanzia e ai più fragili, con «luoghi di crescita, socializzazione e di recupero fisico per bambini segnati dalla povertà e dalla malnutrizione, oltre all’accoglienza dei profughi istriani, fiumani e dalmati in seguito all’annessione jugoslava delle loro terre e al dramma delle foibe». Un tipo di lavoro che trova espressione anche nel presente, come raccontato da Maria Teresa Coppo Gavazzi, ex europarlamentare e storica attivista del CIF provinciale di Milano di cui è stata presidente. L'associazione, nel capoluogo lombardo, ha deciso di rimettere al centro la famiglia, fortemente in crisi a causa della rottura di un equilibrio tra lavoro e maternità. «Come diceva Papa Giovanni Paolo II e come prima aveva già detto Papa Paolo VI, bisogna realizzare una società - ha rimarcato la Coppo -, che permetta alle donne di poter fare e il lavoro e la madre di famiglia, e non o - o».
"Il voto di Rosa"
Il momento più emotivo dell'incontro è arrivato con la lettura, affidata alla presidente del CIF Salerno Barbara Frusciante, del testo “Il voto di Rosa”. Il racconto ha riportato l’assemblea alla primavera del 1946, quando il diritto di voto femminile si tradusse per la prima volta in un gesto reale e collettivo. Attraverso la figura di Rosa, emerge la distanza tra una condizione femminile segnata da esclusione e subordinazione e l’avvento di una nuova consapevolezza civile. Un passaggio simbolico che ha permesso di leggere il voto non solo come conquista giuridica, ma come trasformazione dell’identità femminile e dello stesso concetto di cittadinanza.
Un'eredità che interpella il presente
Celebrare questo ottantesimo anniversario all'interno dell'Archivio storico significa riconoscere che il voto femminile e il contributo delle ventuno deputate della Costituente non furono solo un dettaglio della transizione, ma le fondamenta su cui poggia l'intera architettura democratica dello Stato.
Come ricordato dalla Sovrintendente Marina Giannetto, «queste stanze custodiscono il valore della memoria, attraverso carte che non sono semplici reperti, ma testimonianze vive di una transizione democratica epocale». Un passato che però si intreccia al presente e che, a ottant'anni di distanza, chiede ancora oggi la stessa cosa: responsabilità e coraggio.
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