Gli studenti del Liceo Passaglia di Lucca durante l'esecuzione di "Inuksuit" alla Tenuta dello Scompiglio Gli studenti del Liceo Passaglia di Lucca durante l'esecuzione di "Inuksuit" alla Tenuta dello Scompiglio  (Massimo Bianchini)

Quando la natura genera la musica

Alla Tenuta dello Scompiglio, in provincia di Lucca, una giornata di approfondimento sull'ascolto, tra performance all’aperto, memoria sperimentale e il mondo del quartetto d’archi di oggi, vivo e mobile

Marcello Filotei - Città del Vaticano

Con il caldo che fa, passeggiare nel parco può essere un momento di refrigerio. Ma gli artisti aggiungono sempre qualcosa, non si accontentano dell’ovvio. E sabato scorso, per indagare il rapporto tra suono e spazio, alla Tenuta Dello Scompiglio, nel comune di Capannori in provincia di Lucca, la natura non è stata usata come scenario, ma come elemento generatore della musica. Inuksuit di John Luther Adams, eseguito dagli studenti delle classi di percussioni del Liceo Artistico Musicale “A. Passaglia” di Lucca, con Domenico Carmine alle percussioni e Lorenzo Del Grande all’ottavino, ha trasformato il luogo in una partitura aperta, mobile, attraversabile.

Non si trattava soltanto di ascoltare un brano, ma di seguire dei segnali. Richiami strumentali, suoni lontani, vibrazioni gravi, interventi acuti, rumori del paesaggio e presenze naturali si sono progressivamente fusi. Non c'era bisogno di chiedersi se ciò che arrivava all’orecchio fosse generato da uno strumento o da un uccello, da un gesto umano o da un fenomeno del luogo. Proprio in questa zona di incertezza Inuksuit trova la sua forza: non imita la natura, ma costringe l’ascoltatore a rinegoziare continuamente il proprio rapporto con lo spazio che ha intorno.

Un momento della performance
Un momento della performance   (Massimo Bianchini)

Il pubblico si è mosso seguendo i suoni. Ha cercato punti di ascolto, distanze, traiettorie. Il brano ha così restituito allo spazio una profondità che spesso lo sguardo da solo non coglie. Un suono grave può evocare una forma di allarme, di minaccia; un suono acuto può apparire come un segnale di orientamento, può restituire sicurezza. Sono associazioni elementari, ancestrali, che la psicoacustica ha studiato e descritto, ma che in questo caso agivano prima di ogni spiegazione teorica. La musica lavora su un piano primario: quello dell’attenzione, della vigilanza, dell’ascolto come forma di presenza.

La giornata, inserita nella rassegna «Grandi eventi epocali. Musica come memoria, critica e visione», curata da Antonio Caggiano, è proseguita con l’incontro «Sonorità prospettiche 1982. Suono / Ambiente / Immagine», animato da Franco Masotti e Veniero Rizzardi. È stato un passaggio utile, perché ha ricollocato l’esperienza appena vissuta in una genealogia precisa. Rimini, 1982: una mostra-rassegna fra le prime al mondo a interrogare il rapporto tra suono e ambiente, tra musica e arti visive, in un territorio che solo più tardi sarebbe stato chiamato Sound Art, e che oggi è diventato di moda, spesso senza piena consapevolezza delle sue origini, e qualche volta anche del significato.

Il racconto di quella stagione ha avuto il sapore di un tuffo negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, quando la ricerca musicale cercava progetti spesso difficili da realizzare, talvolta impossibili da tradurre in pratica, e forse proprio per questo necessari. L’idea non era produrre oggetti sonori conclusi, ma inventare dispositivi di ascolto: tradurre il vento in suono, amplificare il movimento delle foglie, ascoltare i richiami degli animali, tendere una corda o un filo di metallo e indagarne ogni minima vibrazione. Erano anni in cui lo spazio si trasformava da contenitore neutro in elemento attivo della composizione. L’incontro ha avuto il merito di ricordare che molte pratiche oggi familiari — installazioni sonore, ascolto ambientale, attraversamento dei linguaggi — sono nate in un clima di sperimentazione radicale, non sempre destinato alla realizzazione immediata, ma capace di aprire possibilità. Non si accettava allora di rimanere schiavi del successo immediato, né  sottostare alla logica dei numeri, che spesso impedisce di gettare semi capaci di dare frutti nei decenni successivi. La ricerca può far perdere qualche applauso nell’immediato, ma spesso l’apprezzamento è solo differito nel tempo. In questa circostanza lo abbiamo sperimentato.

Il concerto serale del Quartetto Sincronie, nello Spazio Performatico ed Espositivo, ha portato le stesse domande dentro la forma più storica e codificata della musica da camera: il quartetto d’archi. Il programma, co-curato da Franco Masotti, comprendeva brani di Aulis Sallinen, John Luther Adams e Stefano Scodanibbio. Tre autori molto diversi, ma accomunati dalla volontà di usare il quartetto non come deposito di tradizione, bensì come strumento per interrogare il presente.

Particolarmente efficace è risultato il brano iniziale, String Quartet No. 3, Some Aspects of Peltoniemi Hintrik’s Funeral March di Sallinen. Composto nel 1969, il pezzo nasce per concerti scolastici e prende come tema riconoscibile una melodia tradizionale finlandese, la marcia funebre di Peltoniemi Hintrik, trasformandola attraverso una serie di variazioni. Sallinen non rinuncia alla riconoscibilità del materiale, ma lo mette in tensione. La marcia resta percepibile, quasi ostinata, e proprio per questo può diventare altro: memoria popolare, rito, ombra, commento sul declino. La sua forza non risiede in un gesto spettacolare, ma in una lenta capacità di condensazione. Il Quartetto Sincronie ne ha restituito la radice popolare e la distanza critica, il canto e la sua deformazione.

Con The Wind in High Places la ricerca del compositore statunitense John Luther Adams sembrava spostarsi con coerenza dal parco alla sala da concerto. Nella performance all’aperto lo spazio naturale era parte dell’evento, nel quartetto la natura veniva ricostruita attraverso gli strumenti. Il brano, del 2011, utilizza solo corde vuote e armonici naturali, con una scrittura rarefatta, fragile, quasi sospesa. È come se il quartetto cercasse di comportarsi come un corpo risonante attraversato dal vento. La ricerca è la stessa di Inuksuit, ma è concentrata nella disciplina severa del quartetto d’archi: non descrivere un paesaggio, produce una condizione di ascolto in cui il paesaggio sembra formarsi.

La conclusione con Mas lugares di Stefano Scodanibbio ha aperto ancora un’altra prospettiva. Scodanibbio, nato a Macerata nel 1956 e morto a Cuernavaca, in Messico nel 2012, è stato una figura particolare della musica italiana recente: uno dei contrabbassisti di riferimento della scena internazionale, compositore, ricercatore del suono, ma soprattutto musicista capace di attraversare repertori e linguaggi senza steccati ideologici. Mas lugares, composto nel 2003, nasce da madrigali di Claudio Monteverdi. Non è una citazione antiquaria, né una semplice rilettura. È piuttosto un modo per far entrare il passato dentro una materia strumentale contemporanea. In Scodanibbio l’antico non è un rifugio e il contemporaneo non è una posa. C’è una libertà rara: la possibilità di passare da Monteverdi alla ricerca sul gesto, dal canto alla materia, dalla memoria alla sperimentazione, senza sentire il bisogno di giustificare il percorso con appartenenze di scuola.

Dopo i suoni nel parco, dopo il racconto delle utopie sonore del secondo Novecento, l’ottimo Quartetto Sincronie ha mostrato che la musica contemporanea può ancora essere un luogo di relazione: tra natura e cultura, tra strumenti e ambiente, tra ciò che ereditiamo e ciò che siamo disposti a riascoltare.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

22 giugno 2026, 14:59