Keir Starmer davanti al numero 10 di Downing Street annuncia le sue dimissioni Keir Starmer davanti al numero 10 di Downing Street annuncia le sue dimissioni  (ANSA)

Regno Unito, si è dimesso il primo ministro Keir Starmer

La caduta di Starmer è il risultato di una combinazione di fattori: una popolarità precipitata rapidamente dopo il trionfo elettorale del luglio 2024, una serie di cambi di rotta politici, tensioni interne al partito e le pesanti sconfitte subite dal Labour nelle recenti elezioni locali e regionali. Secondo diversi media britannici, oltre cento parlamentari laburisti avrebbero chiesto nelle ultime settimane un cambio di leadership

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Aveva gli occhi lucidi e la voce a tratti incrinata quando, davanti al numero 10 di Downing Street, Keir Starmer ha pronunciato le parole che molti ormai attendevano da giorni. «Mi dimetterò da leader del Partito Laburista», ha annunciato lunedì il primo ministro britannico, ammettendo di aver ascoltato la risposta che il suo partito stava dando alla domanda diventata sempre più pressante nelle ultime settimane: è ancora lui la persona giusta per guidare il Labour alle prossime elezioni?

Una nuova fase politica

Determinante è stata la vittoria di Andy Burnham in un'elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, risultato che ha consentito all'ex sindaco della Greater Manchester di entrare alla Camera dei Comuni e di preparare apertamente la sfida per la leadership
Determinante è stata la vittoria di Andy Burnham in un'elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, risultato che ha consentito all'ex sindaco della Greater Manchester di entrare alla Camera dei Comuni e di preparare apertamente la sfida per la leadership   (ANSA)

Con le dimissioni di Starmer si apre una nuova fase politica per il Regno Unito. Il leader laburista resterà a Downing Street come premier ad interim fino all'elezione del nuovo capo del partito, che dovrebbe avvenire nelle prossime settimane. Nel suo discorso ha rivendicato il lavoro svolto negli ultimi sei anni alla guida del Labour, ricordando di aver ereditato una formazione «politicamente, finanziariamente e moralmente fallita» e di averla riportata al governo dopo aver «estirpato il veleno dell'antisemitismo» e ricostruito la credibilità del partito sui temi dell'economia, della difesa e della sicurezza nazionale. Determinante è stata la vittoria di Andy Burnham in un'elezione suppletiva nel collegio di Makerfield, risultato che ha consentito all'ex sindaco della Greater Manchester di entrare alla Camera dei Comuni e di preparare apertamente la sfida per la leadership. Burnham è oggi considerato il favorito per la successione, anche se la corsa non è ancora formalmente conclusa. Nel discorso pronunciato dopo la vittoria aveva parlato di «un'ultima possibilità di cambiare», una frase interpretata da molti come l'avvio della sua candidatura a Downing Street. Il premier uscente Starmer ha dichiarato di aver chiesto al Comitato esecutivo nazionale del Labour di fissare un calendario per la corsa alla leadership del partito, con apertura delle candidature il 9 luglio e chiusura il 16 luglio, prima della pausa estiva del Parlamento. In caso di sfida, il nuovo leader e premier sarebbe in carica entro la ripresa dei lavori di Westminster a settembre. Se invece il rivale Andy Burnham si presenterà come unico candidato - ipotesi che nelle ultime ore ha preso sempre più piede - il passaggio di consegne al nuovo primo ministro avverrà già a metà luglio.

Una crescente crisi di sistema

La caduta di Starmer è il risultato di una combinazione di fattori: una popolarità precipitata rapidamente dopo il trionfo elettorale del luglio 2024, una serie di cambi di rotta politici, tensioni interne al partito e le pesanti sconfitte subite dal Labour nelle recenti elezioni locali e regionali. Secondo diversi media britannici, oltre cento parlamentari laburisti avrebbero chiesto nelle ultime settimane un cambio di leadership. La vicenda assume però una rilevanza che va oltre la cronaca politica quotidiana. Starmer aveva conquistato una delle vittorie più ampie della storia recente del Labour, ottenendo una solida maggioranza parlamentare e ponendo fine a 14 anni di governi conservatori. Lascia invece Downing Street dopo meno di due anni. Un esito che conferma una tendenza sempre più evidente nella politica britannica e occidentale: la crescente fragilità delle leadership. Con l'uscita di scena di Starmer, il Regno Unito si prepara ad avere il settimo primo ministro in poco più di dieci anni. Da David Cameron a Theresa May, da Boris Johnson a Liz Truss, poi Rishi Sunak e infine Starmer, Westminster ha vissuto una successione di cambi di guida impensabile fino a pochi anni fa. Non è certo un record per la politica britannica: nell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento i governi cadevano più spesso e le maggioranze parlamentari erano meno stabili. Tuttavia, dal secondo dopoguerra e in particolare dagli anni Settanta la rotta sembrava essersi invertita, se si pensa alle lunghe permanenze di Margaret Thatcher (11 anni), Tony Blair (10 anni) o David Cameron (6 anni).

L'ombra della Brexit

La crisi finisce così per riflettere trasformazioni più profonde della sola politica e si incunea invece nella società britannica: le difficoltà economiche degli ultimi anni, le tensioni legate all'immigrazione e la crescente volatilità dell'elettorato. Ma, soprattutto, la polarizzazione politica seguita alla Brexit. Non è un caso che proprio oggi sul Financial Times, storico quotidiano britannico, sia apparso un editoriale redazionale titolato così: "We need to talk about Brexit", cioè "Dobbiamo parlare della Brexit", un tema ricorrente sulle pagine del giornale finanziario ed economico. Perché, si legge in apertura del pezzo, "la fatidica votazione di 10 anni fa per l'uscita dall'Ue ha cambiato il corso del Regno Unito, ma non nel modo in cui coloro che votarono speravano o erano stati indotti a credere. La Gran Bretagna oggi non è più ricca, ma più povera di quanto sarebbe stata altrimenti. Il suo prestigio nel mondo è diminuito. È più divisa e non è stata in grado di riprendere il controllo dei propri confini. Le divisioni e le delusioni alimentate dalla Brexit hanno contribuito alla frammentazione della politica britannica e al progressivo sfaldamento dei suoi governi".

I delicati rapporti transatlantici

Le dimissioni di Starmer assumono inoltre un significato geopolitico non trascurabile. Il cambio di leadership arriva mentre l'Europa continua a confrontarsi con la guerra in Ucraina, il Medio Oriente in costante instabilità e i rapporti transatlantici condizionati dal rapporto con Donald Trump alla Casa Bianca. Proprio il presidente statunitense aveva anticipato nelle ultime ore quello che molti osservatori consideravano ormai inevitabile. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump aveva scritto che «Keir Starmer si dimetterà come primo ministro del Regno Unito», accusandolo di aver fallito sulle politiche migratorie ed energetiche e invitando Londra a sfruttare maggiormente le risorse petrolifere del Mare del Nord. Parole inedite per un presidente statunitense e che, inevitabilmente, hanno contribuito a sottolineare la dimensione internazionale della delicatezza dei rapporti transatlantici, nonché le difficoltà della politica britannica.

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22 giugno 2026, 10:44