A dieci anni dalla Brexit aumentano i sostenitori dell'Ue nel Regno Unito A dieci anni dalla Brexit aumentano i sostenitori dell'Ue nel Regno Unito

Brexit, il grande rimpianto britannico

Un’indagine dell’European Council on Foreign Relations, rivela un netto cambio di opinione pubblica nel Regno Unito: il 66% dei britannici giudica negativamente l’uscita dalla Ue. Valensise (Iai): “Chi si lasciò convincere dalla miope propaganda nazionalista si è ravveduto”

Davide Dionisi – Città del Vaticano

Il 66 per cento dei britannici boccia la Brexit, ritenendola responsabile del peggioramento del costo della vita, della crescita economica, delle opportunità per i giovani, del commercio e della gestione dell’immigrazione illegale. Tre quarti dell’elettorato vuole ora legami più stretti con l’Unione europea. Il dato sorprendente emerge da un nuovo sondaggio dell’European Councilon Foreign Relations, il primo think tank paneuropeo indipendente dedicato alla politica estera e agli affari internazionali, sull’opinione pubblica britannica riguardo le relazioni tra Regno Unito e Ue, dieci anni dopo la Brexit.

Rapporto più stretto con l’Ue

Secondo lo studio, commissionato a Mandate Research e YouGov tra il 7 e il 14 maggio 2026 e curato da Mark Leonard, direttore fondatore dell’Ecfr, rivela inoltre che ben il 63 per cento degli intervistati accetterebbe ora il ritorno della libera circolazione in cambio di un rapporto commerciale più stretto con l’Ue. Infine, solo il 18 per cento considera ancora gli Stati Uniti un alleato affidabile, mentre la maggioranza guarda a Francia, Germania, Polonia e Spagna come partner con valori condivisi. Leonard spiega che “Dieci anni fa, la Brexit era il veicolo insurrezionale di una nazione che rifiutava lo status quo. Tuttavia, un decennio dopo, i britannici si rendono conto che le loro speranze di una vita migliore fuori dall’Ue non si sono realizzate e che la Brexit sta minando la capacità del Regno Unito di gestire le questioni a cui gli elettori tengono di più. Questi dati” continua “mostrano che la grande maggioranza dei cittadini è aperta a una relazione più stretta. Piuttosto che combattere di nuovo le battaglie del 2016, il governo deve spingere per una nuova relazione con l’Europa che risponda direttamente alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini riguardo al costo della vita, alla migrazione e alla sicurezza. Piuttosto che parlare di linee rosse, dovremmo dare il via libera a un dibattito su come l’Europa possa contribuire a ricostruire il Regno Unito e la sua influenza globale per gli anni 2030 e 2040”.

Un risultato che non sorprende

Dunque, tutto previsto? Per l’ambasciatore Michele Valensise, già Segretario generale della Farnesina, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il risultato del sondaggio “non deve sorprendere. La Brexit non ha prodotto alcun vantaggio per il Regno Unito, mentre gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Una buona parte di coloro i quali dieci anni fa si lasciarono convincere da una miope propaganda nazionalista si sono evidentemente ravveduti”. Il costo della vita è indicato come il principale effetto negativo. Ma quanto è misurabile il contributo della Brexit all’inflazione e al caro vita nel Regno Unito? “Alzare barriere commerciali verso un’area così integrata economicamente come l’Ue innesca fatalmente una dinamica generale di segno negativo che impatta anche sul costo della vita” risponde Valensise. “Per i britannici i dati economici sono deludenti a tutto campo, ma non c’è dubbio che costo della vita e inflazione costituiscano due indici molto sensibili per le loro conseguenze sul piano sociale”.

Diffusa disillusione

Per il presidente dell’Iai, il cambiamento dell’opinione pubblica in questi anni si deve “ad una diffusa disillusione su tanti vantaggi che erano stati promessi senza molti scrupoli dai promotori della Brexit e che non si sono affatto realizzati. Basti ricordare le città tappezzate da manifesti che assicuravano che la Brexit avrebbe comportato una iniezione di liquidità finanziaria al Servizio sanitario nazionale. La realtà ha smentito molti slogan privi di fondamento utilizzati strumentalmente”.

Brexit reversal?

Dal sondaggio è emerso che anche l’opposizione a un esercito europeo è scomparsa. È un cambiamento strutturale o legato al momento? “E’ verosimile che il cambiamento sia frutto di una nuova consapevolezza delle potenziali minacce e dell’esigenza di predisporre strategie e strumenti di difesa efficaci” chiarisce l’ambasciatore, aggiungendo che “E’ significativo che questo orientamento si delinei in un Paese come il Regno Unito, tradizionalmente attento e attrezzato sulle questioni di difesa e impegnato per il mantenimento di una credibile deterrenza”. Questo scenario non presuppone un “Brexit reversal”, ovvero un ritorno formale nell’Ue, anche perché, sottolinea Valensise “La revisione di una decisione approvata con un referendum popolare non è un’operazione semplice, almeno nel breve periodo. Appare più probabile che vi sia, nell’interesse comune di Regno Unito e Unione europea, un processo graduale di intese che riavvicinino i britannici all’Europa. Queste intese andranno negoziate per settori specifici, ma potranno essere opportunamente favorite da una convergente volontà politica su entrambe le sponde della Manica”.

Riannodare i fili

Intercettare questo cambio di umore britannico potrebbe rappresentare un buon inizio per riannodare i fili e il Presidente dell’Istituto Affari Internazionali si dice convinto che “Occorrerà una buona capacità di guardare avanti. Non servirebbero processi alla storia. Sarà invece utile considerare i consistenti interessi di fondo, economici, politici e strategici, che continuano a unire il Regno Unito all’Europa e ripartire su quella base con realismo e determinazione. Il che è ancora più raccomandabile oggi, nella fase di grandi sfide e profonde incertezze che l’intera Europa sta attraversando”.

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23 giugno 2026, 11:47