Una momento de "L'incoronazione di Poppea" al Festival Monteverdi Una momento de "L'incoronazione di Poppea" al Festival Monteverdi 

Da "Teti" a "Poppea", a Cremona chiuso il Festival Monteverdi

La 43.ma edizione dell'appuntamento con la musica barocca ha messo a confronto il capolavoro del celebre compositore del Seicento e la ripresa in tempi moderni dell'allievo Francesco Cavalli, segnando il passaggio epocale dall'opera di corte a quella d'impresa. L’opinione di Antonio Greco, protagonista della riscoperta di Cavalli, a 350 anni dalla morte

Marco Di Battista - Città del Vaticano

La città di Cremona ha appena salutato con successo di pubblico e critica l'edizione 2026 del Festival Monteverdi, svoltosi dal 7 al 21 giugno. Un'edizione particolarmente ricca e articolata, che ha invaso pacificamente le piazze, i cortili e i teatri con madrigali di rara esecuzione, suggestivi vespri risuonati nelle chiese storiche cittadine, e le ormai consuete e affascinanti crociere musicali lungo le acque del fiume Po. Tuttavia, l'apice concettuale, artistico e musicologico di questa kermesse internazionale è stato indubbiamente raggiunto attraverso un dittico operistico andato in scena al Teatro Ponchielli. Un confronto diretto e ravvicinato tra due capolavori assoluti del nostro Seicento: uno celeberrimo, L'incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi, e l'altro un gioiello del tutto sconosciuto ai più, Le nozze di Teti e di Peleo di Francesco Cavalli.

Un po’ di storia

Questo accostamento è anche una vera e propria lezione di storia della musica. Le due opere, infatti, illustrano e incarnano quel momento esatto e irripetibile in cui il teatro musicale uscì dai recinti dorati e inaccessibili delle corti aristocratiche per diventare, a tutti gli effetti, un'impresa pubblica e commerciale, inaugurando l’era moderna.

Partiamo dalla vera e propria gemma musicologica di questa edizione del Festival: la coraggiosa ripresa in tempi moderni de Le nozze di Teti e di Peleo. Andata in scena per la prima volta il 24 gennaio 1639 al Teatro San Cassiano di Venezia, l'opera rappresenta una pietra miliare del nascente Barocco. Ne abbiamo parlato con Antonio Greco, protagonista indiscusso di questa messa in scena in veste di concertatore e direttore dell'orchestra, ma anche di attento revisore e ricostruttore dei frammenti perduti della partitura originale.

«Innanzitutto, voglio fare una precisazione», ci ha spiegato il Greco. «L'edizione moderna è stata realizzata magistralmente da Angela Romagnoli con la trascrizione dal manoscritto originale. Io mi sono occupato del complemento e di tutto ciò che, purtroppo, mancava. Il manoscritto presenta infatti parti largamente incomplete. Il copista, nelle scene in cui avremmo dovuto avere l'orchestra piena, o nelle grandi scene corali, spesso ha lasciato soltanto la nuda traccia del basso continuo. Il mio lavoro, perciò, è stato più che altro un intervento ricostruttivo, necessario per portare al pubblico attuale un'idea il più possibile fedele di come dovesse essere stata quella famosa prima del 24 gennaio 1639».

Un manoscritto di grande importanza

L'importanza di questa specifica partitura, basata sul pregevole libretto di Orazio Persiani, è importante per la comprensione di questo periodo della storia della musica occidentale. Come sottolinea con passione lo stesso Greco: «L'opera c'è tutta sul manoscritto, che è un testimone unico e straordinariamente prezioso perché non ce ne sono altri. Questa è la prima partitura che ci rimane del neonato teatro veneziano d'impresa, cioè quel teatro per cui un normale cittadino aveva la possibilità di decidere di andare a vedere l'opera, pagava regolarmente un biglietto e godeva dello spettacolo. Sembra una cosa semplice, banale ai nostri occhi contemporanei, ma in realtà è l'inizio della modernità. Fino ad allora, nei primi trent'anni del Seicento, l'opera era stata solo ed esclusivamente un evento di corte, una musica riservata ai nobili, per pochissimi eletti. Il Teatro di San Cassiano, dove si sono rappresentate le nozze di Teti e di Peleo, aveva aperto i battenti appena due anni prima, nel 1637».

Verso la modernità

Certamente, Teti e Peleo non è la prima opera in assoluto rappresentata in un teatro pubblico, ma è la primissima di cui ci è giunto l'intero apparato: libretto e, sia pure con parti largamente incomplete, la musica. Il copista dell'epoca, per ragioni di economia di tempo e materiale, non trascrisse le "parti staccate" o le sinfonie strumentali a cinque voci per intero, lasciandone spesso solo una o due, o unicamente la linea di basso per i cori. Sul piano formale, l'allievo Cavalli inizia qui a tracciare la rotta verso la separazione più netta tra il recitativo (delegato a far procedere l'azione) e l'aria (delegata all'espressione dell'affetto), introducendo ritmi di danza di grande presa.

Se con Cavalli e la sua intricata trama mitologica assistiamo all'apoteosi spettacolare del "deus ex machina", con il maestro Monteverdi cambiamo radicalmente e brutalmente universo. Raffrontando le due opere al Teatro Ponchielli, viene inevitabilmente alla mente la splendida immagine evocata dallo scrittore Roberto Calasso nel suo indimenticabile saggio Le nozze di Cadmo e di Armonia: le nozze tra un umano e una divinità rappresentano allegoricamente l'ultima volta in cui gli dèi olimpici cenano e si mescolano palesemente con l'umanità. Nel giro di pochissimi anni, il mondo teatrale, culturale e filosofico si libererà di questi dèi antichi, falsi e bugiardi, come li ha chiamati il Poeta, per guardare in faccia la cruda realtà.

Antichi miti e spiritualità

Ed è esattamente quello che accade a Venezia nel 1643, quando l'ottuagenario Claudio Monteverdi presenta al Teatro Santi Giovanni e Paolo il suo testamento spirituale e artistico: L'incoronazione di Poppea. Su un brillante e cinico libretto di Giovanni Francesco Busenello, ispirato alle cronache spietate di Tacito e Svetonio, l'opera segna una rivoluzione totale. Per la primissima volta il teatro musicale abbandona il confortevole rifugio del mito per affrontare un soggetto storico. Spariscono la verde Tracia, gli dèi e l'Olimpo, sostituiti dai complotti di palazzo e dalla sanguinosa politica imperiale romana. Sulla scena domina il pragmatismo: i personaggi virtuosi, come il filosofo stoico Seneca e la regina consorte Ottavia, vengono esiliati o spinti al suicidio, mentre i tirannici e sensuali Nerone e Poppea trionfano, guidati da un Amore terreno, puramente utilitaristico e carnale. Monteverdi porta qui al culmine il suo "stile rappresentativo", con un recitar cantando liquido e cangiante, che insegue fedelmente i labirinti e le miserie della psiche umana. Non dimenticando la lettura moraleggiante di tutto ciò, con Monteverdi che prende i voti minori nel 1632 e nel 1641 scrive la Selva morale et spirituale.

Piacere dello spettacolo e rigore della ricerca

Il Festival cremonese ha onorato questi due colossi con esecuzioni di primissimo livello. Da un lato, il cast di Cavalli ha dominato le acrobazie e le insidie di uno stile di transizione, in cui le voci delle divinità si stagliavano su una tessitura orchestrale vivace, ricostruita con maestria artigianale e impreziosita da fiati storici, perfetti per ricreare lo sfarzo divino. Dall'altro, i protagonisti della Poppea hanno restituito tutta la sensualità nevrotica e manipolatrice richiesta dalle linee vocali monteverdiane, culminando nel celebre e ambiguo duetto finale "Pur ti miro", che la moderna indagine musicologica attribuisce oggi quasi per certo ad altre mani, a testimonianza di una fucina teatrale che era un vero e proprio lavoro d'equipe. Ottimi, in blocco, entrambi i cast.

A chiudere idealmente questo meraviglioso arco narrativo, storico e musicale, ci ha pensato, la sera del 21 giugno, una delle voci più acclamate e raffinate del nostro tempo. Il Festival Monteverdi ha calato il sipario sull'edizione 2026 con un magnifico recital del controtenore Carlo Vistoli, affiancato e sostenuto dal virtuosismo dello splendido Ensemble Sezione Aurea. Il concerto ha registrato un meritato successo. Con il suo timbro brunito e vellutato, l'imponente presenza scenica e una strabiliante agilità tecnica, Vistoli ha condotto il folto e attento pubblico in un viaggio appassionante attraverso i tortuosi affetti barocchi, suggellando un'edizione davvero eccellente.

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24 giugno 2026, 11:47