Sfollati in fuga dal Sudan aspettano la distribuzione delle razioni alimentari dal Wfp in Ciad (Reuters) Sfollati in fuga dal Sudan aspettano la distribuzione delle razioni alimentari dal Wfp in Ciad (Reuters) 

Migranti, Unhcr: diminuiscono i rifugiati ma aumentano i rimpatri

Il Global Trends Report 2026 dell'Unhcr segnala che nel 2025 le persone costrette ad abbandonare le proprie case nel mondo sono state oltre 117 milioni, in fuga da persecuzioni, guerre, violenze, violazioni dei diritti umani e catastrofi naturali. Un trend in calo, ma controbilanciato dai rimpatri, cresciuti del 50% rispetto al 2024. Tra i rifugiati il 39% a necessitare di protezione internazionale è composto da bambini e adolescenti

Iris Venuto - Città del Vaticano

Dopo anni trascorsi lontano dal proprio Paese di origine, sulla strada del ritorno si incrociano le speranze di ricominciare una nuova vita e i timori di ritrovarsi in contesti ancora estremamente fragili. Dietro i numeri del Global Trends Report 2026 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), si nascondono le storie di una popolazione in fuga, composta in larga parte da minori e segnata dal peso dei conflitti e dei disastri ambientali. Secondo il rapporto, alla fine del 2025 le persone costrette ad abbandonare le proprie case nel mondo erano 117,8 milioni, in fuga da persecuzioni, guerre, violenze, violazioni dei diritti umani e catastrofi naturali. Un dato in calo per la prima volta in un decennio, con una flessione del 4% rispetto al 2024, dovuta soprattutto all’aumento dei ritorni in patria, molti dei quali avvenuti in condizioni avverse.

Crescono i rimpatri

In totale, infatti, i rimpatri hanno raggiunto uno dei livelli più elevati mai registrati, coinvolgendo poco più di 14,7 milioni di persone, con un incremento del 50% rispetto al 2024. Tuttavia, molti di questi ritorni sono avvenuti in circostanze avverse, anche a causa delle crescenti pressioni esercitate nei Paesi di asilo.

Bambini e adolescenti in cerca di protezione internazionale

Dietro questi numeri emerge un altro fattore preoccupante: quello anagrafico. Tra i rifugiati e le persone che necessitano di protezione internazionale, si stima che il 39% sia composto da bambini e adolescenti (di età compresa tra 0 e 17 anni), mentre il 50% è rappresentato da donne e ragazze. Secondo le statistiche elaborate dall’Unhcr, tra il 2018 e il 2025 sono nati oltre 2,4 milioni di bambini rifugiati, pari a circa 305 mila all’anno, senza considerare quelli nati nei Paesi in cui è possibile acquisire la cittadinanza. È l’eredità che si tramanda a quei ragazzi destinati a crescere lontano dalla propria terra in sistemazioni provvisorie che, per molti rappresentano, l’unica realtà conosciuta. La quota di minori tra gli sfollati interni è persino più alta e raggiunge il 42%, con punte del 62% in Afghanistan e del 61% in Somalia.

I Paesi con il più alto numero di sfollati

In generale, alla fine del 2025 il numero delle persone ancora sfollate all’interno del proprio Paese a causa di conflitti armati, violenze o violazioni dei diritti umani è sceso a 68,7 milioni. A livello globale, il Sudan resta il Paese con il più alto numero di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni: 9,1 milioni, a causa dell'intensificarsi degli scontri scoppiati nel 2023 tra le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). In Siria, nonostante il perdurare della crisi umanitaria, il numero degli sfollati interni è diminuito nel corso dell’anno del 25%, attestandosi a 5,5 milioni, anche in seguito alla caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Nella Repubblica Democratica del Congo, invece, 3,9 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case a causa delle tensioni nelle province orientali. Altri Paesi fortemente coinvolti sono stati l’Ucraina, per la guerra in corso con la Russia; la Cambogia, in seguito agli scontri militari con la Thailandia; il Myanmar, teatro di violenze diffuse, violazioni dei diritti umani, ostilità locali e discriminazioni; Haiti, scosso dai disordini interni, dalle incursioni delle bande armate e dagli attacchi contro i civili; e il Sud Sudan, dove si intrecciano conflitti e tensioni politiche.

Crisi climatica tra le cause degli sfollamenti

Tra le principali cause di questi sfollamenti vi è anche la crisi climatica, che alimenta eventi estremi come inondazioni, tempeste e terremoti. Le persone costrette a lasciare le proprie case a causa dei disastri naturali non rientrano nelle statistiche dell’Unhcr sugli esodi forzati. Tuttavia, questi fenomeni colpiscono spesso aree già segnate da conflitti e crisi umanitarie.

Filippine: record di persone in fuga per i disastri ambientali

Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), nel corso dell’anno sono stati registrati quasi 30 milioni di nuovi sfollamenti interni dovuti a disastri naturali. Un fattore, quello climatico, che ha rappresentato il 48% di tutti i nuovi esodi registrati nel 2025. In particolare, secondo l’organizzazione, gli spostamenti legati a calamità naturali si sono concentrati soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito. In primis le Filippine, con 10,7 milioni di esodi, pari a circa un terzo del totale mondiale, seguite dal Pakistan (3 milioni) e dall’Indonesia (1,5 milioni). Tra gli altri Paesi maggiormente interessati si segnalano il Sud Sudan, colpito da gravi inondazioni; l’Afghanistan, alle prese con una serie di terremoti e alluvioni improvvise; il Myanmar, devastato dal terremoto del marzo 2025 e da successive inondazioni e tempeste; e il Sudan, colpito da forti piogge ed esondazioni.

Rientri in circostanze sfavorevoli 

L’impatto dei diversi fattori di crisi, che avrebbe potuto alimentare nuovi esodi, è stato controbilanciato soprattutto dall’elevato numero di rimpatri, in particolare verso Afghanistan, Sudan e Siria. Tuttavia, la maggior parte di questi ritorni si è verificata in modo non volontario e in circostanze sfavorevoli, sia nei Paesi di asilo, sia nelle zone di rientro.

Afghanistan: il rischio di subire violazioni dei diritti umani

L’Afghanistan ha registrato il più ampio flusso di rientri del 2025, pari a circa 2,9 milioni. Costretti in passato a scappare dalla guerra, dalle violenze e dalle persecuzioni, soprattutto verso l’Iran e il Pakistan, molti afghani sono stati forzati a tornare per via delle politiche sempre più restrittive adottate dagli ex Paesi ospitanti e dallo scoppio del conflitto tra la Repubblica islamica e Israele nel giugno 2025. Circostanze che hanno comportato perdita di beni, separazione dai familiari e precarietà economica. Donne e ragazze, in particolare, rischiano di subire violazioni dei diritti umani, mentre i bambini potrebbero incontrare limitazioni nell’accesso all’istruzione.

Siria: nel 2025 tornati oltre 3 milioni di persone

In Siria, per oltre un decennio al centro di uno dei più grandi esodi di massa, nel corso del 2025 sono rientrate circa 3,3 milioni di persone, quasi il triplo rispetto all’anno precedente. Sebbene oltre sette rimpatriati su dieci abbiano riferito un miglioramento delle condizioni di vita dopo la caduta di Assad, il Paese continua a essere attraversato da molteplici criticità. La Siria, infatti, risente ancora degli effetti di anni di conflitto, tra cui declino economico, danni alle infrastrutture, precarietà dei servizi essenziali e persistenti episodi di violenza. Anche in questo contesto i bambini rimpatriati rischiano maggiormente di dover abbandonare la scuola e di essere vittime di sfruttamento con il lavoro minorile. Le donne, inoltre, possono subire restrizioni alla libertà di movimento e all’abbigliamento, oltre a essere maggiormente esposte alla violenza di genere.

Sudan: un Paese devastato dalla crisi umanitaria e dalla guerra

Giunto al quarto anno di guerra, il Sudan, invece, ha visto nel 2025 il ritorno di circa 651.500 rifugiati e di 2,9 milioni di sfollati interni verso aree meno colpite dai combattimenti. Tuttavia, persino le zone considerate più sicure non garantiscono condizioni ottimali: infrastrutture e abitazioni danneggiate, servizi insufficienti, limitate opportunità economiche, calamità naturali e focolai epidemici, tra cui il colera. Alla luce di questi movimenti, che spesso avvengono in condizioni ancora lontane dagli standard necessari per garantire un ritorno sicuro, volontario e dignitoso, l’Unhcr si è posta l’obiettivo di dimezzare entro il 2035 il numero dei rifugiati in esilio prolungato. Secondo l’Agenzia Onu, il solo sostegno umanitario non è sufficiente a favorire l'autosufficienza a lungo termine. Se il rimpatrio volontario in condizioni di sicurezza resta la soluzione più auspicabile, la nuova strategia punta a rafforzare le opportunità di sostentamento, promuovere l’inclusione nelle comunità ospitanti e garantire percorsi sicuri verso Paesi terzi. Necessaria, quindi, è la collaborazione tra governi, istituzioni finanziarie internazionali, organizzazioni umanitarie, settore privato e società civile. Un appello alla responsabilità rivolto alla comunità internazionale, chiamata a non cedere alla normalizzazione di una crisi, diventata ormai caratteristica strutturale del panorama globale contemporaneo.

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19 giugno 2026, 12:56