Washington D.C. Washington D.C.  (AFP or licensors)

Stati Uniti, la Camera dei rappresentanti ordina il ritiro dalla guerra in Iran

Il provvedimento, sostenuto da tutti i democratici e da quattro repubblicani, è passato con 215 voti favorevoli e 208 contrari. La misura resta in larga parte simbolica, poiché dovrà ottenere il via libera del Senato e il presidente conserva il diritto di veto, ma fotografa le crescenti preoccupazioni presenti anche in una parte della maggioranza repubblicana riguardo all’andamento della guerra

Vatican News

Diventa anche e soprattutto una questione interna alla politica americana la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Ieri la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione che chiede il ritiro delle truppe statunitensi dal conflitto fino a una nuova autorizzazione del Congresso. Il provvedimento, sostenuto da tutti i democratici e da quattro repubblicani, è passato con 215 voti favorevoli e 208 contrari, segnando un duro colpo politico per il presidente Donald Trump. La misura resta in larga parte simbolica, poiché dovrà ottenere il via libera del Senato e il presidente conserva il diritto di veto, ma fotografa le crescenti preoccupazioni presenti anche in una parte della maggioranza repubblicana riguardo all’andamento della guerra.

Segnali di possibile de-escalation

Sul piano diplomatico, intanto, continuano ad arrivare segnali di una possibile de-escalation. Lo stesso Trump ha dichiarato che i colloqui con Teheran starebbero procedendo «molto bene» e che un accordo potrebbe essere raggiunto già nel fine settimana. Il presidente americano ha inoltre assicurato che, in caso di intesa, lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto «immediatamente dopo la firma», permettendo il ritorno alla normale navigazione in uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo. Secondo indiscrezioni riportate dall’emittente panaraba Al Arabiya, sarebbe ormai definita l’architettura di un accordo provvisorio articolato in quattro fasi. La prima riguarderebbe il consolidamento del cessate-il-fuoco e la prevenzione di nuove escalation; la seconda la riapertura dello Stretto di Hormuz e la sicurezza delle rotte marittime; la terza un allentamento graduale delle sanzioni e lo sblocco di parte dei fondi iraniani congelati all’estero; la quarta, la più complessa, aprirebbe invece il negoziato sulle questioni strategiche legate al programma nucleare iraniano e ai meccanismi internazionali di controllo.

Ma resta alta la pressione militare

Nel frattempo, il presidente americano sembra voler mantenere aperto il canale del dialogo senza rinunciare alla pressione militare. Secondo il quotidiano The Wall Street Journal, Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di non voler riprendere una guerra su vasta scala contro l’Iran a meno che Teheran non provochi nuove vittime tra i militari statunitensi schierati nella regione. Formalmente la Casa Bianca continua a considerare valida la tregua entrata in vigore ad aprile, nonostante gli scontri e gli attacchi registrati nelle ultime settimane. Sul fronte dei rapporti con Israele, il presidente americano ha inoltre cercato di ridimensionare le recenti tensioni con il premier, Benjamin Netanyahu, definendolo «un grande partner». Trump ha rivendicato il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti nelle operazioni militari contro l’Iran, sostenendo che Israele «non avrebbe potuto farcela senza di noi». Da Teheran, però, continuano ad arrivare messaggi di segno opposto. In occasione dell’anniversario della morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, la guida suprema Mojtaba Khamenei ha accusato gli Stati Uniti di essere pronti a «fare qualsiasi cosa per fermare il progresso dell’Iran», sostenendo che Washington e Israele non accettano l’esistenza di un Paese «forte e indipendente».

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04 giugno 2026, 11:38