Terremoto in Venezuela. Si continua a scavare, ogni minuto è prezioso
Giada Aquilino - Città del Vaticano
È ormai più di una corsa contro il tempo, più di una ricerca disperata a mani nude, più di un lavoro senza sosta nel pieno della devastazione. Ogni minuto è prezioso in Venezuela per tentare di strappare vite alle macerie delle due potenti scosse di terremoto che, mercoledì pomeriggio attorno alle 18:00 locali, hanno devastato la parte settentrionale del Paese latinoamericano, a nord-ovest di Caracas, in particolare l’area costiera di La Guaira. A quasi 72 ore dal sisma, lasso di tempo entro cui le protezioni civili di tutto il mondo indicano come statisticamente ancora possibile estrarre dalle macerie persone vive dopo una calamità, non si spegne la speranza, nonostante si contino almeno 920 morti e oltre 3.300 feriti. Le persone in vita individuate sotto i cumuli di pietre e detriti sarebbero 172.
I bilanci in crescita
Mentre un nuovo sisma di magnitudo 4.9 sulla scala Richter è stato registrato oggi nel Venezuela centrale, a rendere già l’immagine dell’immane disastro sono le decine di migliaia di dispersi: oltre 54.000 le persone di cui non si ha alcuna notizia, stando alle segnalazioni giunte al sito internet aperto da un gruppo di cittadini per aiutare le famiglie a rintracciare i propri cari e rilanciate dai media locali. I dati ufficiali parlano al contempo di circa 400 edifici e case distrutti o severamente danneggiati, a cui vanno aggiunti anche 13 ospedali, 25 centri commerciali e oltre 1.000 infrastrutture. Ma il blackout nelle comunicazioni rende i bilanci ancora drammaticamente troppo provvisori.
Le parole del nunzio a Caracas
A portare la vicinanza di Papa Leone XIV ai venezuelani terremotati è stato in queste ore il nunzio apostolico a Caracas, l’arcivescovo Alberto Ortega Martín, che in un video sui social ha ringraziato il Pontefice per aver inviato un primo aiuto, pari a 100.000 euro. Il presule ha pregato per le vittime e ha esortato tutta la popolazione a trovare la forza «nel conforto di Dio»: adesso, ha detto, «è il momento della carità, della solidarietà, di aiutare» tutti coloro che sono stati colpiti dal disastro.
La situazione sul terreno
Sul terreno, intanto, la presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha chiesto alla popolazione di non recarsi nella zona a nord di Caracas e il ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, ha annunciato che il governo si appresta a limitare l’accesso allo Stato di La Guaira, per facilitare — ha riferito — le operazioni di soccorso.
I team d’emergenza, ma anche volontari e semplici cittadini, continuano intanto a lavorare, pure senza mezzi, senza escavatori, senza strumenti, alla ricerca di un grido di aiuto, di un lamento, di un segnale da sotto le montagne di calcinacci e polvere in cui si sono sgretolati gli edifici. È successo per due donne e un neonato, estratti vivi dai palazzi collassati di La Guaira.
In un contesto di perdurante crisi economica e sociale e di totale emergenza del sistema elettrico e della distribuzione dell’acqua potabile, che erano già in sofferenza e che ora, in alcune zone, sono completamente fuori uso, c’è poi il dramma delle persone evacuate e sfollate. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima fino a 6,8 milioni di persone colpite, di cui circa due milioni nella sola area metropolitana di Caracas. Secondo le cifre rese note dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, le persone «sinistrate» risultano più di 3.000, mentre il ministero dell’Interno ha parlato di aiuti alimentari distribuiti a 70.000 famiglie. Ma al di là dei numeri, il quadro dell’emergenza di quanti non possono fare ritorno nelle loro abitazioni inizia ad emergere prepotentemente e dolorosamente: in diverse aree di La Guaira e della capitale, si osservano famiglie accampate ai piedi di edifici ormai abbandonati, con le poche cose che sono riuscite a ricuperare.
Gli aiuti internazionali
Tra le difficoltà sul terreno, la solidarietà internazionale è in moto. Stanno giungendo le prime squadre di soccorso da tutto il mondo: almeno 25 team d’emergenza da 17 Paesi, oltre a quelle dell’Onu, si stanno unendo alle squadre locali. Già atterrati quelli provenienti da Spagna, Italia, Messico, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Stati Uniti, Repubblica Dominicana e Svizzera, mentre il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha allentato le sanzioni al Venezuela autorizzando tutte le transazioni connesse agli interventi di soccorso.
Domenica una messa a Roma
Dalle comunità all’estero arriva poi la vicinanza ai connazionali colpiti dal sisma. Questa domenica alle 18:00 a Roma, a San Nicola in carcere, una messa in spagnolo sarà celebrata dal parroco, il padre venezuelano Jesús Yrady. Ai media vaticani spiega come «le comunità venezuelane e latinoamericane della zona pregheranno per le vittime del terremoto e per la situazione nel Paese».
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