Afghanistan cinque anni dopo, l'emergenza umanitaria sotto i talebani
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
Una persona su due nell’Afghanistan sotto il potere dei talebani è bisognosa di aiuti umanitari. A cinque anni dal caotico ritiro degli Stati Uniti e dei loro alleati dal Paese crocevia tra Asia centrale, meridionale e occidentale — culminato il 15 agosto 2021 con il ritorno dei talebani a Kabul — l’Afghanistan resta una delle crisi umanitarie più gravi ma dimenticate al mondo. Nel 2026, secondo l’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari, 21,9 milioni di persone risultano aver bisogno di aiuti umanitari. Praticamente metà della popolazione, afflitta da fame, siccità prolungata, declino economico e collasso dei servizi essenziali.
Ragazze senza scuola e università
Il tutto sullo sfondo di una negazione sistematica dei diritti delle donne, che secondo l’Unesco si materializza nell’esclusione di 2 milioni e mezzo di ragazze dall’istruzione secondaria. L’accesso alle scuole secondarie è stato precluso alle ragazze nel marzo 2022, mentre le università sono state chiuse alle giovani donne più tardi nello stesso anno. «Queste restrizioni stanno vanificando due decenni di progressi nell’istruzione: se nel 2001 l’accesso alle scuole per le ragazze era fortemente limitato, nel 2021 quasi un milione di ragazze risultava iscritto all’istruzione secondaria», ha dichiarato l’Unesco. «Le donne e le ragazze afghane hanno il diritto di imparare; è un diritto umano fondamentale», ha affermato Hoda Jaberian, coordinatrice dei programmi Unesco per l’istruzione in situazioni di emergenza. La negazione dell’istruzione superiore alle ragazze afghane, secondo l’Unesco, «rischia di condannare il Paese a decenni di potenziale perduto, aggravando la povertà e causando danni irreversibili». Secondo le stime dell’agenzia Onu con sede a Parigi, il divieto di accesso all’istruzione secondaria e superiore potrebbe portare 600.000 donne afghane a lasciare il mercato del lavoro entro il 2066, provocare perdite di reddito complessive per 9,6 miliardi di dollari e aumentare il rischio di matrimoni precoci.
I rimpatri da Iran e Pakistan
In questo contesto altamente precario si aggiungono i rimpatri su larga scala portati avanti negli ultimi mesi da Iran e Pakistan, che tra il settembre 2023 ed il giugno di quest’anno hanno costretto al ritorno in patria 6 milioni di afghani. Uno scenario insostenibile che sta portando le comunità più vulnerabili nel baratro. Come indica l’ong Action Aid, molti afghani vengono rimpatriati senza risparmi, mezzi di sussistenza o reti di supporto. E il loro rientro esercita un’enorme pressione su comunità già alle prese con povertà e servizi pubblici limitati. Le province di confine e le principali aree di transito, tra cui Nangarhar, Herat, Kabul e Badghis, sono tra le più colpite.
Fame e siccità
Anche la fame è sempre più diffusa: oltre 17 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Allo stesso tempo la siccità prolungata sta colpendo 3,4 milioni di persone in 12 province, riducendo la produzione agricola e aggravando la scarsità d’acqua. Le infrastrutture danneggiate, la diminuzione delle risorse idriche e i servizi igienico-sanitari inadeguati stanno aumentando i rischi per la salute pubblica, in particolare per donne, bambini e altri gruppi vulnerabili. «Eppure, mentre i bisogni umanitari continuano a crescere, i fondi per gli aiuti internazionali diminuiscono», dichiara Srikanta Misra, direttore di ActionAid Afghanistan: «I tagli stanno costando vite umane».
Speranze di riscatto
A essere particolarmente colpite sono le donne e le ragazze, che affrontano ostacoli crescenti alla mobilità, al lavoro, all’istruzione e all’accesso ai servizi essenziali. La storia di Karima è una storia di riscatto, la storia della "sarta di Badghis”, nell’Afghanistan occidentale. Ha solo 23 anni ma è già vedova e vive con i figli nella casa di suo padre. Il nucleo familiare è composto da 12 persone e, prima che Karima avviasse la propria attività, l’unica fonte di reddito era quella del padre agricoltore. In alcuni periodi, le risorse non erano sufficienti neppure per garantire pasti regolari e acquistare i medicinali necessari a un figlio di Karima, che ha una disabilità. Dopo un matrimonio precoce e un trascorso difficile che l’aveva portata in Iran, Karima ha acquisito l’esperienza necessaria per aprire un laboratorio di sartoria. È riuscita ad affittare un piccolo negozio, ma trasformare il mestiere in un’attività stabile si è rivelato difficile. Grazie a un contributo economico ed al sostegno di un programma di ActionAid, questa giovane donna ha potuto comprare nuove attrezzature, e aumentare produzione e numero di clienti. Ora ambisce a far crescere ulteriormente l’attività dando lavoro ad altre ragazze. La sua storia in controtendenza apre la porta a un vento di speranza e dimostra come le donne afghane, se adeguatamente sostenute, nonostante le molteplici limitazioni che scontano possano essere protagoniste del cambiamento.
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