Hiroshima, ad 81 anni dalla bomba resta alto il richiamo al disarmo mondiale
Edoardo Valentino – Città del Vaticano
Il 6 agosto 1945, alle 8.15, la prima bomba atomica impiegata in un conflitto esplose sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo un secondo ordigno colpì Nagasaki. A 81 anni dal lancio dell'arma nucleare, la memoria delle vittime e dei superstiti continua a richiamare all’umanità le conseguenze di quel disastro. Tuttavia, le voci di coloro che vissero direttamente quei giorni diventano sempre più rare. “La testimonianza di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza del bombardamento - osserva il ricercatore di Archivio Disarmo, Matteo Taucci - diventa fondamentale nel perpetuare la memoria dell’olocausto nucleare e le conseguenze delle armi nucleari”.
Diplomazia e trasparenza
Secondo il ricercatore, l’attuale regime di non proliferazione sta attraversando una fase di trasformazione, caratterizzata dall’erosione del diritto internazionale, dalla competizione tra le grandi potenze e da una nuova corsa agli armamenti. Un passaggio centrale è stata la scadenza, il 5 febbraio 2026, del New START, l’ultimo trattato bilaterale per il controllo delle armi nucleari strategiche di Stati Uniti e Russia. L’accordo si è concluso senza una successiva intesa tra Mosca e Washington, interrompendo un sistema di limitazioni e verifiche reciproche sviluppatosi negli ultimi decenni della Guerra Fredda. Matteo Taucci richiama, tra le prime conseguenze, la mancata pubblicazione di informazioni sugli arsenali da parte delle due potenze, “la prima rottura che si vede - spiega - è la mancanza di fonti, di trasparenza e di dati”. Per il ricercatore, il controllo degli armamenti richiede innanzitutto la possibilità di conoscere e analizzare la consistenza degli arsenali. Alla trasparenza deve accompagnarsi la condivisione delle informazioni tra le potenze nucleari. “Per parlare di una pace disarmata e disarmante — afferma — dovrebbe esserci una pace diplomatica, una pace in cui si dà alla diplomazia il compito di mediare tra le forze militari e gli interessi strategici”.
Nuova corsa al riarmo
Secondo i dati del SIPRI, l'Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, tra il 2025 e il 2026 il numero globale di testate nucleari dispiegate o conservate nelle riserve militari è passato da 9.614 a 9.745, un aumento dell’1,36% e che procede di pari passo con una spesa di 119 miliardi di dollari da parte delle nove potenze dotate di armi nucleari, Stati Uniti, Russia, Cina Corea del Nord, Pakistan, India, Francia, Israele e Regno Unito. Un incremento senza precedenti e, come segnalato dall'ultimo rapporto di International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Ican), in aumento del 19% rispetto al 2024. Taucci segnala in particolare l'incremento degli arsenali di Cina, Russia e Corea del Nord, oltre a menzionare la proposta di bilancio dell’amministrazione Trump per il 2027, che prevede 32,8 miliardi di dollari destinati alla National Nuclear Security Administration per “lo sviluppo di nuove testate, la modernizzazione delle infrastrutture e il prolungamento della vita operativa degli ordigni esistenti”. Un ulteriore elemento di preoccupazione è rappresentato dalla cosiddetta "friendly proliferation", la diffusione di tecnologie nucleari tra Stati alleati. Il ricercatore richiama a questo proposito l’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per lo sviluppo del programma nucleare civile di Riad, sottolineando che l’intesa consentirebbe al Paese del Golfo di utilizzare tecnologia e know-how statunitensi, spianando di fatto "la strada alla realizzazione di un impianto per l’arricchimento dell’uranio".
Il ruolo dell’AI
Una delle sfide contemporanee riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale in campo militare e la necessità di orientare lo sviluppo verso un utilizzo responsabile. Documento quadro a questo proposito è la Dichiarazione di Roma, 'Humanity at a Threshold: Declaration on Artificial Intelligence and Nuclear Weapons', sottoscritta da premi Nobel ed esperti per richiamare l’attenzione sui rischi derivanti dall’integrazione tra sistemi di intelligenza artificiale e armamenti nucleari. Tra i principi indicati nella dichiarazione, ricorda il ricercatore, c’è la necessità di non delegare ad un algoritmo la decisione finale sul lancio di un’arma. Il problema riguarderebbe la cosiddetta 'black box', ovvero il processo, non sempre pienamente ricostruibile, attraverso il quale l’intelligenza artificiale elabora le informazioni e arriva ad una determinata conclusione. “Non avendo conoscenza di come le decisioni all’interno del ragionamento dell’intelligenza artificiale vengano prese — spiega ancora Taucci — non si può affidare interamente ad una macchina la decisione se lanciare o non lanciare un’arma”. La Dichiarazione di Roma invita quindi a mantenere un controllo umano effettivo, promuovendo uno sviluppo responsabile delle nuove tecnologie ed una leadership politica consapevole dei rischi. “La possibilità che - conclude il ricercarcatore di Archivio Disarmo - vi sia una macchina a decidere se si tratti di un incidente nucleare o di un vero attacco nucleare spaventa più dell’attacco nucleare stesso".
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.