Francesco Guccini a Lucca Comics & Games 2016. Chiesa di San Giovanni. Foto di Niccolò Caranti Francesco Guccini a Lucca Comics & Games 2016. Chiesa di San Giovanni. Foto di Niccolò Caranti

È morto Francesco Guccini, Salvarani: "Ci ha interpretato come pochissimi altri"

Il teologo e scrittore Brunetto Salvarani, amico e biografo del cantautore morto oggi a 86 anni, ne ripercorre ai media vaticani la vicenda umana e artistica. Dalla centralità della parola alla passione per la letteratura e la Bibbia, il ritratto di un autore che ha saputo interpretare la vita e parlare a generazioni diverse

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

"Fabbrico sedie e canzoni, erbaggi amari, cicoria, un grappolo di illusioni". Così Francesco Guccini si presentava nel brano Gli artisti, quasi ridimensionando con ironia la propria statura. Dietro quell'autoritratto dimesso c'era però una delle figure più originali della cultura italiana del secondo Novecento: non solo cantautore, ma anche scrittore, narratore, fumettista, attore e lettore instancabile. Come spiegava lui stesso a Brunetto Salvarani in una lunga conversazione pubblicata nel 2010 da L'Osservatore Romano, molte sue canzoni nascevano anzitutto dalla letteratura: da Thomas Stearns Eliot ad Allen Ginsberg, fino alla Bibbia, "un grande libro" e "un grande codice culturale" con cui era impossibile non confrontarsi.

È da questa prospettiva che Salvarani, teologo, scrittore e amico di Guccini, rilegge la figura del cantautore scomparso oggi, 6 agosto 2026. Lo fa con il dolore di chi lo aveva sentito fino a pochi giorni prima e apre il suo ricordo con un pensiero alla moglie Raffaella: "Ci eravamo sentiti qualche giorno fa e sapevo delle difficoltà di salute, ma naturalmente si spera sempre che le cose vadano a finire in maniera diversa". Per Salvarani, Guccini è stato soprattutto un interprete del suo tempo. "Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri". Lo ha fatto con la musica, ma anche "con la sua scrittura, addirittura col suo fumetto". Ha raccontato se stesso e, proprio per questo, la vita di tanti altri.

Il racconto della vita

Considerarlo un cantautore politico, secondo Salvarani, sarebbe "totalmente riduttivo". La politica attraversa molte sue canzoni, ma non ne costituisce il cuore. Di questa cosa che chiami vita – titolo del volume che Salvarani gli dedicò con Odoardo Semellini – sintetizza meglio di ogni etichetta il centro della sua opera: "il racconto della vita così com'è", con la storia, gli affetti, la memoria, il tempo che passa e le grandi domande dell'esistenza. Alla base di questa poetica c'erano "la coerenza e la sincerità". Guccini possedeva una rara trasparenza umana: "Da Francesco potevi comprare una macchina usata e sapevi che non ti avrebbe imbrogliato". È questa autenticità che rende ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, "canzoni sostanzialmente immortali" perché capaci di intercettare "sentimenti che sono eterni".

Fiori in via Paolo Fabbri 43 a Bologna, dove Guccini ha vissuto fino al 2012, 06 agosto 2026. ANSA/Alessandro Cori
Fiori in via Paolo Fabbri 43 a Bologna, dove Guccini ha vissuto fino al 2012, 06 agosto 2026. ANSA/Alessandro Cori   (ANSA)

Le parole prima della musica

Guccini apparteneva alla stagione della grande canzone d'autore, sulle orme di Bob Dylan, Donovan, Jacques Brel e Georges Brassens. In Italia, ricorda Salvarani, lui e Fabrizio De André furono i protagonisti di una rivoluzione che metteva al centro la parola, "tanto importante e forse di più rispetto alla melodia". Una tradizione che oggi sopravvive in pochi artisti: "Forse uno degli ultimi che la rappresenta è Vinicio Capossela". Tra i suoi dischi fondamentali Salvarani indica Radici (1972), "uno di quegli album che dal punto di vista musicale, ma anche testuale, restano decisamente nella storia". E proprio nel brano Gli artisti Guccini lascia quasi il proprio testamento poetico: finge che le sue canzoni siano destinate a scomparire, ma in realtà "sapeva che sarebbero rimaste".

La Bibbia come grande codice culturale

Fra le domande che attraversano tutta l'opera di Guccini, un posto speciale spetta a quelle sul sacro. Proveniva da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per l'influenza della madre Ester Prandi, ma "si è sempre proclamato agnostico". Una posizione che non si tradusse mai nel rifiuto della tradizione cristiana. Al contrario, osserva Salvarani, Guccini continuò a confrontarsi con il patrimonio biblico e spirituale. Nell'intervista del 2010 spiegava: "La Bibbia è un grande libro, assolutamente da leggere. È pieno di storie affascinanti, di testi poetici". Amava in particolare la Genesi e l'Apocalisse ed era convinto che la Scrittura fosse anzitutto "un grande codice culturale", indispensabile per comprendere la civiltà occidentale. Questa familiarità emerge anche in Shomèr ma mi-llailah, il cui titolo riprende un passo del profeta Isaia. Guccini raccontava di essere rimasto colpito dall'invito del profeta "a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi". Da qui una convinzione che attraversa tutta la sua opera: "Non bisogna stancarsi di porsi delle domande".

Francesco Guccini e Gianni Morandi salutano Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 21 aprile 2018
Francesco Guccini e Gianni Morandi salutano Papa Francesco in Piazza San Pietro, il 21 aprile 2018

"Dio è morto", una canzone di speranza

Fra i suoi brani più celebri c'è naturalmente Dio è morto, scritto nel 1965 e inciso nel 1967 dai Nomadi e da Caterina Caselli. Più volte frainteso come un testo nichilista, nasceva dalla celebre copertina di Time (Is God dead?) e da varie suggestioni letterarie. Guccini voleva raccontare una generazione in cerca di un cambiamento profondo. Come spiegava nel 2010, il finale non era un espediente narrativo: "L'aggiunta finale della speranza" rifletteva un sentimento autentico, perché "all'epoca la speranza covava veramente". In questo contesto assume un significato particolare anche la scelta di Radio Vaticana di trasmettere la canzone negli anni in cui altrove veniva censurata. Salvarani racconta di avere ricostruito personalmente quella vicenda parlando con i due giornalisti dell'emittente che presero quella decisione: "Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società". Anche per questo Guccini è stato "veramente un cantautore intergenerazionale".

L'ironia e il mistero

Nel ricordo di Salvarani emerge infine il volto più personale dell'amico. "Guccini era un grande timido che risolveva la sua timidezza con l'ironia". Dietro il sarcasmo c'era un uomo che attribuiva un valore assoluto all'amicizia. Anche il brano Gli amici, osserva il teologo, possiede "una dimensione escatologica", immaginando un ritrovo oltre la morte. Guccini riconosceva infatti che nella vita esiste "una parte misteriosa" che sfugge al positivismo e allo scientismo. Un autore, dunque, che non ha mai preteso di offrire risposte definitive, ma che ha saputo trasformare la letteratura, la musica e perfino la Bibbia in strumenti per continuare a interrogare la vita.

Ascolta l'intervista integrale al teologo Brunetto Salvarani

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06 agosto 2026, 15:00