Sudan, il business dell'oro che alimenta la guerra
Federico Piana - Città del Vaticano
«Decine di persone ammassate su camion merci che hanno una sola destinazione: le miniere. Ogni giorno li vediamo e sono tanti. Solo sulla strada che da qui va verso il Nilo e porta fino alla città di Atbara ho contato otto siti estrattivi dove si vedono macchinari e gente che lavora senza fermarsi mai». La nostra fonte a Port Sudan decide di parlare solo a patto che gli sia garantito il più assoluto anonimato. Far riferimento al giro d’affari dell’oro può toccare nervi scoperti. E costare caro.
Miliardi di dollari
In Sudan, il commercio del metallo giallo è arrivato a valere miliardi di dollari. Il rapporto Gold and the war in Sudan. How regional solutions can support an end to conflict (L’oro e la guerra in Sudan. Come le iniziative regionali possono favorire la fine del conflitto) pubblicato nel marzo del 2025 da Chatham House, autorevole centro di ricerca britannico specializzato in politica estera e relazioni internazionali, ha svelato che quel giro d’affari costituisce una delle principali fonti di finanziamento sia delle Forze armate sudanesi (Saf) che delle Forze di supporto rapido (Rsf): l’esercito regolare del generale Abdel Fattah al-Burhan e la potente forza paramilitare guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto "Hemedti", contrapposti in una sanguinosa guerra iniziata nel 2023.
Economia di precarietà
«Quelli che si vedono dalla strada per il Nilo sono siti estrattivi a cielo aperto, quindi legali. Ma poi, da quelle parti, ci sono anche zone montagnose di difficile accesso dove si possono trovare miniere artigianali, illegali» racconta la fonte. Che rivela come intorno alle pepite d’oro si sia strutturata un’economia di giovani senza lavoro che pur di sopravvivere hanno accettato condizioni estreme fatte di precarietà e rischio della vita.
Fitta rete transnazionale
I curatori del rapporto, Ahmed Soliman, responsabile delle attività di ricerca sul Corno d’Africa per Chatham House, e Suliman Baldo, direttore esecutivo del Sudan transparency and policy tracker, centro di ricerca indipendente specializzato nell'analisi della governance, dell’economia politica e della trasparenza in Sudan, hanno spiegato che il commercio dell’oro alimenta una fitta rete transnazionale composta da commercianti, intermediari, contrabbandieri, gruppi armati e governi stranieri.
Controllo e potere
Chi controlla l’oro, è la tesi di fondo, controlla le entrate economiche, la capacità di acquistare armi, il consenso locale, il potere politico. Per questo, hanno sostenuto nel rapporto, il conflitto in corso non riguarderebbe solo il controllo del territorio ma soprattutto quello delle miniere e delle rotte commerciali destinate al metallo giallo. Rotte che comprenderebbero anche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Libia, Ciad, Sud Sudan, Etiopia ed Arabia Saudita.
Difficoltà estreme
La nostra fonte di Port Sudan — esperto e studioso delle dinamiche sociali e politiche nazionali — ha visto con i suoi occhi le tende di tessuto dentro le quali dormono i minatori: «È gente che lavora lontano da casa e che si arrangia come può: in quei luoghi, la temperatura sfiora anche i 46 gradi. Chi è più fortunato, esce al mattino presto e torna a casa la sera ma almeno non deve dormire nel deserto». Il rapporto di Chatham House ha calcolato che almeno un milione di sudanesi è impegnato nell’estrazione artigianale di oro, modalità che rappresenterebbe l’83 per cento della produzione nazionale e che non permetterebbe di impedire il contrabbando, la tassazione informale e l’appropriazione da parte dei gruppi armati.
L'oro ha trasformato la guerra
Un’altra tesi che Soliman e Baldo hanno sviluppato nel loro lavoro di ricerca è quella secondo la quale non è stata la guerra a trasformare il settore aurifero ma il contrario. Il Sudan, hanno ricostruito gli autori, per la maggior parte della sua storia indipendente è stato governato da militari i quali hanno assunto un ruolo di controllo e di dominio dell’economia nazionale, settore dell’oro compreso. Ecco, allora, spiegate le rivalità tra Saf ed Rsf per accaparrarsi più giacimenti possibili.
Motore del conflitto
«L’oro — conferma la fonte — è la benzina che alimenta la guerra in corso. Prima della secessione del Sud Sudan, la principale ricchezza era il petrolio. Dopo che tre quarti delle riserve petrolifere sono rimaste al Sud Sudan, il metallo giallo per il Sudan è diventato una priorità». Una situazione, quella dell’oro motore del conflitto, che preoccupa anche i missionari comboniani: tramite la Fondazione Nigrizia Ets, hanno chiesto alle istituzioni internazionali ed europee di bloccare la filiera illegale dell’oro per tentare di trovare una via verso la pacificazione. Come ha messo in evidenza lo studio di Chatham House, interrompere il finanziamento del conflitto non vuol dire solamente agire sulle miniere in Sudan ma provare ad intervenire anche sulle reti regionali, che permettono all’oro di trasformarsi in denaro contante, coinvolgendo le nazioni confinanti e i principali hub commerciali del Golfo.
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