Il trappista Georgeon: sentire il Papa parlare di Fratel Luc mi ha commosso
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
Nella suggestiva cornice della Basilica di Nostra Signora d’Africa, ad Algeri, Papa Leone XIV si è rivolto ieri, 13 aprile, alla comunità locale citando fratel Luc. La figura in questione è quella di un anziano monaco parte di coloro che sono passati alla storia come i "martiri di Tibhirine", sequestrati dal loro monastero di Notre-Dame de l’Atlas nel 1996 durante la guerra civile nel Paese africano, uccisi dopo 56 giorni di prigionia, e beatificati nel 2018 da Papa Francesco. Al sentire pronunciare quel nome, padre Thomas Georgeon, abate del monastero di La Trappe e postulatore della causa di beatificazione di tutti i 19 "martiri d’Algeria", si è commosso, come racconta ai media vaticani.
Solo quindici giorni fa, infatti, ricevuto in udienza in Vaticano, padre Georgeon aveva donato al Pontefice la biografia di fratel Luc, scritta insieme all’amico Christophe Henning, scrittore e giornalista francese, ed edita dalla Libreria Editrice Vaticana. "È un uomo che ascolta molto", aggiunge, riferendosi al Pontefice.
Incoraggiamento per i cristiani del Medio Oriente
"Penso che in questi tempi, vedendo ciò che accade in Medio Oriente, con i cristiani costretti a lasciare i loro Paesi, la figura di fratel Luc possa essere un incoraggiamento per loro". Così padre Georgeon inquadra la figura chiave della comunità dei monaci di Tibhirine.
Questa la citazione del Papa, che ha richiamato l’importanza di rimanere fedeli alla carità "di fronte all’odio e alla violenza", riferendosi alla testimonianza dei martiri che hanno sacrificato la vita "assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani".
"Un uomo di pace" tra i fedeli musulmani
Un’azione, ha ancora sottolineato Leone XIV, "senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia". Tratti che padre Georgeon riconosce nella figura di fratel Luc, attivo in Algeria per oltre cinquant’anni e capace di curare quasi seicentomila persone. "Un uomo di pace", così lo definisce il monaco trappista, attento specialmente al modo in cui i fedeli musulmani vivevano la loro fede.
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