All'Università Sapienza, tra i giovani in attesa del Papa: questa per noi è una casa
Antonella Palermo - Roma
“Io sono proprio in hype”. Lo slang giovanile traduce la forte trepidazione tra gli studenti che frequentano la Cappella della Università Sapienza, per la visita, nella mattina di giovedì 14 maggio, di Leone XIV nel primo Ateneo romano. Proprio qui, alle 10.20, il Vescovo di Roma arriverà per un momento di preghiera e un saluto alla comunità, per poi spostarsi in rettorato e in Aula Magna dove terrà un discorso. Il Campus principale dell’università più grande d’Europa, situato nel piazzale intitolato ad Aldo Moro, a due passi dalla Stazione Termini, è un quadrilatero attraversato da decine di viali che si intersecano secondo la tipica architettura razionale di un secolo fa. Qui si studia, si fa ricerca, si organizzano convegni, mostre, concerti. Si guarda ai Nobel che hanno lasciato una grande eredità intellettuale. Ci si innamora. E si prega, anche. “Questo è un laboratorio dei cuori umani - dice don Gabriele Vecchione, il cappellano -, con 125 mila studenti provenienti da tutto il mondo, che faranno il mondo di domani. Qui si vuole vivere la fede con un approccio razionale all'altezza del XXI secolo".
La Cappella universitaria, una casa
“Questo posto sta diventando sempre più una casa”, dicono i ragazzi e le ragazze che gravitano attorno alla Cappella. Una di loro racconta che durante il corso di studi per la laurea triennale non ha mai vissuto la dimensione della fede in ambito universitario, pur avendo un forte legame con la vita della sua parrocchia di appartenenza, dove fa servizio dai tempi delle scuole medie. “Ritrovare adesso questa cosa in altri universitari come me, che sentono il desiderio di un di più, è proprio bello. È come fare unità interiore”. È emozionata: “Un anno fa ero lì in piazza San Pietro, quando c’è stata la fumata bianca, quindi questo Papa è particolare per me perché ne ho vissuto proprio l’elezione. È un fatto storico che possa venire alla Sapienza, mi fa dire proprio Wow! E questa accoglienza me fa proprio spera’, sperare in noi giovani, tanto”.
Lo studio che ha il sapore dell’infinito
È tardo pomeriggio, c’è qualcuno in adorazione davanti all’altare centrale. Dietro c’è una cappellina per i ritrovi di gruppi. Arredi molto sobri, poca luce. Ma poi si scopre che la luce sono loro, i giovani. Si scende un piano e c’è una vasta aula circolare dove si può liberamente studiare. Il rilancio di questo spazio è stata una fonte di gioia grande per qualcuno. Beatrice, per esempio, che studia Economia e Finanza e dà una mano alle attività, è stata particolarmente coinvolta: “È stato il momento in cui mi sono sentita parte di qualcosa”. Viene da Pantelleria, tanti traslochi, la percezione di essere “una eterna straniera”. Adesso questo luogo è semplicemente tutto: “È qui che vengo quando sto male, quando ho paura, quando sono felice, quando voglio stare in compagnia, oppure da sola. Negli anni, i continui spostamenti, mi hanno creato sempre tanta difficoltà nel sentirmi figlia di qualcuno. Qui ho trovato una famiglia e un posto che piano piano mi sta facendo scoprire di essere figlia, e io avevo bisogno di questo. Al primo anno ho vissuto una grande solitudine. Ero persa, in un vicolo senza luce. Però piano piano la sto ritrovando. Ora mi sento parte di tutta questa meraviglia”.
L’accoglienza: dono ricevuto, servizio restituito
Anche per Lorenzo la Cappella è un luogo di ritrovo nelle fragilità e nei desideri di riflessione. "Rappresenta uno spazio anche per mettere in discussione se stessi. Per noi ragazzi è fondamentale, sia si tratti di credenti che di non credenti”. Arriva qui appositamente dall’edificio Marco Polo, al di fuori della cittadella, come fanno in tantissimi, tanti passano qui anche da non studenti: “Vengo ogni settimana per poter parlare. Molto spesso mi è capitato semplicemente di passarci davanti, poi mi sono proprio appassionato”. Come un altro giovane dal Salento; ha studiato Design del Cinema, capelli biondo platino e occhiali spessi, ed è in attesa di lavoro: “A 16 anni ho smesso completamente di andare in chiesa. Due anni fa ho iniziato il percorso dei Dieci Comandamenti di don Fabio Rosini. Non mi ritengo al cento percento cristiano, ma sono in cammino. Gesù è sia uomo che Dio, questo è l’aspetto che mi fa sentire più vicino a lui”.
Per un giovane studente di Storia dell’Arte, di origini molisane e con la voce profonda di un attore, affidare ogni cosa del proprio quotidiano “a Colui che sa tutto” è fondamentale. “La fede è una porta che apre tante porte nella mia vita”. Lo studio e la fede non sono mondi separati, sottolinea. E racconta di quella volta a ottobre quando per caso, o Provvidenza, ha sentito di una raccolta giochi per i bambini dell’ospedale Umberto I: “Io ci ho messo del mio. Da allora si è creato un bellissimo gruppo in cui ci si sente benvenuti. Il nostro ruolo è proprio accogliere e dare conforto a chi serve”. Anche Simone sta sempre di più scoprendo che “fede e intelletto possono anche combaciare”. Lui è anche un lavoratore, “ma questo stare qui ha riacceso la passione per lo studio che ora sembra avere un sapore un po’ più di eterno, di infinito. Una volta siamo stati a Rebibbia per la Via Crucis in carcere. Una esperienza molto bella - racconta - perché un detenuto, in fondo, non ha nulla da darti. Se non ha la libertà, che può darti! Eppure… Poter annunciare la passione, morte e resurrezione di Gesù in un posto del genere, in cui di morti se ne vedono parecchie, è stato tanta roba”.
Intercettare il linguaggio dei giovani
Nelle stanze del seminterrato vivono due dei sacerdoti che guidano le attività proposte in Cappella. Uno dei due vice cappellani, don Claudio Tagliapietra, spiega il valore di essere dentro il torrente della vita dell’Ateneo. “Non ci siamo mai posti il problema di come attrarre i giovani, in realtà, ma ci siamo posti la questione di come intercettare il loro linguaggio, le inquietudini che li muovono: solo allora si parla la stessa lingua. Qui cercano molte volte un padre, un fratello. A volte da conversazioni periferiche si arriva a un discorso più profondo”.
La sfida, che poi è quella che si vuole rimettere al centro con la visita del Papa, è di creare una sintesi tra le due forme di sapienza, quella di Dio e quella degli uomini. “Entrambe hanno la stessa fonte, basta mettere il cuore in ascolto”. E accenna a figure di riferimento nella storia della Chiesa che è utile andare a rileggere: "Per San Tommaso d’Aquino c’è una un’unica sapienza, Sant’Agostino è un maestro dal cuore ardente e sapiente, poi c’è Newman, altro Dottore della Chiesa che proponeva un ideale alto di università. È proprio l’unificazione del sapere che queste figure hanno insegnato l’obiettivo a cui ci si ispira anche quando si chiede ai vari gruppi che in Cappella organizzano riunioni e incontri di preghiera di non pensare solo al proprio recinto". Don Claudio non trascura di citare la Costituzione della Repubblica italiana che parla di progresso spirituale del lavoro, un aspetto, dice, che oggi si tende tanto a sottovalutare. Da professore egli stesso all'Università Santa Croce, ricorda: “Educare è una delle missioni più nobili che abbiamo come docenti: mettere davanti allo studente tutta la bellezza che Dio ha visto in loro prima della Creazione. Si dà loro tutto l’apparato di strumenti per far sì che siano ciò che devono essere”.
Un laboratorio dei cuori umani
Educare vuol dire far uscire il meglio da sé e dagli altri e uscire, con la testa e con il cuore, per sintonizzarsi sui bisogni dell'altro. È quello che è stato fatto, per esempio, lo scorso 4 maggio, proprio all’Auditorium della Cappella, nel quadro delle iniziative a sostegno dei 16 studenti di Gaza borsisti dell'Università: una serata di memoria e riflessione per non lasciare che il dolore di Gaza cada nel silenzio. È bellezza anche questa, così come quella di cui ci si può nutrire i martedì di maggio con il Festival di letteratura contemporanea “Giardini d’inchiostro”. A promuoverlo lo stesso cappellano, don Gabriele Vecchione, che è anche vice direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria. Incontrato tra i ragazzi, ha parole acuminate e dolci insieme, uno stile amorevole ed esigente. Evangelico, insomma. "Il Papa qui toglierà definitivamente da Dio quella patina luciferina che vuole che Dio, in un certo senso, sia il garante della guerra”, afferma. E mette a fuoco il dramma di oggi: “Tutte le guerre di cui leggiamo sui giornali in questi giorni sono ammantate anche di una retorica religiosa. Questo è una blasfemia inaccettabile”.
Quei ragazzi senza più voglia di vivere
“Mi è successo tante volte di ascoltare in confessione ragazzi che non avevano più voglia di vivere", confida. "Ecco, questo veramente mi rimane dentro e si tratta di dire loro che quello che stanno attraversando è un periodo che poi finisce”. Non è incline ai facili riduzionismi, don Gabriele. E quando si tratta di dare spessore al piano spirituale, spesso appiattito in maniera frettolosa e superficiale sul piano psichico oppure, al contrario, espunto da questo, rilancia: “La Chiesa ha un arsenale, una riserva di spiritualità che è immensa. Cioè, lo spirituale ha tante cose da dire: per esempio, San Giovanni della Croce, nella sua notte oscura, ha descritto di fatto una depressione, ma anche l'attraversamento della notte oscura e l'incontro con Dio. Quindi, diciamo, il linguaggio psichico è compreso dentro una dinamica di fede, non è straniero”.
I rischi dell’IA che toglie la fatica dello studio
Molto critico sull’uso pervasivo dei social, don Gabriele arriva a parlare di “catastrofe” quando si riferisce alle dipendenze che creano. È in atto una vera e propria pandemia neuronale che crea disturbi dell'attenzione, depressioni, sindromi da burn-out, evidenzia il giovane sacerdote che non risparmia su quello che un uso sregolato dell’IA: “Gli stessi professori ormai sono diventati dei pubblici ministeri in cerca di plagi. L'università è un luogo in cui si fa fatica, in cui si pensa e non ci si laurea così, con uno schiocco di dita, non si passa da 0 a 100 in tre giorni”.
Troppa retorica sui giovani, educare al desiderio
Che ci sia una forma di retorica anche sui giovani è un aspetto su cui don Gabriele si trova molto d'accordo. Arriva a dire che gli adulti hanno rovinato il mondo e "poi pretendiamo che i giovani non sonnecchino. I ragazzi non hanno chiesto di venire al mondo. Ci stanno e siamo noi che dobbiamo loro delle spiegazioni. Sì, c'è molto paternalismo riguardo ai giovani. E comunque non se ne esce, proiettiamo su di loro certe aspettative... Chi svolge una funzione di docenza nei confronti dei giovani dovrebbe piuttosto interrogare il loro cuore e chiedere loro che cosa desiderino. Noi invece li mettiamo sul nastro dell'industria, loro diventano come oggetti che scorrono sul nastro e vanno tutti verso un lavoro che magari odiano".
Bisogna dunque recuperare l'educazione al desiderio, prima di tutto. "È difficilissimo perché il desiderio è sempre straniero. Un figlio generalmente desidera altro da quello che desiderano i genitori, quindi stare nell'alterità è molto difficile”. Qui i sacerdoti ce la mettono tutta, attivano familiarità e il gusto per le relazioni sane. Quando qualcuno bussa in Cappella, lo fa per chiedere un accompagnamento, per cinque minuti di colloquio, per una confessione. "Ma in fondo tutti chiedono paternità, che qualcuno creda in loro”.
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