Da Lecce a Tenerife, Michel e Monica: qui abbiamo chiesto aiuto, ora ridiamo amore

La storia di due coniugi pugliesi immigrati sull'isola 8 anni fa e impegnati in Caritas: "Sappiamo cosa vuol dire essere disorientati, doversi reinventare una vita a migliaia di chilometri. La visita del Papa ci ha riempito di entusiasmo, serve fraternità e giustizia sociale". Don Manuel: l'impegno di laici e sacerdoti ne esce rinvigorito, consapevoli che l'accoglienza non può trascurare i problemi della popolazione locale, stretta tra una povertà sempre più marcata e attriti di convivenza

Antonella Palermo - Inviata a Tenerife

La venuta del Papa, sebbene per una manciata di ore, la prima di un pontefice nell’arcipelago delle Canarie, è avvertita da tutti, anche a distanza di qualche giorno, come un evento storico difficile da dimenticare. La vista del Teide, l’enorme vulcano che domina Tenerife, è uno spettacolo. Il tram, dal porto dove ancora campeggia il palco dove il Papa ha presieduto la Messa venerdì scorso, sale con rapidità a La Laguna, il cuore pittoresco fatto di case basse, vicoli pedonali, gustose caffetterie, un’atmosfera graziosa, rilassante, colorata, genuina. A metà percorso, la chiesa di San Agustí nel popoloso quartiere di Ofra.

La storia di Michel e Monica, da Lecce a Tenerife

Il sorriso, l’umiltà e la generosità di Michel Romano sono più che noti in questa comunità. Arriva otto anni fa, prendendo il primo aereo della sua vita, dal tacco dell’Italia per sondare il territorio e capire se ci fossero le condizioni per far trasferire tutta la famiglia, moglie e due bambini. L’azienda a Lecce portata avanti dai coniugi faticava a garantire un futuro soddisfacente, così si imbarcano nell’avventura canara. Le promesse di un lavoro immediato che in tanti alimentano si rivelano una beffa. Con mille euro in tasca, dopo l'arrivo del resto della famiglia, si affidano alla provvidenza. Per un periodo sono costretti a chiedere aiuto in Caritas. Michel si adatta a tutto, pur di non tornare sui suoi passi. Il primo impiego in una palestra di balli caraibici, poi come lavapiatti in un ristorante italo-argentino, infine telefonista e vigilante.

Michel Romano
Michel Romano

Da sempre coinvolto con Monica nell’Azione Cattolica, a Tenerife Michel capisce con chiarezza di voler servire la Chiesa come diacono permanente. Intraprende gli studi in Scienze Religiose e l’anno scorso si laurea a Madrid. “Qui il diaconato è tenuto nella massima considerazione e l’impegno è molteplice, continuo e di responsabilità”. Non fa mancare la sua vicinanza agli anziani, presta servizio al cimitero, è cappellano in carcere. Si sente che è un tutt’uno con i bisogni di questa gente. E lo stesso fa la moglie Monica Frisone, discreta e saggia, appassionata di Storia dell’arte con il sogno di insegnare pedagogia della catechetica. “L’aiuto ricevuto nel momento del bisogno lo devi rimettere in circolo, è una cosa naturale”, spiega. E così ora questi coniugi lavorano in quella stessa Caritas alla cui porta hanno bussato come utenti: lui aiuta a cercare lavoro e lei forma i volontari. Sono contenti e di più lo è chi incrocia la loro strada. “Io la visita del Papa l’ho vissuta con molto entusiasmo e allegria”, commenta Michel. “Conservo nel cuore l’invito a non essere cristiani tiepidi, a riaccendere quella fiamma del servizio, di essere accoglienti, di credere nella giustizia e nel bene comune, anche quando tutto rema contro”.

Monica Frisone
Monica Frisone

Don Manuel: il Papa qui ci ha commosso

Il parroco, don Manuel González Marrero (Manolo per gli amici), è un vulcano di energia. Prima della celebrazione domenicale, ripercorre, grato, le parole e i gesti del Pontefice che, dice, hanno commosso tutti: “Siamo scesi in strada, abbiamo ricominciato a uscire e a dire senza paura e senza vergogna che siamo cristiani, seguaci e testimoni di Gesù Cristo. L’appello del Papa ai trafficanti di morte è stato forte e ci ha invitato ad andare alle origini delle migrazioni forzate, senza, tuttavia, rinunciare all’impegno ad essere solidali con chi fugge dal continente africano. Indubbiamente, il messaggio fondamentale è la dignità dell’essere umano. Se questo ancora non è chiaro, allora ecco che si capiscono tutte le assurdità, le confusioni ideologiche, i pregiudizi, l’egoismo. Nell’ambito della nostra Chiesa a Tenerife siamo soliti dire che quando un fratello arriva sulle nostre rive non possiamo discutere, dobbiamo tendergli la mano e assisterlo”.

Un parroco del pueblo

Don Manuel si definisce “un parroco del pueblo”. È trascinante il suo modo di parlare ai fedeli, un vero pastore che cammina con la gente. Ha servito nei quartieri periferici, ma anche al sud dell’isola, nel vortice del turismo, così come a Las Palmas. Ed è rimasto ovunque il parroco attaccato alla comunità, “il resto delle sovrastrutture – confida - conto poco”. Ricorda con stima profonda la testimonianza di Thalía, la donna di origini colombiane che ha offerto al Papa il racconto della propria storia nell’incontro a Plaza del Cristo. È una sua parrocchiana e lavora come volontaria in Caritas. Il sacerdote ne è fiero. Del resto, qui molti arrivano anche dall’America Latina, e ancora oggi sono molti i venezuelani, tanto che Tenerife è stata rinominata l’ottava isola: con la guerra civile spagnola 62 mila canari emigrarono in Venezuela e ora siamo ancora nella fase del contro-esodo. Ci sono poi boliviani e cubani. “Abbiamo un ottimo rapporto con Cuba”, precisa il parroco.

Don Manolo
Don Manolo

La sfida dell’accoglienza in un contesto che mostra le sue crisi

La presenza del Papa ha rilanciato un impegno già molto vivo della Chiesa locale che ce la mette tutta a creare un clima di sostegno ai migranti, nonostante la consapevolezza di una serie di problemi per la popolazione autoctona che vanno dalla crisi degli alloggi a quella del lavoro. “Bisogna ascoltarli molto affinché non crollino. La reazione da parte loro è molto complessa, molto. Sentiamo che la Chiesa – sottolinea - deve mettere in pratica una vera e propria pedagogia sotto questo profilo. In questo momento, infatti, c'è molto pregiudizio, circolano molte idee politiche che distorcono la realtà. Non possiamo nascondere che la nostra gente sta subendo una serie di sacrifici molto pesanti: il turismo in realtà non è così bello come viene dipinto, i profitti che ne derivano non restano interamente ai canari. Abbiamo un livello di povertà in aumento, gli stipendi che non bastano… C’è crisi nel settore sanitario e in quello dell'istruzione. E così, in contesti in cui prevale una certa ignoranza e indifferenza, emergono violenza verbale, e anche gesti aggressivi, idee estremiste”.

La parrocchia di San Agustí
La parrocchia di San Agustí

Don Jesús: mettere in pratica per intero il messaggio del Papa

Proseguendo fino a La Laguna, nella parrocchia più antica dell’isola Nuestra Senora de la Concepción, che risale al 1497 e custodisce tesori d’arte di grande bellezza, c’è pronto a braccia aperte il parroco don Jesús Manuel Gil Agüín, direttore dell’Istituto Superiore di Teologia delle Canarie. Illustra le meravigliose volte decorate in stile portoghese e secondo gli influssi dell'arte mudéjar, nata dalla convivenza tra culture islamica e cristiana dopo la Reconquista. Il sacerdote, vicario episcopale, torna sui temi portati dal Papa: “Ha incoraggiato a recuperare una visione più umana della società, invitando al dialogo e alla responsabilità comune. Lui ha parlato chiaro. Il suo richiamo principale è stato di costruire ponti superando divisione e indifferenza, soprattutto in una società molto polarizzata come la nostra. Ora, si tratta di tornarci su, tutti, senza trascurare nessuna parte, e metterlo in pratica”.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

16 giugno 2026, 10:07