Le direttrici PAM Africa e America Latina: non ci sarà pace in un mondo affamato
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
C'è un vuoto straziante che la guerra attraversa sempre e per prima: la fame. Le due piaghe si nutrono a vicenda, eppure si continua a pensare che siano qualcosa contro cui nulla si può fare. Non è così: il cibo, nel mondo, c'è. Il problema è chi può permetterselo, chi riesce a raggiungerlo, chi sopravvive al prossimo shock climatico senza perdere il raccolto. Ma anche questo, troppo spesso, si ignora. Si tagliano i fondi. E si lascia che a pagare il prezzo di scelte lontane siano un padre e una madre che saltano il pasto pur di garantirlo al figlio, o un operatore umanitario costretto a razionare ancora gli aiuti da distribuire, a decidere chi viene prima e chi resta indietro, sapendo che la fame, in fondo, non sarebbe inevitabile. Sono storie che non saziano ma lasciano buchi nelle coscienze, quelle raccontate ai media vaticani da Kinday Shamba e Lena Savelli, direttrici del Programma Alimentare Mondiale (o World Food Programme) rispettivamente per l'Africa Occidentale e Centrale e per l'America Latina e i Caraibi.
Il valore del riconoscimento del Papa
I loro contributi giungono dai continenti in cui sono impegnate quotidianamente, anche se oggi, 22 giugno, sono entrambe spiritualmente presenti presso i quartieri generali del Programma, a Roma, visitati da Papa Leone XIV. "Sono musulmana, ma sono emozionata quanto qualsiasi cristiana", confida Shamba, "perché questo incontro è un riconoscimento del nostro lavoro e di chi opera in condizioni difficili, a volte rischiando la vita". Le fa eco Savelli: "Per la nostra regione è un grande onore, va ben oltre il protocollo. Qui la religione più professata è quella cattolica, e i valori della dottrina sociale della Chiesa – dignità umana, solidarietà e attenzione ai più vulnerabili – sono in linea con il mandato del PAM".
La fame che porta alla guerra
Gratitudine per il servizio svolto, quindi, ma anche una voce che si alzi contro la fame utilizzata come strumento di guerra nel mondo. È questo il mandato che Shamba auspica possa scaturire dalla visita di Leone XIV. Nella sua esperienza in aree intricate come quella del Sahel, ha potuto sperimentare come, senza assistenza umanitaria, le persone si impoveriscano, e, private dei mezzi di sostentamento, aumenti la possibilità che si uniscano ai gruppi armati proliferanti nella regione.
“Uno shock dopo l’altro”
Il lavoro del PAM nel continente combina aiuto umanitario immediato e attività di ricostruzione a lungo termine. Sono attivi progetti in Mali, Burkina Faso, Niger, nel bacino del Lago Ciad, nel nord della Nigeria, in Camerun e Ciad. In Africa l'insicurezza alimentare è dettata anche dall'essere martoriati "da uno shock dopo l'altro". Oltre ai conflitti, che costringono le persone a sfollare, ci sono le questioni legate al clima: "la desertificazione in alcune parti del Sahel rende il terreno sempre più arido e le piogge sempre più scarse". Si lavora quindi con le comunità locali per utilizzare al meglio le risorse a disposizione, ottimizzando le coltivazioni e conservando la poca acqua piovana disponibile.
Terre di bisogni e opportunità
In Africa, inoltre, il PAM fa i conti con l'annoso problema di crisi legate a fame e insicurezza che spesso, nella bulimia di notizie che caratterizzano i media occidentali, non ricevono l'attenzione internazionale necessaria. Shamba porta l'esempio della Repubblica Centrafricana, dove "non c'è più una guerra attiva da alcuni anni, ma restano alti livelli di insicurezza alimentare e rifugiati che vivono in difficoltà". Proprio lì, in quelle terre dove "ci sono grandi bisogni, ma anche grandi opportunità", Shamba porterebbe il Papa in un'ipotetica missione sul campo. Savelli, invece, lo accompagnerebbe in Perù – "i nostri colleghi locali vivono questa visita con grande emozione" – ma anche in numerose altre zone dove il PAM opera, come Venezuela e Haiti, solo per citarne alcune.
Rischiare la propria sicurezza o non mangiare
Sulla crisi di quest'ultimo Paese, dove quasi metà della popolazione soffre la fame, si sofferma Savelli. Un dato struggente, dietro al quale ci sono decisioni che incidono nel breve e nel lungo periodo: "Mangiare una sola volta al giorno o affidarsi ai cibi più economici, che non soddisfano né il fabbisogno calorico né quello nutrizionale. Significa non poter andare al mercato per la violenza, o essere costretti a spostarsi senza poter più coltivare il proprio cibo. È la scelta tra rischiare la propria sicurezza per cercare cibo, o restare senza".
Elevata produzione, scarso accesso
È il paradosso di un'area, quella dell'America Latina, che è la più grande esportatrice netta di alimenti al mondo, capace di produrre abbastanza per nutrire il doppio della sua popolazione, e dove invece la fame persiste. Il problema risiede nelle disuguaglianze legate alla disponibilità economica: "Se guardiamo tutte le regioni del mondo, questa è quella in cui costa di più, per una persona, seguire una dieta sana: servono più di 5 dollari al giorno per garantirla. E non tutti riescono ad assicurarsi cibo nutriente".
L’impatto dell’ambiente sulla fame
Anche in quest'area non si possono sottovalutare gli impatti ambientali: l'uragano Melissa, lo scorso anno, e oggi il fenomeno climatico di El Niño, che sta colpendo e colpirà duramente l'America Centrale con la siccità e il Sud America con le alluvioni. "Stimiamo che questo potrebbe spingere altri 16 milioni di persone nell'insicurezza alimentare nei Paesi in cui lavoriamo". A tutto ciò si aggiunge la fame legata alla violenza in Paesi come il già citato Haiti, ma anche Colombia ed Ecuador. Senza dimenticare, infine, la questione migratoria, spesso vissuta come "ultima risorsa" per tentare di garantire sostentamento regolare alla propria famiglia.
Il dramma del calo dei finanziamenti
Sottovalutare tutti questi fattori porta a una drammatica insufficienza di fondi che si traduce nella necessità di ridimensionare i propri obiettivi, anche se si tratta del PAM, l’organizzazione più grande al mondo in ambito umanitario insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2020. L'anno scorso, su 33 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare in America Latina, ne sono state raggiunte 8,6 milioni, racconta Savelli, che aggiunge come in questi contesti si materializzino anche le decisioni più difficili da compiere: "Ridurre le razioni per aiutare più persone, o mantenerle intere ma raggiungerne meno; oppure scegliere tra gruppi vulnerabili come bambini, donne incinte o migranti", e ancora "l'equilibrio tra risposte di emergenza e investimenti a lungo termine nella resilienza delle comunità: entrambe sono essenziali". Un problema simile attraversa anche i programmi africani: "I finanziamenti sono molto inferiori al necessario”, spiega Samba. “In alcuni Paesi copriamo solo il 10-20% dei bisogni. Questo significa dover ridurre il numero delle persone assistite, anche tra quelle già affamate, e a volte ridurre il personale. Ha un impatto enorme sulle vite delle persone e sui mezzi di sostentamento di chi lavora con noi. Ogni giorno prendiamo decisioni molto difficili, con conseguenze profonde".
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