Gli arazzi Barberini e la memoria della dedicazione di San Pietro

Ai Musei Vaticani, la mostra “L’arazzeria Barberini. La Resurrezione e la dedicazione della Basilica Vaticana”, ricostruisce attraverso arazzi, documenti e opere il momento fondativo di San Pietro, il 18 novembre di 400 anni fa, e il ruolo della manifattura Barberini nella Roma del 600. L'allestimento, frutto della collaborazione tra diverse istituzioni vaticane, è curato da Alessandra Rodolfo, responsabile del Reparto per l’Arte dei secoli XVII-XVIII e del Reparto Arazzi e Tessuti

Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano

C’è un punto preciso, nella storia della Basilica di San Pietro, in cui l’architettura si fa atto pubblico, gesto liturgico, dichiarazione visibile. È il 18 novembre 1626, quando Urbano VIII consacra il nuovo edificio, portando a compimento un cantiere iniziato nel 1506 e concluso, nella sua fase strutturale, con la facciata del 1612. Di quel momento resta una memoria costruita, non diffusa; non una serie di immagini, ma una sola scena capace di fissare l’evento e di renderlo leggibile. È su questa immagine — e su ciò che le sta intorno — che si concentra la mostra allestita dal 30 marzo nelle Sale XVII e XVIII della Pinacoteca Vaticana. “Avendo noi l’unica testimonianza visiva di quel momento, di quell’episodio, abbiamo voluto raccontare questa bella storia”, osserva Barbara Jatta direttrice dei Musei Vaticani. Non un tema, ma un fatto: e il tentativo di restituirlo nelle sue diverse dimensioni, liturgiche, storiche e figurative.

Allestimento della mostra "L’arazzeria Barberini. La Resurrezione e la dedicazione della Basilica Vaticana"
Allestimento della mostra "L’arazzeria Barberini. La Resurrezione e la dedicazione della Basilica Vaticana"

Una sinergia che costruisce un discorso

Il progetto nasce da una collaborazione stretta tra le principali istituzioni culturali vaticane. “È una sinergia di istituzioni vaticane che si occupano degli aspetti culturali, artistici ma anche di devozione, perché anche noi siamo a servizio dell’evangelizzazione, così come lo è la Biblioteca, lo è l’Archivio Apostolico e lo è la Fabbrica di San Pietro con le meraviglie delle sue decorazioni”, spiega Jatta.

Ascolta l'intervista con Barbara Jatta
Presentazione della mostra nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani.
Presentazione della mostra nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani.

Questa impostazione è stata al centro anche della presentazione della mostra, che si è svolta lunedì 30 marzo — nel primo giorno della Settimana Santa — nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani, con gli interventi di suor Raffaella Petrini, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, del cardinale Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Papale di San Pietro, di don Mauro Mantovani, prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, della stessa Jatta e della curatrice Alessandra Rodolfo. Ognuno, da una prospettiva diversa, ha richiamato il valore della dedicazione come momento fondativo e la scelta di restituirlo attraverso un insieme coordinato di opere e documenti.

Ascolta l'intervista con Alessandra Rodolfo.
Manifattura Barberini, Urbano VIII dedica la Basilica di San Pietro, Arazzo; ordito in lana; trama in lana e seta, Città del Vaticano, Musei Vaticani
Manifattura Barberini, Urbano VIII dedica la Basilica di San Pietro, Arazzo; ordito in lana; trama in lana e seta, Città del Vaticano, Musei Vaticani   (© Governatorato SCV – Direzione dei Musei)

Questa convergenza non è solo organizzativa. È ciò che consente di tenere insieme materiali diversi — arazzi, sculture, medaglie, documenti — all’interno di un unico quadro interpretativo. Rodolfo insiste su questo punto: il lavoro è stato “fare un discorso più coerente”, costruire una sequenza in cui ogni elemento trovi il proprio posto in relazione agli altri. Non si tratta quindi di un accostamento, ma di una costruzione. Le opere non sono riunite per analogia, ma perché partecipano tutte a chiarire un momento preciso.

Basilica vaticana, controfacciata, iscrizione commemorativa di papa Urbano VIII Barberini.
Basilica vaticana, controfacciata, iscrizione commemorativa di papa Urbano VIII Barberini.

L’arazzo come cronaca

L’arazzo Urbano VIII dedica la Basilica di San Pietro appartiene alla serie della "Vita del Pontefice" realizzata tra il 1663 e il 1679 e descrive con ricchezza di particolari la cerimonia del 18 novembre 1626. Il Papa è raffigurato nell’atto della consacrazione, circondato da prelati e dignitari, mentre le allegorie della Fede e della Religione assistono dall’alto. Non si tratta soltanto di una scena celebrativa. “È una cronaca a tutti gli effetti”, sottolinea Rodolfo. La precisione non è generica: riguarda i gesti rituali, i segni tracciati sulle pareti, la disposizione dei presenti, fino alla riconoscibilità dei protagonisti storici. Tra questi, i membri della famiglia Barberini, con Francesco in primo piano.

Il valore documentario è rafforzato dal confronto con il Diarium Vaticanum Anni Iubilaei MDCXXV di Francesco Speroni, concesso dalla Fabbrica di San Pietro. Qui la scrittura segue la cerimonia passo per passo. “Il parallelo scritto del figurativo dell’arazzo”, osserva la stessa Rodolfo, due registri diversi che coincidono.

Due pagine del "Diarium Vaticanum Anni Iubilaei MDCXXV", contenente la "Relazione sulla Dedicazione della Basilica vaticana del 18 novembre 1626. Archivio del Capitolo di San Pietro.
Due pagine del "Diarium Vaticanum Anni Iubilaei MDCXXV", contenente la "Relazione sulla Dedicazione della Basilica vaticana del 18 novembre 1626. Archivio del Capitolo di San Pietro.

Tradurre la pittura in tessuto

Nella sala successiva, l’arazzo la Resurrezione di Cristo, parte della serie della "Vita di Cristo" (1643–1656), mostra un altro aspetto della produzione Barberini. L’opera deriva da un cartone di Giovan Francesco Romanelli ed era destinata a essere esposta come pala d’altare nella cappella pontificia.

Il processo di realizzazione di un arazzo è lungo e articolato. “Prevede dei primi schizzi fatti dagli artisti, dei bozzetti e dei modelli e poi la creazione del cartone”, spiega Rodolfo. A questo punto, il cartone diventa il riferimento per la tessitura, che avviene su telaio secondo una tecnica che obbliga a lavorare l’immagine al rovescio. “L’arazzo poi è contro specchiera”, precisa la curatrice. Questo significa che il tessitore vede l’immagine invertita rispetto al risultato finale e deve ricostruirla filo per filo, senza la possibilità di intervenire liberamente durante l’esecuzione. Il margine di variazione esiste, ma resta limitato: il modello pittorico continua a governare la composizione.

Giovanni Francesco Romanelli, la Resurrezione di Cristo, 1642, tempera su carta. Cartone dell'arazzo, Gallerie Nazionali di Are antica, Palazzo Barberini, (stampa facsimile in dimensioni ridotte)
Giovanni Francesco Romanelli, la Resurrezione di Cristo, 1642, tempera su carta. Cartone dell'arazzo, Gallerie Nazionali di Are antica, Palazzo Barberini, (stampa facsimile in dimensioni ridotte)

Una manifattura "femminile"

La manifattura Barberini, attiva tra il 1627 e il 1679, nasce da una scelta precisa della famiglia, legata anche alle sue origini nel commercio di tessuti. Francesco Barberini ne è il promotore e ne orienta l’attività, chiamando maestranze specializzate dal Nord Europa. Il primo tessitore è il fiammingo Jacob van den Vliete, noto come Giacomo della Riviera, affiancato da collaboratori francesi e fiamminghi. Accanto a loro operano artigiani locali. Un dato emerge con particolare evidenza: la direzione della manifattura passa, nel tempo, a figure femminili. “È un unicum”, osserva Rodolfo, ricordando una sequenza che vede protagoniste Caterina, Maria Maddalena della Riviera e, successivamente, Anna Zampieri. Una continuità di quasi quarant’anni che si colloca in un ambito produttivo rigidamente maschile e corporativo.

Gli arazzi non sono pensati come opere isolate, ma come cicli complessi, spesso corredati da elementi aggiuntivi — medaglie, episodi secondari — che costruivano una narrazione più ampia. Nel caso della serie barberiniana, queste componenti contribuivano a rafforzare il carattere celebrativo e a estendere il racconto oltre la scena principale.

Giovanni Lorenzo Bernini, Ritratto di Urbano VIII Barberini, 1632-1633, bronzo. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana
Giovanni Lorenzo Bernini, Ritratto di Urbano VIII Barberini, 1632-1633, bronzo. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana

Il ritratto e la presenza del Pontefice

Nella seconda sala, il busto bronzeo di Urbano VIII, opera di Gian Lorenzo Bernini (1632–1633), proveniente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, introduce un diverso tipo di presenza. Qui il Pontefice è isolato nella materia bruna e luminosa del metallo. Il volto è costruito con grande attenzione ai dettagli, mentre le superfici, lavorate con variazioni sottili, creano un continuo passaggio tra luce e ombra. L’effetto non è quello della rappresentazione pubblica, ma della concentrazione intima sul volto e sulla sua espressività. In rapporto agli arazzi, il busto non amplia il racconto: lo riduce alla figura, quasi come un’apparizione isolata che ne restituisce immediatamente la presenza.

Gaspare Mola,  Medaglia di Urbano VIII Barberini, 1627 Bronzo Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana
Gaspare Mola, Medaglia di Urbano VIII Barberini, 1627 Bronzo Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana

Un oggetto mobile, una funzione estesa

Alessandra Rodolfo richiama inoltre un aspetto spesso trascurato: gli arazzi erano oggetti mobili. Potevano essere spostati, adattati, riutilizzati in contesti diversi. Coprivano le pareti, accompagnavano le cerimonie, talvolta sostituivano le pale d’altare. Erano anche oggetti costosi, realizzati con materiali preziosi, spesso arricchiti da filati metallici. La loro importanza non risiedeva solo nell’immagine, ma nella capacità di costruire ambienti e di trasformare lo spazio in funzione della celebrazione. In questo quadro, la manifattura Barberini diventa uno strumento: non solo produzione artistica, ma un sistema operativo capace di sostenere una strategia visiva e culturale.

2.	Manifattura Barberini, La Resurrezione di Cristo, Serie della Vita di Cristo, 1642-1643, con aggiunte del 1659-1660. Musei Vaticani
2. Manifattura Barberini, La Resurrezione di Cristo, Serie della Vita di Cristo, 1642-1643, con aggiunte del 1659-1660. Musei Vaticani

Guardare più a lungo

La dimensione contenuta della mostra incide direttamente sull’esperienza di visita: invita a soffermarsi, a osservare con maggiore attenzione, a seguire i rimandi tra le opere. Anche Jatta insiste su questo aspetto: opere normalmente attraversate in fretta — nella Galleria degli Arazzi — qui sono isolate, illuminate, accompagnate. “Valorizzare per condividere”, nel senso letterale del termine. Ne risulta una lettura nitida: un episodio storico, una tecnica complessa, un sistema produttivo e simbolico che nel Seicento romano operavano in modo unitario, senza separazioni tra arte, liturgia e rappresentazione.

Ingresso alle sale XVII e XVIII della mostra.
Ingresso alle sale XVII e XVIII della mostra.

 

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31 marzo 2026, 13:41