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"Octogesima adveniens", quelle parole sul riconoscimento delle donne

Il 14 maggio 1971 fa Paolo VI pubblicava una lettera apostolica per celebrare l’ottantesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII dove si parla dei diritti della donna. Le pagine sulla la fame nel mondo, le nuove povertà, il no alle ideologie, la difesa dell’ambiente, la libertà dei cattolici in politica

Andrea Tornielli

Cinquantacinque anni fa, il 14 maggio 1971, Paolo VI pubblicava la lettera apostolica Octogesima adveniens per celebrare l’ottantesimo anniversario della grande enciclica sociale di Leone XIII, Rerum novarum. Papa Montini la indirizza al cardinale Maurice Roy, arcivescovo di Quebec e presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la pace. La lettera, che tratta di povertà, sviluppo e di impegno politico va letta sulla scia della Populorum progressio.

Il Papa scrive delle differenze evidenti che "sussistono nello sviluppo economico, culturale e politico delle nazioni: accanto a regioni fortemente industrializzate, altre sono ancora allo stadio agricolo; accanto a paesi che conoscono il benessere, altri lottano contro la fame” e delle diverse situazioni in cui i cristiani si trovano a vivere: “In alcuni paesi essi sono ridotti al silenzio, tenuti in sospetto e per così dire messi al margine della società, inquadrati senza libertà in un sistema totalitario. Altrove essi rappresentano una debole minoranza, la cui voce si fa difficilmente sentire. In altre nazioni, dove la chiesa ha una situazione riconosciuta e talvolta in maniera ufficiale, essa stessa si trova esposta ai contraccolpi della crisi che scuote la società, e alcuni dei suoi membri sono tentati da soluzioni radicali e violente, nella convinzione di poterne sperare uno sbocco più felice. Mentre certuni, senza rendersi conto delle ingiustizie presenti, si sforzano di prolungare la situazione esistente, altri si lasciano sedurre da ideologie rivoluzionarie, che promettono, non senza illusione, un mondo definitivamente migliore”. Paolo VI sancisce che modalità di azione, di impegno e di intervento concreto vanno lasciate al giudizio delle singole realtà locali: “Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa”.

Il Pontefice attira quindi l’attenzione su un fenomeno di grande importanza che caratterizza sia paesi industrializzati, sia paesi in via di sviluppo: l’urbanesimo e l’esodo dalle zone rurali verso le metropoli. “In questa crescita disordinata nascono, infatti, nuovi proletariati. […] Invece di favorire l’incontro fraterno e l’aiuto vicendevole, la città sviluppa le discriminazioni e anche l’indifferenza; fomenta nuove forme di sfruttamento e di dominio, dove certuni, speculando sulle necessità degli altri, traggono profitti inammissibili. Dietro le facciate si celano molte miserie, ignote anche ai più vicini; altre si ostentano dove intristisce la dignità dell’uomo: delinquenza, criminalità, droga, erotismo”.

Papa Montini, che da arcivescovo aveva constatato i problemi delle nuove periferie milanesi negli anni del boom economico, e da Successore di Pietro segue con attenzione e con aiuto concreto lo sviluppo di quelle romane, scrive: “È urgente ricostruire, a misura della strada, del quartiere, o del grande agglomerato, il tessuto sociale in cui l’uomo possa soddisfare le esigenze della sua personalità. Centri di interesse e di cultura devono essere creati o sviluppati a livello di comunità e di parrocchie”.

Un passaggio della lettera è dedicato alle donne. Il Papa, che l’anno precedente aveva proclamato due donne dottori della Chiesa – santa Teresa d’Avila e santa Caterina da Siena – chiede che cessino le discriminazioni e che le legislazioni vadano “nel senso della protezione della vocazione propria della donna stessa e, insieme, del riconoscimento della sua indipendenza in quanto persona, dell’uguaglianza dei suoi diritti in ordine alla partecipazione alla vita culturale, economica, sociale e politica”.

Accennando alla crescita demografica nei paesi poveri, Montini definisce “inquietante” quella “specie di fatalismo, che s’impadronisce persino dei responsabili” e “conduce talvolta a soluzioni maltusiane, esaltate da un’attiva propaganda a favore della contraccezione e dell’aborto”.

Paolo VI anche di salvaguardia ambientale e avverte che “attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura”, l’uomo “rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”.

L’Octogesima adveniens contiene importanti indicazioni per l’impegno sociale e politico dei cristiani. “Il cristiano che vuol vivere la sua fede in un’azione politica intesa come servizio, non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali alla sua fede e alla sua concezione dell’uomo: né all’ideologia marxista, al suo materialismo ateo, alla sua dialettica di violenza e al modo con cui essa riassorbe la libertà individuale nella collettività, negando insieme ogni trascendenza all’uomo e alla sua storia, personale e collettiva; né all’ideologia liberale che ritiene di esaltare la libertà individuale sottraendola a ogni limite, stimolandola con la ricerca esclusiva dell’interesse e del potere”. Paolo VI mette dunque in guardia sia i cristiani “attratti dal socialismo”, i quali “tendono a idealizzarlo in termini assai generici”; sia coloro che aderiscono all’ideologia liberale, chiedendo loro di non idealizzare il liberalismo filosofico (oggi diremmo il neo-liberismo) e di non dimenticare che esso “è un’affermazione erronea dell’autonomia dell’individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell’esercizio della sua libertà”.

Significativo è l’accenno alla necessità del cambiamento interiore, perché non basta quello delle strutture per garantire una società più giusta e a misura d’uomo. “Oggi gli uomini aspirano a liberarsi dal bisogno e dalla dipendenza. Ma questa liberazione s’inizia con la libertà interiore che essi devono recuperare dinanzi ai loro beni e ai loro poteri; essi mai vi riusciranno se non tramite un amore che trascenda l’uomo, e, di conseguenza, tramite un’effettiva disponibilità al servizio. Altrimenti, e lo si vede fin troppo, anche le più rivoluzionarie ideologie otterranno soltanto un cambio di padroni”. Infine, ed è forse il passaggio più ricordato della lettera, il papa si esprime in favore della pluralità di opzioni politiche per il cristiano, senza far venir meno la sua adesione ai principi evangelici: “Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi”.

 

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14 maggio 2026, 09:07