Parolin alle Guardie Svizzere: stretti a Dio in una vita fatta di umiltà e servizio
Rosario Capomasi - Città del Vaticano
Come il tralcio porta frutto, «il vostro servizio quotidiano, nei posti importanti e più umili» è espressione del fare il bene «gratuitamente senza aspettarsi ricompense, perché si è più beati nel dare che nel ricevere». Prendendo spunto dal brano del Vangelo di Giovanni letto nella liturgia, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin si è rivolto così alle reclute della Guardia Svizzera Pontificia all’inizio dell’omelia pronunciata stamane, 6 maggio, all’altare della Confessione nella basilica Vaticana. Nel giorno in cui si ricorda il Sacco di Roma del 1547, quando 147 guardie svizzere persero la vita per difendere Papa Clemente VII, 28 nuove reclute prestano oggi solenne giuramento nella cerimonia prevista alle ore 17 nell’Aula Paolo VI alla presenza di Leone XIV.
Uniti al Signore
Il porporato — dopo aver salutato, tra gli altri il comandante del Corpo, Christoph Graf e le autorità civili e militari convenute — richiama la frase «che costituisce il nucleo del discorso di Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci”. Mediante questa immagine — ha evidenziato — il Signore ci fa vedere il fortissimo legame che ci unisce a Lui», un legame vitale. Se è infatti «staccato dalla vita, il tralcio muore e diventa inutile», ben diversamente se vive della stessa linfa della vita portando frutto. Per questo, ha insistito il segretario di Stato, «se rimaniamo uniti al Signore, la nostra vita diventa fruttuosa» arrecando del bene a tutti, e permettendo di sperimentare «nella generosa donazione di sé un senso di pienezza e di gioia».
Il cammino da vivere
Queste parole del Vangelo, ha ribadito Parolin, devono pertanto diventare “la stella polare”, il punto di riferimento del servizio al Papa e alla Chiesa universale. «Lungi dall’essere uno slogan ad effetto», tracciano «una strada da percorrere, un cammino da vivere», nel quale «tenere sempre presente che il nostro legame vitale col Signore Gesù matura al calore delle Sacre Scritture». Senza l’ascolto «quotidiano ed obbediente della Parola di Dio», ha ancora evidenziato il cardinale, «la nostra vita non cambia e rischia di andare per conto proprio, di smarrirsi in altri itinerari», per poi inaridirsi proprio come il tralcio staccato dalla vite. «Contemplando invece Gesù attraverso le pagine evangeliche, giorno dopo giorno si rinsalda e cresce la nostra confidenza con Lui».
La Parola di vita
Nella parabola della vite e dei tralci, ha indicato il porporato, si individuano inoltre «tre passaggi determinanti del silenzioso e nascosto lavorio con cui la Parola di Dio, plasmandoci, fa di noi dei veri discepoli di Cristo»: la purificazione, il rimanere e il portare frutto. Riguardo al primo, questo rappresenta un’operazione complessa in quanto «la potatura è fatta di tagli profondi, talora assai dolorosi. Tuttavia non ha un carattere punitivo, bensì liberatorio», dato che «il tralcio potato diventa più forte e quei tagli avvengono in vista di un bene maggiore». La Parola di Dio, infatti, «incide su di noi non per mortificarci, per umiliarci o per avvilirci, ma per vivificarci, per renderci più vivi”.
Conoscere il cuore di Gesù
Il rimanere nel Signore è invece il momento centrale, il punto d'arrivo della purificazione, ha spiegato il porporato, la sorgente da cui sgorga il portare frutto. “Le pagine bibliche ci aiutano a conoscere in profondità la Sua tenerezza e a volergli bene e obbedirgli come figli, non con spirito da schiavi”. In sostanza, ha puntualizzato, “potremmo dire che rimaniamo nel Signore Gesù quando ne abbiamo conosciuto il cuore”. Immediato allora è il terzo passaggio, il portare frutto, il tralcio porta frutto non per sé stesso, ma per gli altri. Non si tratta quindi semplicemente di fare, ma di “darsi da fare perché mossi da spirito evangelico”. Sempre avendo come faro l’umiltà: “Se ho umiltà e fede, non posso sbagliare rotta”, ha concluso il celebrante.
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