Nuovi Vescovi dei Paesi terra di missione (settembre 2025 - archivio) Nuovi Vescovi dei Paesi terra di missione (settembre 2025 - archivio)  (@Vatican Media)

Sinodo, pubblicati i Rapporti su selezione dei vescovi e questioni "emergenti"

La Segreteria Generale del Sinodo pubblica oggi, 5 maggio, la prima parte del Rapporto finale del Gruppo di Studio n.7 relativa ai criteri di selezione dei candidati all'episcopato e il Rapporto del Gruppo di Studio n.9 sui criteri teologici e le metodologie sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti. Competenze "sinodali" per i nuovi vescovi e partire sempre dall'ascolto delle testimonianze per decidere sulle sfide attuali più esigenti

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Ribadire che il discernimento collegiale è alla base della scelta di un vescovo e adottare strumenti concreti di ascolto di testimonianze e competenze per affrontare, senza fuggire dalla complessità, le questioni più difficili che si presentano alla Chiesa. È quanto affrontato dai Gruppi sinodali di Studio n. 7 e n. 9 che oggi, 5 maggio, restituiscono il loro report includendo le storie emblematiche di persone omosessuali e di singoli e gruppi che hanno esercitato forme di resistenza attiva con metodi non violenti. Sono le esperienze ascoltate che forniscono la base utile per compiere in seno alle Chiese locali il bene comune, l'obiettivo di fondo che si intende perseguire per un Chiesa che ribalta la logica del problem solving e intraprende la strada concreta della sinodalità.

Le "competenze sinodali" tra i requisiti dei vescovi

Mentre prosegue la riflessione sulla funzione giudiziale del vescovo, le visite ad limina apostolorum e la formazione dei vescovi, vengono diffusi i resoconti nati dal confronto sui criteri di selezione dei vescovi. Il presupposto ribadito è che non esiste pastore senza gregge, né gregge senza pastore. Precisate le "competenze sinodali" richieste dal Gruppo di studio per i candidati: capacità di costruire comunione, esercizio del dialogo, conoscenza profonda delle culture locali e disponibilità a integrarsi in esse in modo costruttivo. Il gruppo auspica che il nunzio apostolico possieda egli stesso "un profilo sinodale e missionario", per poterlo a sua volta ricercare in quanti vengono segnalati come possibili vescovi. Si precisa, inoltre, che ogni diocesi deve attivare periodicamente processi di discernimento sul proprio stato e le proprie necessità, appurando se i processi soddisfano gli standard di una Chiesa sinodale e missionaria, così da favorire la condivisione di buone pratiche e adottare le misure che si renderanno necessarie. "In prossimità della successione episcopale - si legge nel comunicato - , il Vescovo convoca il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale diocesano, i cui membri esprimono collegialmente un parere sulle necessità della diocesi e trasmettono al Vescovo — in busta chiusa — i nomi dei presbiteri che ritengono idonei all’episcopato. Laddove possibile - si aggiunge - , vengono consultati anche il Capitolo cattedrale, il Consiglio per gli affari economici, la Consulta dei Laici, i rappresentanti dei consacrati, dei giovani e dei poveri". 

Coinvolgimento di consacrati e laici nelle consultazioni

Dal Gruppo di studio 7 arriva l'incoraggiamento a quello che definisce "un investimento formativo", che aiuti tutti i membri del Popolo di Dio ad affinare la capacità di discernimento. Tra gli auspici c'è quello di creare équipe apposite che affianchino il Vescovo nella formazione permanente del Clero. In casi di sede locale "vacante" si suggerisce che venga costituito in Diocesi un Comitato di cui il nunzio si avvale per precisare lo stato della Diocesi, il profilo del nuovo Pastore e anche per ottenere pareri su possibili candidature. Le consultazioni, raccomanda il Gruppo, devono "interpellare non solo chierici, ma anche una quantità possibilmente equivalente di consacrate e consacrati, laiche e laici". Lo scopo, infatti, si precisa, è di "far emergere il più possibile la verità". Il Rapporto chiede inoltre che i Dicasteri della Curia Romana rivedano le proprie procedure in senso più sinodale, e propone forme periodiche di valutazione indipendente dei processi di selezione.

Un cambio di paradigma, linguistico e metodologico

Attingendo all’icona biblica che emerge dai capitoli 10-15 degli Atti degli Apostoli, che mostrano come sia possibile valorizzare le diversità culturali senza tradire la novità del Vangelo, il Rapporto Finale del Gruppo di Studio n. 9 propone un cambio di paradigma nel modo in cui la Chiesa affronta le questioni dottrinali, pastorali ed etiche più difficili. Innanzitutto, per definirle si preferisce usare l'aggettivo "emergenti" anziché "controverse". L'espressione “questioni emergenti” rimanda infatti alle qualità, alle disposizioni e al dialogo che l’intero Popolo di Dio è chiamato ad assumere nel cammino della Chiesa sinodale. 

Problem solving vs costruzione del bene comune

Lo sfondo concettuale che ha condotto questa disposizione - si sottolinea nelle sintesi dei lavori - è che la verità universale dell’umano non è determinabile storicamente una volta per sempre, ma si dà nelle forme concrete delle differenti culture ovvero in un dialogo incessante in cui culture, comunità e persone progrediscono nello scambio dei doni, sollecitate dalla ricerca della verità e della giustizia, alla luce del Vangelo. Considerato che non vi è annuncio del Vangelo senza farsi carico dell’interlocutore, "nel quale lo Spirito è già all’opera", il documento introduce il «principio di pastoralità» con cui si intende, citando la Gaudium et spes, la messa in opera, da parte della Chiesa, della logica secondo cui non c’è annuncio del Vangelo senza farsi carico dell’interlocutore nel quale l’annuncio è già operante nello Spirito. Il punto di partenza non consiste infatti nella correzione (a livello dottrinale, pastorale, etico) di eventuali situazioni ritenute problematiche nell’esperienza credente concreta, ma nel riconoscimento e nel discernimento delle istanze di bene che le pratiche credenti esprimono, spesso attraverso un sapere diffuso e informale. Si precisa, in questa linea, il ruolo specifico dell’autorità che è, anzitutto, quello di ascoltare, attivare processi di discernimento e accompagnarli per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune. A questo riguardo, la conversazione nello Spirito, viene ricordato, rimane lo strumento privilegiato per sviluppare una cultura ecclesiale della sinodalità.

Le testimonianze concrete come base per il discernimento 

L'esperienza delle persone omosessuali credenti e quella di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra sono i due ambiti relativamente ai quali sono state ascoltate testimonianze concrete con l’intento di fornire un aiuto perché le singole comunità e la Chiesa tutta si facciano carico in prima persona dell’impegno a riconoscere e promuovere il bene con cui Dio agisce nella storia e nell’esperienza delle persone. È questa la ragione per cui il Gruppo non offre pronunciamenti conclusivi ma ad essere rinvia. Sono infatti proprio le testimonianze il punto di partenza per piste di discernimento etico-teologico e domande aperte. In particolare, per quanto riguarda le forme di non violenza, ci si è lasciati guidare dall'esempio di un movimento di giovani serbi che contribuì alla caduta pacifica di Milošević ispirandosi ai cristiani delle origini. 

Le storie di persone omosessuali: "Sono molto più di un'etichetta"

Dalla Chiesa portoghese è stata ascoltata l'esperienza di una persona che ha raccontato al Gruppo come, prima l'amore genitoriale, poi quello della Comunità di Vita Cristiana (CVX) siano state fonti di cura autentica per l'autoaccettazione e una vera lezione per la propria dignità. A lunghi periodi di solitudine, di vera e propria segregazione, è seguita provvidenzialmente una nuova vita in cui l’integrazione di ogni parte di questa persona ha trovato conforto duraturo nello "sguardo amorevole" di Dio. "La mia sessualità non definisce la mia vita, ma è una parte intrinseca di me; senza riconoscerla, non posso essere completa", racconta. Parla del potere curativo della comunità in cui si prega per le grandi questioni del mondo, la guerra, la povertà, la giustizia, e si portano a Cristo tutte le gioie e i dolori della vita. "Sono molto più di un’etichetta", afferma dopo aver assistito a quelli che definisce "effetti devastanti delle terapie di conversione” che le sono sembrate "un attacco alla creazione sensibile e irreprensibile di Dio", esperienze che feriscono profondamente. 

Un dottorato in teologia alla Fordham University ha cambiato la vita a una persona omosessuale di New York. La solidarietà e l’accoglienza vissute qui, in parrocchia e con Outreach di America Media e Fortunate Families, un gruppo con sede a Lexington, nel Kentucky, sono percepite come “una boccata d’aria fresca”. L’insegnamento in un’università fondata dalle Suore di San Giuseppe di Brentwood è “un’oasi”.

Il movimento Otpor, la non violenza attiva che ribalta regimi

Un'altra testimonianza che oggi viene diffusa dal Gruppo di Studio n.9, è quella che si rifa al movimento Otpor, che "ha portato - secondo quanto raccontato dal fondatore - al trasferimento pacifico del potere piuttosto che a un'altra catastrofe". Di fronte ai crimini di Milošević, non si cede alla disperazione e nemmeno si cede alle forme delle prime proteste giovanili all’Università di Belgrado: "Sentivamo di dover rifiutare quella via degli omicidi, poiché ci avrebbe tenuti nello stesso schema e avrebbe perpetuato il ciclo di violenza da cui volevamo fuggire. Così abbiamo tratto ispirazione da altrove, da Gandhi e Martin Luther King, dal People Power nelle Filippine e da Solidarność in Polonia". Si organizzano eventi pubblici alla periferia della capitale e nelle piccole città di tutto il Paese, nei mercati e nei luoghi di aggregazione. "Parlavamo alle persone piuttosto che urlare contro le istituzioni. Non ci limitavamo a contrapporre il movimento al regime, con un semplicistico 'noi siamo buoni, Milosevic è cattivo', chiedendo ai cittadini di sostenerci. No, il nostro messaggio a loro, a tutti noi in realtà, era: in che modo noi, come cittadini, abbiamo perpetuato questa situazione, attraverso le nostre azioni o la nostra inazione? E cosa possiamo fare per cambiarla?". Ci sono voluti anni, la repressione e gli arresti, ma ci si è riusciti. "25 anni dopo, traggo ancora ispirazione dai miei giorni come attivista di Otpor e sono convinto del potere della non violenza, non solo nel suo valore etico, ma anche in quello politico e strategico".

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05 maggio 2026, 11:30