Tra IA e guerra nucleare, l’impegno delle religioni perché "l'umanità prevalga"
Daniele Piccini – Castel Gandolfo
Come impegnarsi per ricostruire "le mura di Gerusalemme", come atto comunitario che valorizzi le differenze di ogni contributo, piuttosto che innalzare "la Torre di Babele", un’impresa non gradita a Dio perché sprezzante dei costi umani delle proprie procedure? La metafora è quella usata da Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas per descrivere due differenti paradigmi di progetti globali comuni: il primo costruisce a partire dalla dignità umana, il secondo opera ignorandola; nel primo modello l’uomo è fine, nel secondo è mezzo. Nell’oscillazione di questa opzione binaria si è mosso l’incontro di questa mattina, 15 luglio, al Borgo Laudato si’, nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, dove si sta svolgendo, da ieri, il Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War. La sessione di lavoro era intitolata Fede e futuro dell’umanità nell’era dell’IA e delle armi nucleari.
Alleviare la sofferenza umana
Accoglienza, dialogo e cooperazione nell’azione. Sono i tre concetti proposti da monsignor Indunil J. Kodithuwakku K., segretario del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, come linee guida di un’azione congiunta di tutte le religioni affinché “L’umanità prevalga”, come recita il titolo di questo secondo giorno di lavori. “Accoglienza, come il colonnato del Bernini in piazza San Pietro, che con le sue braccia abbraccia tutti, accogliere tutti coloro con cui è possibile camminare insieme. Poi entrare in dialogo: ascoltare e condividere. In questo modo emergono immagini e valori comuni. E proprio a partire da questi valori condivisi – ha sottolineato il segretario - dobbiamo lavorare insieme per alleviare la sofferenza umana, liberare le persone dai pregiudizi e dalle false convinzioni, e così via”.
Torre di Babele e mura di Gerusalemme
“La Torre di Babele implica il sacrificio dei deboli, la possibilità che una lingua sola possa tradurre e con ciò dominare tutte le altre, e il rischio della disumanizzazione”, ha spiegato il rabbino David Rosen, del Dialogo Interreligioso Internazionale. “La Bibbia – ha aggiunto - non spiega cosa era sbagliato nella costuzione della Torre, sebbene fosse chiaro che era sgradita a Dio. Si trattava di un tentativo di uniformazione, per creare una società totalitaria. La Bibbia racconta che se cadeva un uomo dalla Torre e moriva, nessuno se ne dispiaceva, ma se cadeva un mattone, si rompeva e diventava inutilizzabile, tutti piangevano”. “Il nome Gerusalemme significa ‘città della pace’ – ha proseguito il rabbino - un significato che oggi suona piuttosto ironico se si guarda alla situazione della regione di cui Gerusalemme è il centro. Ma resta la visione che Gerusalemme debba essere un giorno davvero una città della pace e che questa pace possa, alla fine, estendersi a tutta l'umanità”.
Gerusalemme è definita anche “città del timore”, ha affermato Rosen. “Qui il termine 'timore' va inteso, nel senso biblico, soprattutto come riverenza. Il timore è importante. Da una parte non dobbiamo permettere che la paura ci paralizzi; dall'altra, nei Salmi si legge: ‘Beato l'uomo che vive sempre nel timore’. Ciò significa: beata la persona che è consapevole del pericolo. Non perché il pericolo debba paralizzarla, ma perché sa con che cosa ha a che fare e da dove possono provenire le minacce”. “Credo – ha concluso - che questo sia importante anche per comprendere la nostra condizione. È un richiamo contro l'arroganza, contro la superbia, contro la presunzione di essere onnipotenti. Ci ricorda i nostri limiti. Se impariamo ad arricchirci reciprocamente attraverso queste diverse prospettive e adottiamo un atteggiamento di modestia e di umiltà, teologica o filosofica, allora potremo contribuire molto più efficacemente al bene e alla fioritura della società”.
Eliminare le armi nucleari
Il programma del Movimento religioso buddista Soka Gokkai, ha spiegato invece Yoshiyuki Nagaoka, direttore esecutivo dell’Ufficio di affari pubblici, è di “continuare a tendere la mano al di là delle frontiere religiose, etniche e nazionali, con l'obiettivo di fare della Terra un'unica comunità umana”. Concretamente l’impegno si concentra nell’eliminazione delle armi nucleari, “una consapevolezza che desideriamo trasmettere soprattutto alle giovani generazioni”. “Siamo inoltre profondamente preoccupati per lo sviluppo delle armi autonome”, ordigni temibili, poiché capaci di selezionare e colpire un bersaglio senza un ulteriore intervento diretto dell'essere umano: “Esse affondano le loro radici nella stessa logica delle armi nucleari - ha concluso Nagaoka - e rappresentano un'inumanità indiscriminata e una totale mancanza di responsabilità”.
Il coinvolgimento della comunità
“Credo che il modo per ricostruire Gerusalemme, se vogliamo usare questa metafora, consista nel coinvolgere gli amministratori, cioè i leader religiosi e il mondo accademico”, ha detto, da parte sua, Anna A. MacMillan, ricercatrice di policy legate all’IA e membro statunitense del Consiglio di amministrazione della Fondazione Domus Communis. “Occorre coinvolgere anche i custodi, vale a dire i governi, gli organismi di regolamentazione e tutti coloro che possono creare il quadro normativo entro cui la tecnologia possa svilupparsi in modo legittimo. Infine – ha argomentato ancora la ricercatrice, di religione musulmana - bisogna coinvolgere i costruttori, affinché siedano allo stesso tavolo insieme a una comunità pienamente partecipe”. “Non credo – il parere dell'esperta - che esista un'unica strada per sviluppare un'Intelligenza Artificiale, o qualsiasi altra tecnologia, che sia sicura, etica e responsabile. Questo sarà possibile solo se tutti i diversi livelli di portatori di interesse saranno realmente coinvolti, impegnati e senza dover rinunciare ai propri principi morali ed etici”.
Non deterrenza, ma riconciliazione
Ignatius Ki-young Sung, dell’Institute for Peace-Sharing, dell’arcidiocesi di Seoul, ha portato all’attenzione del pubblico il case history, il caso concreto, del suo Paese: la Corea del Sud. “La Corea e la penisola coreana – ha rimarcato lo studioso - stanno attraversando una situazione molto difficile dal punto di vista politico e della sicurezza, soprattutto a causa della minaccia nucleare proveniente dalla Corea del Nord. La deterrenza finora ha funzionato. La deterrenza ci mantiene in vita, ci permette di sopravvivere. Ma questa non può essere la conclusione della storia. Per questo continuiamo a perseguire una riconciliazione autentica tra le persone, tra gli esseri umani della Corea del Sud e della Corea del Nord”. “La Corea del Nord ha abolito tutti gli uffici e i dipartimenti che si occupavano delle relazioni intercoreane. Per il popolo sudcoreano questo è un momento di grande frustrazione. Ma come Chiesa cattolica della Corea del Sud – ha chiosato Ki-young Sung – non smetteremo di impegnarci e di pregare per una pace duratura e per la riconciliazione nella penisola coreana”.
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