Don Santoro, vent'anni fa l'assassinio. Felicolo: esempio di dialogo a tutti i costi
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
Era il 5 febbraio del 2006, quando nella chiesetta di Santa Maria a Trabzon, in Turchia, don Andrea Santoro, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, veniva assassinato a sangue freddo. Tra le mani la Bibbia in lingua turca, don Andrea stava pregando inginocchiato all’ultimo banco, rivolto verso l’altare quando all'improvviso venne raggiunto alle spalle da colpi di arma da fuoco, subito cadde riverso a terra. L’assassino era uno studente sedicenne, che dichiarò di aver agito in nome di Allah, per vendicare le caricature di Maometto pubblicate qualche giorno prima, il 30 gennaio, su giornali satirici danesi e norvegesi. Don Andrea era noto per il suo impegno nel promuovere il dialogo tra Cristianesimo e Islam, lì nel cuore del Medio Oriente, dove lui stesso era voluto andare come artigiano di pace, costruttore di ponti.
La Messa in suo ricordo
Per il ventennale del martirio, oggi, giovedì 5 febbraio, alle 18.30, il cardinale Vicario di Roma Baldo Reina presiederà la Celebrazione eucaristica in ricordo del sacerdote proprio nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio dove il corpo di don Andrea riposa e dove fu parroco, prima di partire per la Turchia, dal 1994 al 2000. La celebrazione sarà animata dal Coro della diocesi di Roma diretto da monsignor Marco Frisina e saranno tante le comunità, i gruppi, i rappresentanti del clero, le realtà laiche che ancora una volta si stringeranno attorno a lui. Ai media vaticani monsignor Pierpaolo Felicolo direttore di Fondazione Migrantes, amico di lunga data e confratello nella chiesa di Villa Fiorelli, lo ricorda come un “uomo di gran fede”.
“Don Andrea era determinato, sapeva quello che faceva - ricorda monsignor Felicolo - ma la sua determinazione aveva radici nella fede. Questa sua fede attingeva dalla Scrittura, aperta, sottolineata, meditata, ruminata. Lo vedevi sempre girare con la Bibbia in mano (quella del giorno dell'assassinio è conservata come reliquia). Era appassionato e amava confrontarsi con le persone, stare dietro alle situazioni anche più difficili, con vigore, con forza e anche in modo limpido, esprimeva questa sua passione per il Vangelo". "Sembra ieri - aggiunge - che ci è arrivata la notizia della sua morte come un colpo al cuore, una ferita dolorosissima, eppure sono passati due decenni e in tutto questo tempo la sua eredità non si è mai opacizzata, anzi. Don Andrea ci ha lasciato un'eredità profonda, intensa. La sua vita e le sue opere ci dicono che il dialogo è possibile, anche oggi in un mondo che urla soltanto e non ascolta nessuno. Che l'adesione al Vangelo, il credere, il meditare la Parola, può portare a scelte radicali, forti come il suo andare in Turchia e diventare un uomo di vero dialogo, di attenzione al prossimo, di incontro possibile; che si possono superare differenze, pregiudizi; che ci si può incontrare sempre anche se si hanno posizioni distanti, fedi differenti… Quante persone ha incontrato, quante mani ha stretto”. E pure in quella terra difficile, dove era andato missionario come guida di una manciata di cattolici, don Andrea testimoniava questo: “È stato una grande lezione per tutti noi, e lo dico senza alcuna retorica, grazie a lui sappiamo che il dialogo è possibile anche in mondi diversi e complessi come il Medio Oriente, ci vuole tanta passione e tanto cuore e questo don Andrea ce lo aveva, fino al punto di donare la sua vita”.
L'eredità
A qualsiasi costo lui serviva la causa del dialogo che non è una qualche opera di ingegneria ecclesiale ma è l'impegno del cristiano, illuminato da Cristo, che desidera un mondo in pace. Dopo la sua morte è nata l’Associazione don Andrea Santoro con l’obiettivo di mantenere viva la memoria e la spiritualità del prete martire ed essere collegamento fra la diocesi di Roma e il vicariato di Anatolia, ma ancor prima insieme ad un gruppo di parrocchiane, don Andrea aveva fondato la “Finestra per il Medio Oriente” con l’obiettivo di “riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano e incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire”. Voleva favorire il rispetto, la pace e la comunione tra le chiese sorelle cristiane e l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Desiderava che le persone di diverse fedi si conoscessero, si stimassero e si rispettassero nelle reciproche differenze in uno scambio di doni spirituali reciproci tra il Medio Oriente e l’Occidente. Tante anche le associazioni di giovani e adulti che si ispirano oggi alla sua figura e che mettono in pratica i suoi insegnamenti.
Fiammelle nel buio
Il 2 dicembre del 2022 le spoglie di don Andrea sono state traslate nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio e il giorno seguente è avvenuta la tumulazione sotto il grande Crocifisso ligneo che il sacerdote, originario di Priverno, amava particolarmente. “Quando Andrea è tornato nella nostra parrocchia, quando il suo corpo è tornato - prosegue monsignor Felicolo - c’era un silenzio particolare che mi ha colpito molto, la gente lo attendeva e il tributo più grande non glielo ha dato con le parole, ma col cuore. In ciascuno di noi ha saputo accedere un po’ di più la fiamma della fede. Lo diceva sempre: ‘dobbiamo essere fiammelle di fede’, che fanno luce nel buio e il buio oggi è anche dato dall’assenza di dialogo”. Ci si ferma un attimo prima di discutere con l’altro e questo non sempre è un bene, aggiunge il direttore di Migrantes, che ricorda il carattere anche "piuttosto energico" di don Andrea Santoro. “Qualche volta poteva sembrare burbero, era sempre in movimento, mille incontri, eppure quando ti guardava il suo viso si addolciva e sapeva dirti chiaro anche solo con gli occhi che ti voleva bene. Il voler bene porta ad essere forti, perché vuol dire desiderare il bene dell’altro, non essere pietosi o compiacere. Ecco perché quando è stato ucciso tutti abbiamo perso qualcosa, un padre, un fratello, un amico, un figlio, un esempio”.
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