Giordania, un invito a tornare pellegrini in comunione con la comunità cristiana
Beatrice Guarrera e Gabriella Ceraso - Amman
“Invito tutti a venire o a ritornare in Giordania perché è Terra Santa”. A lanciare l’appello, dall’alto del monte Nebo, è suor Rebecca Nazzaro, direttrice dell’Ufficio per la pastorale del pellegrinaggio della diocesi di Roma. Le sue parole vengono raccolte dal gruppo di sacerdoti e giornalisti provenienti dall’Italia, che partecipano al viaggio, partito martedì 3 febbraio e organizzato dall’Opera romana pellegrinaggi (Orp) in collaborazione con Royal Jordanian, con Jordan Tourism Board e con il ministero del Turismo.
Pellegrinaggi strumenti di pace
Dal monte Nebo, la bellezza del panorama si schiude a poco a poco, quando la foschia si dirada e permette allo sguardo di volare lontano. L’ambiente appare arido e desertico, ma si vedono in lontananza Gerusalemme, il Mar Morto, Hebron: luoghi divisi da confini sempre più difficili da valicare. “Siamo qui dove Mosè ha visto da lontano la terra promessa, come ci racconta la Scrittura: siamo qui - spiega suor Nazzaro - per vedere da lontano una pace che deve ritornare. E questa terra promessa è un po’ la terra che desideriamo tutti, la terra della pace, la terra della della verità, la terra della solidarietà, la terra della convivenza, della fraternità di tutti i popoli”. Dunque, in un tempo di tensioni regionali crescenti, diventa significativa la presenza di questo gruppo per “dare una dimostrazione che niente è perduto” se ci si propone, osserva la suora, anche attraverso i pellegrinaggi “come strumenti di pace e di trasmissione della Buona Novella”.
Un segno di solidarietà concreta
L’appello di suor Nazzaro arriva in un momento in cui la Giordania ha registrato un calo delle presenza di pellegrini, che si recavano nel Paese, direttamente dopo essere stati in Israele e in Palestina, condizione che è diventata meno praticabile, a causa delle restrizioni a seguito della guerra a Gaza. Dunque “venire in Giordania è anche un segno di solidarietà concreta nei confronti dei cristiani che rimangono qui”. Bisogna allora imparare da coloro che decidono di non emigrare, nonostante le difficoltà, loro “che custodiscono questa fiamma della storia”. Si tratta di un piccolo gregge di cui ogni cristiano, secondo la religiosa, dovrebbe sentirsi responsabile in una “missionarietà a cui tutti quanti siamo chiamati noi che abbiamo questa libertà di vivere la nostra fede”, affinché si possa portare loro anche solo “una goccia di speranza, di incoraggiamento”.
Una comunità influente
A pochi chilometri dalla capitale Amman, a incontrare il gruppo dell’Orp è l’arcivescovo Giovanni Pietro Dal Toso, nunzio apostolico a Cipro e in Giordania. Da tre anni nel Paese, ne conosce l’importanza anche dal punto di vista della storia biblica ad esso legata, tra i luoghi legati al vecchio testamento, alla vita di Gesù e a quelli dello sviluppo della Chiesa nei primi secoli. “La comunità cristiana qui in Giordania è molto fortunata - afferma Dal Toso - è circa il 2% della popolazione quindi non è molto grande, però è molto influente, soprattutto perché c’è una rete di scuole molto capillare”, oltre alla presenza di un’università, quattro ospedali e altre strutture per la cura dei bambini abbandonati o con famiglie disagiate. “È una presenza anche molto apprezzata”, continua l’arcivescovo, rimarcando la ricchezza dei sei diversi riti cristiani presenti, tra latini, melchiti, maroniti, armeni, siro cattolici e caldei.
Un Paese di rifugiati
“Nonostante le tensioni regionali, in tutto questo tempo non abbiamo mai avuto problemi in Giordania”, afferma Dal Toso. Un calo delle visite si è comunque registrato, ma la speranza è che possano riprendere ad arrivare numerosi i pellegrini, incoraggiati dagli itinerari messi a punto negli ultimi tempi anche grazie al sostegno dell’Opera romana pellegrinaggi. “In questi anni ho notato anche molto interesse da parte della Giordania a favorire il turismo religioso” sottolinea l’arcivescovo. Quello del turismo e della conseguente ricaduta sul settore occupazionale, non è l’unica questione da affrontare. Il Paese ha, infatti, circa 11 milioni di abitanti, di cui un terzo è composto da profughi, arrivati in varie ondate: dai palestinesi agli iracheni e fino ad arrivare ai siriani. Una presenza tale di rifugiati che, conclude Dal Toso, “chiederebbe anche una sensibilità internazionale perché il Governo giordano non può farsi carico da solo di tutte queste persone”.
L'eccezione di Fuheis
In un Paese in cui i cristiani sono la minoranza, costituisce un’eccezione la piccola cittadina di Fuheis, situata a 20 km a nord-ovest della capitale Amman. A spiegarne il motivo è padre Paul Haddad, archimandrita della chiesa greco-cattolica: “Nella nostra città che ha 40 mila abitanti, la maggioranza sono cristiani”. Sorgono, poi, altre due chiese latine e due greco-ortodosse, per l’accompagnamento dei fedeli. Si tratta, infatti, di una città abitata fin dagli albori del cristianesimo, sostiene padre Haddad, che ancora oggi mantiene forte la sua identità, e che aspira a diventare luogo di comunione per quanti vogliano venire in pellegrinaggio in Giordania.
Madaba mosaico di culture
Quando si parla di presenza cristiana, non si può non citare infine la città di Madaba, le cui chiese risalgono ai primi secoli dopo Cristo. Se nella chiesa greco-ortodossa è custodito il mosaico che raffigura una delle più antiche mappe di Gerusalemme, in quella latina intitolata a san Giovanni Battista, il tesoro è costituito dalla testimonianza di fede. Lo attestano le fotografie appese alle pareti di una sala nel complesso parrocchiale. Raffigurano le famiglie cristiane venute da altre zone del Paese che, alla fine dell’Ottocento, in ottimi rapporti anche con le tribù musulmane, contribuirono a far costruire la struttura e a fondare la comunità di fede , arrivata oggi a contare circa 5mila fedeli. Il parroco, padre Tareq Abu Hanna, spiega con orgoglio che la chiesa ha ricevuto le visite di quattro Papi: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XIV e Francesco. Nonostante le diverse dominazioni subite dalla città nei secoli, come quella dei turchi prima e degli inglesi poi, “Madaba rimane un mosaico di culture”. Se i cristiani comunque rimangono una minoranza - sono duemila a fronte di 120 mila musulmani - quello che si sperimenta “è un dialogo quotidiano vissuto fin dai nostri bisnonni: cristiani e musulmani sono dunque cresciuti insieme, anche grazie al supporto del re di Giordania”, conclude il parroco.
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