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India, la fioritura di vocazioni nello Stato di Orisha India, la fioritura di vocazioni nello Stato di Orisha

In India il fiorire delle vocazioni in Odisha, Stato dei martiri cristiani

L’ex Orissa, nella parte orientale del Paese, presenta una forte crescita delle vocazioni, con nuove ordinazioni sacerdotali, Pastori che predicano la pace generati dalla “persecuzione che ha cercato di mettere a tacere il cristianesimo”

di Paolo Affatato

Una terra di martiri diventa un luogo dove le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata fioriscono rigogliose. Lo stato di Odisha (ex Orissa), nell'India orientale, diventa un polmone di fede e di speranza per la comunità cattolica indiana che, storicamente, è maggiormente radicata e presente con comunità, istituzioni e chiese, nello stato del Kerala, in India sudoccidentale, dove la percentuale dei fedeli sfiora il 20% della popolazione. Generalmente negli altri stati della federazione indiana, e complessivamente in tutto il paese, i cristiani sono circa il 2% su 1,2 miliardi di abitanti. Lo status di minoranza, in un paese che, negli ultimi venticinque anni, ha visto crescere il nazionalismo religioso di marca indù, espone le comunità cristiane alle violenze di gruppi estremisti che nel 2007 e nel 2008 nello stato di Odisha hanno registrato una storica escalation.

Persecuzione e beati

Il pretesto dell'uccisione di un leader indù - la responsabilità dell'omicidio fu addossata ai cristiani, accusa poi rivelatasi infondata - generò un'ondata di violenza che divenne un'autentica pulizia etnica a danno dei fedeli nel distretto di Kandhamal. Oltre 360 tra chiese e luoghi di culto furono attaccati, 5.600 case furono distrutte, oltre 100 persone uccise, 40 donne violentate. Più di 60mila cristiani furono costretti a lasciare le loro case (dove non hanno mai più fatto ritorno) e a vivere da sfollati, e venne interrotta l'istruzione di oltre 12.000 bambini. I sopravvissuti non hanno ricevuto giustizia, e la Chiesa cattolica in Odisha è sempre stata accanto ai fedeli perseguitati. Nel 2023, su richiesta dei vescovi indiani, la Santa Sede ha dato il nihil obstat nel processo di beatificazione dei servi di Dio Kanteshwar Digal e compagni, i cosiddetti "35 martiri di Kandhamal", uccisi in odium fidei nello stato di Odisha nel 2008.

Fioritura di vocazioni

Quella terra segnata dalla violenza e dal martirio ha registrato una straordinaria fioritura di vocazioni religiose. La parrocchia di San Giuseppe a Godapur, nel distretto di Kandhamal, nel territorio dell'arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, ha festeggiato in gennaio l'ordinazione sacerdotale di quattro nuovi sacerdoti, due diocesani (p. Sugrib Baliarsingh e p. George Badseth), altri due francescani conventuali (fra Saraj Nayak e fra Madan Baliarsingh). E, a presiedere la messa di ordinazione è stato Rabindra Kumar Ranasingh, il nuovo vescovo ausiliare di Cuttack-Bhubaneswar, anch'egli originario di Kandhamal. La sua nomina ha un profondo significato simbolico: la parrocchia di Bamunigam, in cui l'allora sacerdote p. Ranasingh prestava servizio pastorale, fu le prime parrocchie ad essere attaccate. I quattro sacerdoti e il vescovo hanno vissuto sulla loro pelle le aggressioni alle loro famiglie e comunità. Alcuni di loro hanno perso genitori, parenti e case, mentre altri sono stati costretti a fuggire nella foresta, sperimentando paura, fame, sfollamento e precarietà. Come ha riportato l'agenzia Fides, padre Sugrib Baliarsingh ha testimoniato: “Ho visto l'odio distruggere vite, ma ho anche sperimentato il perdono e il coraggio. Questo è ciò che mi ha portato al sacerdozio”.

La fede rimasta viva

Don Pradosh Chandra Nayak, vicario generale dell'arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, osserva che "la persecuzione ha cercato di mettere a tacere il cristianesimo, ma ha invece generato nuovi Pastori che oggi predicano il perdono e la pace". A quasi vent’anni da quei tragici fatti, molte ferite rimangono aperte: la giustizia umana, quella dei tribunali, si è rivelata lacunosa; i profughi non hanno recuperato tutti i mezzi di sussistenza e il tessuto sociale necessita di una piena riconciliazione. “Quello che non è mancato in queste comunità è la fede: i giovani rispondono ‘sì’ alla chiamata di Dio”, rimarca Ajay Singh, sacerdote locale e avvocato che segue i processi in corso. I cristiani di Kandhamal, nota, "hanno attraversato con fede il tempo della prova, vivendo con Cristo la tribolazione. Hanno mantenuto viva la speranza e il Signore li colma di gioie spirituali”.

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03 febbraio 2026, 15:13