Banchi distrutti in un mercato in Nigeria dopo le violenze di questi giorni Banchi distrutti in un mercato in Nigeria dopo le violenze di questi giorni  (ANSA)

Nigeria, l'impegno degli agostiniani nel Paese segnato dalle violenze

All’Angelus Papa Leone prega per le vittime della violenza e del terrorismo nel Paese africano. Qui nel 2025 sono state uccise 3.490 persone per motivi legati alla fede. Ma la sicurezza in Nigeria non è solo un caso di persecuzione religiosa. Il racconto del provinciale degli agostiniani, padre Anthony Kanu, e del direttore esecutivo della Fondazione agostiniani nel mondo, Maurizio Misitano

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

«Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino». Sono queste le parole che Papa Leone XIV ha pronunciato ieri all’Angelus per il Paese dell’Africa occidentale sempre più scosso dalle violenze.

La situazione sul terreno 

Negli ultimi giorni si contano sei morti e 51 rapiti in quattro differenti villaggi nello Stato di Kaduna, a maggioranza cristiana, dove già nel mese di gennaio erano state sequestrate 180 persone, poi liberate nei giorni scorsi. Ma si tratta solo degli ultimi episodi di una settimana iniziata con uccisioni e rapimenti negli Stati di Katsina, Kwara e Benue, dove si contano almeno 47 vittime, per la maggior parte uccise nel mercato di Abande. Tra i rapiti, un imam e quattro membri della sua congregazione, e un sacerdote, padre Nathaniel Asuwaye, parroco della chiesa della Santa Trinità di Karku, nell’area di Kajuru.

Ad Agwara, zona dove lo scorso 21 novembre furono rapiti da bambini armati 265 alunni della scuola cattolica St. Mary, Bulus Dauwa Yohanna, vescovo di Kontagora e presidente del capitolo nello Stato del Niger della Christian association of Nigeria (Can), ha rivolto un appello al presidente della Nigeria, Bola Ahmed Tinubu, affinché sia stabilita una base militare nell’area locale. In effetti, se da un lato questo è un Paese dove circa il 45 per cento dei 240 milioni di abitanti sono cristiani, dall’altro esso resta l’epicentro mondiale della violenza religiosa: nel 2025, secondo l’ultimo rapporto Open Doors, 3.490 cristiani sono stati uccisi per motivi legati alla fede, circa il 70 per cento del totale globale.

Non solo persecuzione religiosa

«La sicurezza in Nigeria non è solo un caso di persecuzione religiosa. Molti attacchi sono compiuti da milizie armate fulani, localmente definite “pastori”, che combattono soprattutto per la terra, i diritti di pascolo e le risorse, in particolare nella zona centrale del Paese, la Middle Belt. I cristiani sono spesso agricoltori, quindi gli scontri con i pastori assumono una dimensione sia religiosa sia economica». Padre Anthony Ikechukwu Kanu è il provinciale dell’ordine di Sant’Agostino in Nigeria. Col suo aiuto, abbiamo cercato di capire come i cristiani locali stanno vivendo questa situazione. «Questi attacchi sono compiuti da gruppi estremisti islamici violenti e da milizie armate, introducendo quindi un elemento religioso nel quadro — afferma padre Kanu —, molte testimonianze locali e gruppi di difesa dei diritti umani riferiscono che in alcune zone della Middle Belt e del nord della Nigeria gli aggressori avrebbero detto alle vittime frasi come “distruggeremo tutti i cristiani” durante gli assalti. Negli Stati di Benue, Plateau, Taraba e Kaduna, i rapporti mostrano numeri molto più alti di civili cristiani uccisi rispetto ai civili musulmani. Questi schemi rafforzano la conclusione di Open Doors secondo cui i cristiani sono colpiti in modo sproporzionato in questi attacchi».

Un contesto più ampio

Tuttavia, precisa il provinciale degli agostiniani, «la violenza si inserisce anche in un contesto più ampio di conflitto, profondamente intrecciato con fattori politici, etnici e criminali, rendendo la situazione estremamente complessa. La sicurezza in Nigeria, quindi, non è un semplice caso di persecuzione religiosa. Molti attacchi sono compiuti da milizie armate fulani, localmente definite “pastori”, che combattono soprattutto per la terra, i diritti di pascolo e le risorse, in particolare nella Middle Belt. I cristiani sono spesso agricoltori, quindi gli scontri con i pastori assumono una dimensione sia religiosa sia economica. Gruppi come Boko Haram e la provincia dell’Africa occidentale dello stato islamico (ISWAP) operano nel nord-est e prendono di mira scuole, comunità e forze di sicurezza, non esclusivamente i cristiani, anche se le comunità cristiane sono tra le loro vittime. Bande armate nel nord-ovest e in altre regioni sequestrano persone per riscatto e compiono violenze che colpiscono tutti, non solo i cristiani. Le forze governative faticano a controllare il territorio e a garantire la sicurezza, permettendo così a molti gruppi armati di agire impunemente».

Come i nigeriani vivono questa situazione

Nelle aree in cui avvengono rapimenti o attacchi, le persone sono ben consapevoli di poter essere bersagli semplicemente per quello che sono o per dove pregano. Addirittura, ci racconta padre Anthony, «partecipare alla messa, spostarsi per attività ecclesiali o manifestare apertamente la propria fede può sembrare rischioso, e questo crea un sottofondo costante di ansia nella vita quotidiana». Allo stesso tempo, aggiunge, «molti fedeli non si percepiscono protetti in modo concreto. Le forze di sicurezza sono spesso assenti, sovraccariche o inefficaci, lasciando le comunità vulnerabili e talvolta abbandonate dallo Stato. Questa mancanza di protezione rafforza la sensazione di essere presi di mira, per motivi religiosi, economici o entrambi, soprattutto quando gli attacchi appaiono sistematici e restano impuniti». È interessante inoltre notare, aggiunge il provinciale, «che nonostante questa insicurezza, molti fedeli reagiscono con notevole coraggio e solidarietà. Le comunità si adattano cambiando abitudini, organizzando forme informali di sicurezza e sostenendo le famiglie delle vittime. Per alcuni, la fede diventa ancora più centrale: la preghiera, l’aiuto reciproco e il senso di sofferenza condivisa li aiutano ad affrontare la paura. Vivono dunque in tensione, consapevoli del pericolo e della loro vulnerabilità, ma rifiutando di lasciare che la paura definisca la loro vita o metta a tacere le loro convinzioni».

Il ruolo degli agostiniani

In questo senso il supporto fornito dalla comunità di Sant’Agostino, di cui Papa Leone XIV è stato priore generale dal 2001 al 2013, è esemplare. Padre Anthony ci spiega che «la Nigeria è diventata prima provincia agostiniana in Africa nel 2001 perché, alla fine del XX secolo, era diventata il centro più forte della vita agostiniana nel continente, grazie al lavoro dei missionari agostiniani irlandesi. L’ordine aveva messo radici profonde in Nigeria: le vocazioni erano numerose, la leadership locale era ben formata e i frati già svolgevano con maturità e responsabilità attività pastorali, educative e missionarie. In breve, gli agostiniani nigeriani non dipendevano più dall’Europa per il personale o per le linee guida; erano pronti a camminare con le proprie gambe. La creazione della provincia è stata semplicemente il riconoscimento di questa realtà: ora siamo responsabili del futuro della vita agostiniana nel nostro contesto e oltre. I frati africani non sono solo destinatari di missioni, ma missionari e leader a pieno titolo, sapendo che la nostra provincia fa parte della più ampia famiglia agostiniana».

I bambini nigeriani nei luoghi della missione degli agostiniani
I bambini nigeriani nei luoghi della missione degli agostiniani

Nelle scuole di Jos e Zinc

Un’ulteriore conferma dell’impegno dell’ordine è il supporto della Fondazione agostiniani nel mondo, come ci racconta Maurizio Misitano, che ne è direttore esecutivo: «Abbiamo iniziato a lavorare in Nigeria nel 2022 e ci concentriamo nella zona centrale del Paese». Questa è una «zona particolarmente delicata perché — ci spiega Misitano — se il nord è a maggioranza musulmana e il sud a maggioranza cristiana, la parte centrale presenta una distribuzione abbastanza equilibrata tra cristiani e musulmani. Chi strumentalizza le differenze religiose per conquistare potere sa bene che controllare la zona centrale significa avere il controllo della maggioranza del Paese. Per questo, insieme agli agostiniani, abbiamo discusso un programma  che parte dalle scuole di Jos e di Zinc».

Risultati tutt'altro che scontati

Sia padre Anthony sia Maurizio Misitano rimarcano il ruolo della scuola nella città di Jos e, in particolare, nel quartiere musulmano di Katako. «Gli agostiniani hanno lì la sede della loro Provincia — precisa Misitano — in una città simbolo di questa regione: Jos, capitale dello Stato di Plateau, che fino agli anni Duemila era considerata quasi un paradiso, con molti stranieri anche occidentali, oggi è invece teatro di scontri interetnici e interreligiosi molto cruenti. Ci piace sottolineare che la maggior parte dei bambini che frequentano la scuola di Katako sono musulmani: le famiglie riconoscono il valore del lavoro degli agostiniani e preferiscono mandare i figli da noi». Un risultato tutt’altro che scontato perché, continua il direttore esecutivo della Fondazione, «Katako è un quartiere con gravi problemi di sottosviluppo e lì gli agostiniani hanno il loro monastero, che fu attaccato nel 2008 durante le elezioni regionali. Hanno una scuola, un trauma healing center per aiutare le persone ad affrontare psicologicamente le violenze subite e un vocational training center per la formazione professionale, soprattutto delle donne». La realtà di Zinc non è da meno. «Molto importante è il sostegno dell’autorità locale, che ha inviato una lettera di invito a tutte le scuole della zona, incoraggiandole a partecipare al nostro programma di costruzione della pace. Decine di scuole hanno accettato e oggi il nostro manuale per la pace viene utilizzato in molte realtà scolastiche. Questo è, in sintesi, il lavoro della Fondazione. Ora abbiamo in cantiere un nuovo progetto in una scuola di Iwaro, più a sud, ma anche in questo caso vogliamo usare la scuola come strumento per promuovere la pace».

Robert Francis Prevost nel 2016 con alcuni studenti e padre Bernie Scianna nella scuola agostiniana di New Karu, in Nigeria
Robert Francis Prevost nel 2016 con alcuni studenti e padre Bernie Scianna nella scuola agostiniana di New Karu, in Nigeria

Quando un bambino alza le braccia, cresce fino all’albero

Ed è bello che, di fronte alla tanta creatività dei missionari, spesso le autorità nigeriane si dimostrino accoglienti. A Jos, ad esempio, l’emiro ha pubblicamente sottolineato il lavoro che l’ordine sta facendo nel quartiere di Katako. Ciò avviene proprio perché i missionari vivono quotidianamente i problemi di questa terra, che è una terra meravigliosa, ricchissima non solo di materie prime bensì di cultura, come dimostrano la musica di Fela Kuti e il cinema di Kunle Afolayan. Ecco come i bambini in Nigeria continuano ad avere sogni: c’è chi vuole diventare medico, ingegnere, agricoltore, a volte anche prete. Perché, come recita un detto nigeriano, Nwata bulie aka elu, o wee too aka n’osisi: Quando un bambino alza le braccia, cresce fino all’albero.

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09 febbraio 2026, 13:33