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Il cardinale Pizzaballa a un incontro per l'ottavo centenario della morte di San Francesco Il cardinale Pizzaballa a un incontro per l'ottavo centenario della morte di San Francesco 

Pizzaballa: in Terra Santa ricostruire la fiducia con azioni e gesti concreti

Il patriarca di Gerusalemme dei latini è intervenuto a un evento organizzato dal Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco nella chiesa di San Francesco a Ripa, a Roma. "I rapporti tra israeliani e palestinesi sono lacerati, ci vorrà molto tempo. Per costruire la pace non bastano le parole". Poi l'appello: “Per la comunità cristiana è fondamentale esserci. In Terra Santa tornino i pellegrini”

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

“Purtroppo in questo momento”, dopo quanto è successo e ancora sta succedendo a Gaza, “è difficile vedere una soluzione a breve termine” tra israeliani e palestinesi: “Le ferite sono ancora profonde, le popolazioni sono disorientate, con una leadership debole. Non c’è una visione chiara del futuro, dove l’altro è accanto a te e, in qualche modo, dentro di te. Gli uni non vogliono sentir parlare degli altri, la relazione si è rotta, e questo è il primo punto da considerare a da cui partire”. Non sono espressione di rassegnazione le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini - intervenuto a un incontro presso la chiesa di San Francesco a Ripa, a Roma, organizzato dal Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco -, ma della concreta consapevolezza di quanto sia in salita la strada che porta alla riconciliazione e alla pace.

Il 7 ottobre e la guerra a Gaza “eventi senza precedenti”

Il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita “sono stati eventi senza precedenti”. “E anche noi non abbiamo capito subito la portata di quanto era accaduto con l’attacco di Hamas e, successivamente, di quanto stava per avvenire con la risposta dell’Idf. Si pensava a una retaliation, come tante altre ce n’erano state in precedenza, invece ormai erano saltati tutti i parametri a noi noti”, ha ammesso, intervistato dalla corrispondente Rai a Gerusalemme, Maria Gianniti. 

Perplessità sul "Board of peace"

E alla domanda sul progetto del “Board of peace”, il patriarca ha espresso la sua perplessità su qualsiasi operazione che sembri seguire prevalentemente logiche di tutela e di controllo dei propri interessi da parte delle grandi potenze senza il riconoscimento effettivo del popolo palestinese e dei suoi diritti.

La necessità di azioni concrete

“La pace e la riconciliazione”, ha spiegato di fronte a una platea che ha riempito le navate di quella che viene considerata la “casa romana” del Poverello di Assisi nel cuore del quartiere Trastevere, “sono perciò concetti bellissimi, ma che rischiano di rimanere degli slogan se non accompagnati oggi da azioni tangibili, gesti, testimonianze, che mostrino anche fisicamente la possibilità di ricostruire la fiducia”. Non sarà facile, né scontato, ma “dobbiamo essere coscienti che prima di tutto bisogna creare occasioni di incontro, nonché contesti culturali e sociali che un po’ alla volta aiutino a pensare in maniera diversa. Le parole non bastano”. Poi, “ci vogliono leadership politiche, ma anche religiose, che, da entrambe le parti, abbiano un minimo di visione, e non fondino la propria autorità solo sulla rabbia e la sete di vendetta”. Un processo che richiederà tempo: “Intanto, bisogna tenere duro, convinti che non si può lasciare la narrativa agli estremisti, Hamas o coloni che siano. E, per noi della comunità cristiana, che l’importante in questa fase è esserci, rimanendo noi stessi. La Terra Santa ci insegna che essere minoranza non è un dramma, se si ha qualcosa di bello e di grande da comunicare. E noi lo abbiamo”. Bisogna “saper ascoltare, per capire cosa ci dice la fede in questo momento preciso: per quanto mi riguarda, la mia vita appartiene a Dio e a Cristo, perciò è stato per me naturale rispondere sì alla domanda se fossi disposto a offrirmi in cambio degli ostaggi detenuti a Gaza”. I cristiani possono essere segno di unità, “come lo fu San Francesco, che divenne segno per tutti perché commosso per Cristo”, ha sottolineato. “Per questo la sua testimonianza ha attraversato i secoli e ci parla ancora oggi”. Papa Leone XIV nella sua Lettera ai ministri generali della Famiglia francescana ha ricordato come “la sua vita indica la sorgente autentica della pace”.

Le quattro volte nella Striscia durante la guerra

Pizzaballa ha dunque ripercorso la sua esperienza in Terra Santa, dal 1990 quando vi giunse come giovane studente dello Studio biblico francescano, fino agli anni da Custode e a quelli, ora, da patriarca di Gerusalemme dei latini. E dopo le parole introduttive e di saluto di padre Paolo Maiello, frate francescano e vicario della Provincia San Bonaventura, e del poeta Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco, ha poi dato una testimonianza delle sue quattro visite nella Striscia durante la guerra. “La prima volta, nel maggio 2024, è stato impressionante non riuscire a riconoscere luoghi a me noti, vedere gli occhi della gente terrorizzata di quanto stava accadendo, toccare la commozione dei bambini”. La seconda, “poco prima di Natale dello stesso anno, era subentrata la stanchezza nella popolazione, c’era un disorientamento generale, la fame era evidente, la distruzione sempre maggiore, gli ospedali fuori uso”. Nel luglio 2025 “è stato il momento più difficile. Siamo entrati dopo l’uccisione di tre persone nella parrocchia della Sacra Famiglia e mentre l’Idf stava preparando l’offensiva su Gaza City, e venni colpito dagli odori, della distruzione, della morte. Non li dimenticherò mai”. L’ultima volta, prima di Natale dell’anno scorso, “si notava già una voglia di riprendere la vita, ho visto volti pieni di dignità nonostante tutto ciò che era successo”. Dagli aiuti alimentari “siamo passati a fornire medicinali, soprattutto antibiotici, per permettere agli ospedali di curare le persone”.

La situazione dei cristiani in Terra Santa

Le difficoltà anche per i cristiani sono notevoli, ha evidenziato ancora il patriarca. “La nostra presenza si è ridotta in maniera drammatica in Terra Santa, da quando sono arrivato nel 1990. Solo dall’inizio della guerra sono partite da Betlemme almeno un centinaio di famiglie. Poi purtroppo, in moltissimi, non c’è più fiducia che le cose possano cambiare, almeno nel prossimo futuro. Noi lavoriamo perché tutti possano rimanere, ma non possiamo giudicare chi decide di non farlo. Ci vuole un grande coraggio per restare”. Anche nella parrocchia di Gaza City “hanno sofferto dolori indicibili, c’era bisogno di tutto. E soprattutto – oltre alle cose materiali, come cibo, acqua, medicinali – c’era bisogno di cuore, di empatia, che essi hanno poi trovato nella vicinanza del Papa e di tutta la Chiesa”. A ciò oggi si aggiunge ciò che accade in Cisgiordania, in particolare a causa dei coloni israeliani. “Nell’unico villaggio cristiano, Taybeh, c’è stato un nuovo attacco pochi giorni fa; ma contro i palestinesi in generale, tanto musulmani quanto cristiani, ci sono violenze di ogni tipo: si impedisce loro di lavorare, vengono privati dei loro terreni, subiscono assalti armati e atti vandalici, le loro case vengono devastate, abbattute o requisite”. Le “nostre 13 scuole di Gerusalemme”, ha ricordato ancora il cardinale, “hanno costanti problemi con i permessi degli insegnanti che vengono in particolare da Betlemme. Ed è faticoso dover lavorare ogni giorno per cose che sembrano apparentemente banali, diritti che dovrebbero essere ormai accertati”.

La soluzione due popoli due Stati

Quanto alla soluzione “due popoli due Stati”, il cardinale ha ammesso quanto sia complicato riuscire a pensarla e concretizzarla, al momento attuale, “eppure è una cosa su cui si deve lavorare, i palestinesi hanno diritto di sentirsi popolo e di avere uno Stato. Anche già affermare questa possibilità è un atto di giustizia, è aiutarli a continuare a coltivare il sogno di avere un domani una casa tutta per loro”.

L’appello per i pellegrinaggi

Infine, un appello al ritorno dei pellegrini. “È tempo di tornare. Basta con le emergenze, è tempo di darsi coraggio. Si può venire in Terra Santa, si deve farlo, Betlemme e Gerusalemme sono sicure. Ora abbiamo bisogno di vedere che la chiesa e la comunità cristiana c’è, è presente anche fisicamente”, conclude. Tra l’altro, “è un atto anche per dire a palestinesi e israeliani che ci siamo anche noi in questa terra, che anche noi qui abbiamo le nostre radici”.

Nel corso della serata, accompagnata da intermezzi musicali del duo organo-tenore, è stata anche lanciata la raccolta fondi della "Fondazione Italia per il dono" per un progetto a Gerusalemme intitolato “Christian Women and Youth Empowerment”, che ha l’obiettivo di favorire l’occupazione di donne e giovani cristiani del territorio, permettendo anche lo sviluppo di iniziative imprenditoriali.
 

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07 febbraio 2026, 10:16